
di Francesco Fabbroni
Del resto gli eroi del mito non si consumano mai
Oriana Fallaci, Un Uomo
negli acciacchi della vecchiaia, non si spengono mai di malattia in un letto d’ospedale: se ne vanno nel fiore della gioventù, in modo violento, e quasi sempre l’ultimo atto della loro avventura è praticamente un suicidio compiuto attraverso chi li ammazza.
Morire per non morire, lasciarsi uccidere per vincere almeno una volta (…).
Da sempre la letteratura, il cinema e il teatro ci hanno abituati a morti memorabili, ultime parole, sacrifici in nome di un ideale per il quale vale la pena dare la propria vita, regalando momenti topici e carichi di pathos. Proprio per questo la lettura di La morte di Ivan Il’ič rappresenta un’ alterazione notevole di un paradigma letterario all’apogeo della sua fortuna nell’Ottocento. Il romanzo segue gli ultimi mesi di vita di Ivan Il’ič, magistrato dell’alta borghesia russa, mentre una malattia lentamente lo conduce verso la morte, costringendolo a guardare retrospettivamente la propria esistenza. Attorno al suo letto si muovono familiari, medici e colleghi incapaci di stabilire un contatto reale con la sua sofferenza; unica eccezione è Gerasim, il giovane servo che lo assiste con una semplicità e una vicinanza umana che nessun altro personaggio riesce a offrirgli. Ivan Il’ič negli ultimi giorni di vita sembra già appartenere a un luogo che non coincide più del tutto con la vita che ha abitato fino a quel momento. Attorno a lui la casa continua a conservare il proprio ordine: le visite, gli orari, le conversazioni interrotte a mezza voce, perfino una certa compostezza degli oggetti. Tuttavia, dentro quell’ordine, qualcosa ha cominciato lentamente a disfarsi. Tolstoj non costruisce la sua fine come si costruiscono le morti memorabili della letteratura ottocentesca. Non gli concede una forma conclusiva capace di raccogliere il senso della sua esistenza, né un gesto attraverso cui il dolore possa trasformarsi in verità. Ivan resta quasi sempre lì, inchiodato al proprio corpo, in una stanza che continua ostinatamente a essere borghese anche mentre diventa il luogo della sua degradazione. Ciò che più colpisce fin dall’inizio è il modo in cui la sua sofferenza rimane sostanzialmente senza eco.
Lungo il decorso della malattia, la moglie gli si avvicina con quella miscela di dovere, irritazione e stanchezza che Tolstoj riesce a rendere insopportabilmente concreta senza mai calcare la mano. Non c’è crudeltà aperta nei suoi gesti; anzi, tutto sembra muoversi entro i limiti di ciò che è corretto fare. Ma proprio questa correttezza produce una distanza quasi più dolorosa dell’indifferenza. La malattia di Ivan entra nella casa soprattutto come alterazione pratica: modifica abitudini, impone attenzioni, costringe a riorganizzare il ritmo delle giornate. Anche il dolore, quando viene riconosciuto, appare subito tradotto in qualcosa che deve essere amministrato. I colleghi, poi, sembrano appartenere a un’altra dimensione ancora. La notizia della malattia e quella della morte vengono accolte dentro il linguaggio opaco dell’ufficio, delle nomine, degli spostamenti di ruolo. Nessuno pensa veramente a Ivan; o meglio, nessuno riesce più a pensarlo fuori dalla funzione che occupava. Tolstoj osserva questi movimenti con una lucidità quasi crudele, poiché ciò che accade è assolutamente privo di ogni eccezionalità. La vita sociale continua secondo la propria inerzia, e la scomparsa di un uomo vi rientra con la stessa naturalezza con cui rientrano una promozione o un trasferimento. Forse è proprio questo a rendere il racconto così difficile da assorbire fino in fondo: il fatto che la morte non introduca alcuna solennità nuova nel mondo, ma venga lentamente ricondotta dentro le sue abitudini. A contrasto con questa atmosfera chiusa e quasi soffocante, Tolstoj pone la figura di Gerasim.
Ogni volta che compare, il racconto sembra cambiare temperatura. Gerasim non interpreta il dolore di Ivan, non lo circonda di spiegazioni né cerca di attenuarlo con formule rassicuranti ma semplicemente, gli resta accanto. Lo sostiene nei movimenti che il corpo non riesce più a compiere da solo, gli solleva le gambe durante le notti interminabili, accetta senza imbarazzo la vicinanza della malattia. Nei suoi gesti non c’è nulla che assomigli alla pietà esibita; c’è piuttosto una familiarità elementare con la fatica, con il decadimento fisico, con il fatto che i corpi soffrono e infine cedono. Ivan, che ormai percepisce con crescente lucidità la falsità delle relazioni che lo circondano, trova proprio in questa semplicità qualcosa che gli altri non riescono più a offrirgli. Non tanto una comprensione profonda, quanto una presenza non deformata dalle convenzioni. Gerasim non gli chiede di recitare il ruolo del malato dignitoso, non tenta di proteggersi dalla vista della sofferenza. In qualche modo continua a trattarlo come un uomo anche nel momento in cui Ivan stesso comincia a sentirsi ridotto quasi interamente al proprio dolore. Interessante è notare che l’unica forma di sollievo autentico nel romanzo passa attraverso il corpo. Non attraverso le parole dei medici, né attraverso il conforto morale o religioso, ma attraverso qualcuno che regge fisicamente il peso di un altro essere umano.
Attorno a questo nucleo minimo di verità, tutto il resto continua invece a muoversi dentro una specie di finzione collettiva. I medici parlano una lingua sempre più distante dall’esperienza concreta della malattia; le visite sembrano obbedire a una coreografia già nota; perfino la compassione assume talvolta qualcosa di meccanico. Ivan, poco a poco, comincia a vedere la propria vita sotto questa stessa luce irreale. La domanda che lo perseguita non nasce da un improvviso risveglio filosofico e forse non riguarda nemmeno, in fondo, il bene o il male. Ciò che lentamente si apre dentro di lui è piuttosto il sospetto di avere attraversato la propria esistenza senza esserne mai stato davvero presente. Il matrimonio, osservato da quella distanza estrema che la malattia impone, non appare più come una relazione viva, ma come un adattamento progressivo ad una forma prevista. Anche il lavoro, che per anni aveva coinciso con la sua identità più stabile, si rivela improvvisamente vuoto, come se il riconoscimento sociale avesse occupato tutto lo spazio disponibile senza lasciare nulla dietro di sé. Le abitudini, le serate al club, le partite a carte, le ambizioni prudenti, il linguaggio stesso della rispettabilità borghese: tutto riemerge sotto una luce diversa, più fredda, e insieme più difficile da contestare. Ivan non arriva veramente a pensare di avere vissuto “male” infatti la sua inquietudine è più opaca, forse ancora più radicale. Ha fatto ciò che doveva fare, ciò che tutti consideravano giusto, e proprio questa continuità senza attrito gli appare ora insostenibile, come se nella sua vita non si fosse mai aperto uno spazio reale per la scelta.
Tolstoj non trasforma questa scoperta in una tesi morale ma la lascia crescere lentamente dentro il corpo del personaggio, dentro la fatica del respiro, dentro le notti in cui il dolore impedisce qualunque distrazione. Per questo gli ultimi giorni di Ivan non hanno nulla di pacificato, Tolstoj non concede redenzioni o ultimi discorsi, ci sono solo tre giorni di urla, paura, rabbia ed improvvisi movimenti di rifiuto. Eppure, dentro questo progressivo esaurimento della resistenza, sembra affiorare a tratti una percezione diversa di sé, ancora confusa, quasi impossibile da formulare. Come se soltanto nel momento in cui la vita gli viene sottratta diventasse visibile ciò che, fino ad allora, era rimasto nascosto dalla sua stessa normalità. Fuori dalla stanza invece il mondo continua a scorrere secondo il proprio ritmo impersonale: le persone entrano, escono, discutono, si stancano, riprendono le loro occupazioni. Nulla si interrompe davvero. Ed è forse qui che il racconto conserva ancora oggi qualcosa di profondamente disturbante; nel modo in cui la morte di Ivan non produce alcuna frattura evidente nell’ordine delle cose, ma viene lentamente riassorbita dentro il movimento ordinario della vita sociale. Tolstoj sembra suggerire che non esista nulla di più terribile di una fine che non cambia quasi niente. Ivan Il’ič muore senza diventare un esempio, senza trasformarsi in figura tragica, senza lasciare dietro di sé una verità definitiva. Resta semplicemente un uomo che, troppo tardi, intravede la possibilità di non avere mai abitato fino in fondo la propria esistenza, di non aver esercitato quello che, secondo Steinbeck, è il dono più grande concesso all’uomo: la libertà di decidere chi diventare.
Bibliografia
- John Steinbeck, La valle dell’Eden, Bompiani, Firenze, 2025.
- Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, Feltrinelli, Milano, 2014.
- Oriana Fallaci, Un Uomo, BUR, Milano, 2000.




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