inChiostro

per scoprire il mondo da una prospettiva umanistica


Luride, agitate, criminali. Intervista a Candida Carrino.

Nota di redazione: Il presente articolo nasce come rielaborazione scritta dell’intervista all’autrice Candida Carrino a cura di Michela Bianchini, Matilde Bianco, Cinzia Bruzzo, Gaia Cobelli, Beatrice D’Angelillo, Carolina Ghirardini, Simonpietro Peluso, Gioia Rorato. Tenutosi in data 20 novembre 2025, l’incontro si colloca nell’ambito del Progetto Nova Didaxis dipartimentale “La storia da ascoltare”. Si ringrazia la Prof.ssa Laura Schettini, docente dell’insegnamento di Storia delle Donne e di Genere, per il coordinamento dell’iniziativa.

Candida Carrino si laurea in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, consegue una specializzazione in Biblioteconomia e archivistica, un master in Conservazione, digitalizzazione e valorizzazione di documenti bibliografici, cartografici, archivistici e fotografici e un dottorato di ricerca in Gender Studies. È stata direttrice dell’Archivio di Stato di Napoli e, tra le varie attività, si è occupata della catalogazione degli archivi degli ex ospedali psichiatrici della Campania. È da questa esperienza che nasce Luride, agitate, criminali. Un secolo di internamento femminile (1850-1950), pubblicato nel 2018 da Carocci editore e vincitore del premio Nabokov per la saggistica nel 2019.

A partire dalle cartelle cliniche e dalla documentazione associata, l’autrice ha dato voce alle figure femminili che hanno popolato i manicomi italiani tra il 1850 e il 1950, contro la censura e l’oblio che la società dell’epoca ha loro imposto. L’opera si propone di ricostruire «l’anatomia di un internamento»1 a partire dalla seguente domanda: dove finiva il disagio della malattia mentale e dove iniziava la complicità di medici, famiglia e società? Infatti, lo studio delle poche testimonianze femminili su ciò che accadde tra le mura degli ospedali psichiatrici può essere letto come una rappresentazione della società dell’epoca. Gli ultimi capitoli sono, poi, esemplificativi in quanto narrazione delle vicende di tre internate: Maria Vittoria (vedova che tenta di combattere per la propria autonomia), Rosa (che, attraverso la gravidanza, cerca di rivendicare il diritto alla sessualità) e Camilla (esule politica negli anni del fascismo).

Nei primi capitoli si pone l’accento su come, a causa della scarsa alfabetizzazione e dei soprusi, le internate non siano mai riuscite a trasmettere appieno l’esperienza manicomiale al mondo esterno. Quali sono le fonti della narrazione e come sono state utilizzate? Come si è cercato di superare il filtro del punto di vista maschile dominante (medici, società, famiglia, stereotipi)?

Si tratta di temi che ricorrono spesso in tutta l’opera. Il libro nasce da un’analisi documentaria unitaria, rappresentata dalle cartelle cliniche, contrariamente a saggi di stampo simile che solitamente si basano su una documentazione piuttosto varia. Le cartelle cliniche provengono principalmente dal Santa Maria Maddalena di Aversa, uno dei più grandi istituti manicomiali del Sud Italia. Questa struttura nasce in un periodo storico importante per il Regno delle Due Sicilie: il ‘decennio francese’ (1806-1815). Tra le varie innovazioni che i francesi portano a Napoli, si annovera un nuovo modo di vedere la psichiatria. Viene superata la concezione che i ‘matti’ debbano essere soggetti a costrizione, e le affezioni psichiatriche vengono trattate attraverso passeggiate, aria aperta, musica, canto, lettura… Questo sistema, però, collassa con la caduta del dominio napoleonico.

Si arriva così alla legge 14 febbraio 1904, n°36 (Disposizioni sui manicomi e sugli alienati),2 che consente l’internamento di soggetti ritenuti «pericolosi per sé e per gli altri». Sono diversi i motivi per cui l’autrice ha deciso di incentrare la narrazione sul periodo che va dal 1850 al 1950. Innanzitutto, tutta la documentazione precedente è andata perduta e, delle circa 4500 cartelle rinvenute, la più antica risale al 1850. Si è poi scelto il 1950 come terminus ad quem in considerazione della grande evoluzione nella storia della psichiatrica segnata dall’introduzione degli psicofarmaci. Nel momento in cui la contenzione passa da ‘fisica’ a ‘chimica’, la prassi medica cambia: includere l’analisi di cartelle cliniche successive al 1950 avrebbe comportato uno snaturamento dello scopo di questa narrazione.

Il grande problema delle cartelle cliniche consta nella difficoltà di elaborarne un sapere non incasellato nei parametri della scienza medica o amministrativa, proprio in quanto documentazione basata sull’economia medico-sanitaria e amministrativa. Inoltre, in un’epoca priva di strumenti quali farmaci o analisi cliniche, la cartella di un ospedale psichiatrico è arricchita dalle ‘osservazioni’. I ‘malati di mente’ sono costantemente osservati nel loro comportamento sociale ed sottoposti a colloqui con il personale sanitario a intervalli più o meno ravvicinati. Da questa breve descrizione si evince che nella cartella clinica trova spazio solo la voce delle istituzioni: il sindaco, l’amministrazione provinciale che accetta il ricovero, il medico condotto, il prefetto, lo psichiatra. Qualche rara volta alla voce del personale sanitario maschile si affianca quella delle suore, che potevano fungere da personale paramedico per le pazienti donne. La voce delle donne, in ultima analisi, viene sempre filtrata dal punto di vista maschile.

Le cartelle sono concepite come piccoli plichi, raccoglitori in cui inserire tutto il materiale utile, per cui non è infrequente ritrovarvi lettere, documenti e cartoline che i parenti mandavano al direttore del manicomio, con cui si richiedevano o fornivano informazioni sui pazienti. Esistono, però, pochissimi documenti scritti dalle internate. Ciò è in parte dovuto al tasso di alfabetizzazione. L’alfabetizzazione femminile inizia a crescere nel periodo tra le due guerre, per poi registrare un aumento significativo solo a partire dal secondo dopoguerra. La carenza di testimonianze, è dunque legata primariamente alla scarsità di mezzi, più che ad una scelta consapevole. Tra l’altro, le poche lettere scritte dalle internate sono state conservate nelle cartelle, il che significa che il personale del manicomio non le ha mai recapitate ai destinatari.

All’interno del saggio si riflette anche sul ruolo della famiglia nel processo di internamento. Che cosa spingeva le famiglie a scegliere l’internamento per una donna? Com’erano i rapporti tra le famiglie e le internate? E, inoltre, in previsione di una possibile dimissione, cosa succedeva a chi non aveva una famiglia da cui tornare?

Innanzitutto, la presenza femminile tra gli internati è di gran lunga inferiore a quella maschile. Questo fenomeno è dettato anche dal diverso ruolo sociale all’interno del nucleo familiare: un maschio ‘fuori di testa’ è più difficile da contenere rispetto a una donna, che, per quanto ‘pazza’, è comunque fondamentale all’economia familiare. Le donne vengono così rinchiuse in manicomio nel momento in cui non possono essere inquadrate, contenute, dai limiti sociali. Non a caso, la maggior parte delle internate risulta nubile o vedova. Una donna senza marito, nel 1870, è una donna senza contesto sociale, impossibile da collocare, ‘d’ingombro’. E una donna completamente libera, anche dal punto di vista sessuale, rappresenta un’insidia.

Il rapporto dei familiari con le internate potrebbe apparire diverso rispetto alle aspettative di oggi: le famiglie sostengono con forza il ricovero. Si tratta di un modo semplice per risolvere i propri problemi a spese della donna stessa. L’unica speranza di tornare a casa, di riottenere la propria libertà, è quella di convincere i medici di essere tornate in sé, di essersi pentite. Ciò deve, però, coincidere con la disponibilità delle famiglie a riaccoglierle, proprio in base al principio per cui a una donna non può essere concessa libertà assoluta. Ad essere ricoverate sono spesso donne disabili, soprattutto in età avanzata: se da piccole sono legate alle cure materne, alla morte del genitore l’unica possibilità di ricevere assistenza è rappresentata dal manicomio.

All’interno del volume si riflette attorno al tema della sessualità al femminile. Si prenda ad esempio il caso di Rosa, internata e sospetta vittima di una violenza. Inizialmente le autorità manicomiali cercano di individuare un colpevole esterno, mentre il tribunale giudiziario incolpa il manicomio stesso. Vengono usati appellativi crudeli nei confronti della stessa Rosa, volti a insinuare che sia necessariamente vittima di violenza e incapace di esprimere consenso. Nell’unico breve momento in cui Rosa può prendere la parola, però, afferma di essere stata consenziente. Fa sicuramente riflettere che a definire la presunta violenza siano altri attori sociali e non la vittima stessa. In che modo l’esempio di Rosa riflette la vita delle internate?

Sarebbe un grave errore guardare agli uomini e alle donne del passato attraverso le lenti della modernità. In quel periodo storico prevale la prospettiva maschile, le cui convinzioni si riflettono nelle consuetudini e sono corroborate dalla legge. Sebbene non si conservino scritti redatti dalla stessa Rosa, in quanto analfabeta, la sua storia rimane emblematica. Orfana di madre e affetta da ritardo mentale (stando alla descrizione che ne viene data nella cartella clinica), viene internata per volere del padre, che non è in grado di prendersene cura.

I problemi iniziano nel momento in cui la ragazza rimane incinta e con l’accusa di negligenza avanzata al personale sanitario da parte del padre. La cartella clinica di Rosa comprende tre faldoni, che raccolgono il materiale di dieci anni di processo. Nel momento in cui il padre di Rosa fa causa al manicomio, forse più per interesse economico che per reale preoccupazione nei confronti della figlia, il personale sanitario cambia la diagnosi e la descrizione della ragazza, trasformandola da soggetto incapace di intendere e di volere in voluttuosa accalappiatrice di uomini. La controparte maschile complice dell’evento non è mai stata identificata e il bambino viene sottratto alla madre poco dopo il parto. I medici vincono la causa, e il padre di Rosa non ha mai visto alcun risarcimento.

Dal capitolo riguardante la storia di Camilla, si evince come il manicomio funga più da strumento di controllo che di cura. Quanto pesano le idee politiche di Camilla sul suo internamento?

Camilla Restellini Bassanesi e il marito, Giorgio Bassanesi, formano una ‘coppia di matti’, per di più autori di reato. Entrambi aostani– si ricorda che Aosta ha inaugurato una stele in loro memoria –, militano in ambienti anarchici nel periodo della Seconda guerra mondiale. Camilla viene internata nel manicomio giudiziario di Aversa, città che detiene un primato incredibile. È al suo interno, infatti, che nasce il primo ospedale psichiatrico giudiziario d’Italia (per cui inizialmente ai ‘matti’ autori di reato viene riservato un padiglione all’interno della struttura), divenuto poi istituzione autonoma. Un manicomio giudiziario è retto da due poteri, quello sanitario e quello giuridico, che operano in parallelo nelle figure di un direttore sanitario (psichiatra) e di un direttore amministrativo e giuridico (giudice).

A condurre Camilla in manicomio sono le denunce da parte delle vicine di casa, che la accusano di maltrattamento nei confronti dei figli. Il cibo, nel periodo bellico, è sottoposto a razionamento, per cui, tramite le ‘tessere’, viene distribuito in grammature precise, ma decisamente insufficienti. In molti compensano alla scarsità rifornendosi al mercato nero, ma la coppia Restellini-Bassanesi, proprio per dimostrare l’insufficienza nutrizionale delle dosi previste, si rifiuta di farlo. I bambini, sottoposti a malnutrizione e privazioni, testimoniano contro la madre. Giorgio, facilmente incriminabile a causa di azioni politiche sovversive (a lui si deve, ad esempio, il volantinaggio aereo antifascista su Milano), viene ricoverato presso un manicomio giudiziario, dove morirà. Camilla sarà, infine, rilasciata solo dopo aver chiesto la grazia.

Si conservano numerose testimonianze scritte dalla stessa Camilla, che si propone di raccontare il manicomio da una prospettiva diversa da quella di una semplice ricoverata. Rivendica il diritto di parlare personalmente con i medici e si interroga, ad esempio, sul disagio di discutere di problemi ginecologici con un medico uomo, chiedendo di essere visitata da un medico donna, figura in quel periodo quasi inesistenti e prevalentemente legata alla cura pediatrica.

Che influenza hanno avuto la nascita dei nuovi studi psicoanalitici e il loro arrivo in Italia nel processo di diagnosi e cura delle donne internate? Quando e come è avvenuta la chiusura dei manicomi nel nostro Paese?

Fino all’avvenuta chiusura dei manicomi, la psichiatria in Italia è di stampo prevalentemente manicomiale. La psichiatria freudiana riesce ad arrivare in un solo manicomio italiano, quello di Nocera Inferiore, attraverso gli sforzi di Levi Bianchini. Esperienza, per altro, non priva di complicazioni: il numero di ricoverati è molto alto, tra i 3000 e i 5000 pazienti, e il lungo processo di cura di stampo freudiano/junghiano richiede un gran numero di operatori e psichiatri.

Sebbene la legge Basaglia3 venga emanata nel 1978, la chiusura dei manicomi è demandata alle singole istituzioni sanitarie regionali. In Campania, ad esempio, gli istituti vengono definitivamente chiusi solo alla fine degli anni ’90. La principale difficoltà consta nel ricollocare coloro che sono già stati internati.

Accanto ai manicomi, intesi come istituzioni sanitarie pubbliche, nascono anche cliniche private, in cui opera lo stesso personale del servizio pubblico. Si tratta di strutture in cui i più abbienti mandano i propri ‘pazzi’ per garantire loro una migliore qualità di vita.

Ancora oggi non è possibile sapere con precisione cosa avvenisse in queste strutture, pubbliche o private: molta della documentazione prodotta è andata perduta. Una delle testimonianze più interessanti è quella dei giornali. I manicomi, infatti, sono chiamati a redigere produzioni scritte, simili a rivista scientifica, a scopo divulgativo. In esse i i medici riportano le loro osservazioni, i loro studi, i casi più interessanti.

Il caso emblematico di Maria Vittoria permette di riflettere su quanto il possesso di beni può incidere sul trattamento riservato alle donne nei reparti manicomiali. È possibile osservare dei cambiamenti nelle dinamiche di cura e di controllo quando la gestione di questi beni passa effettivamente alle famiglie?

Le donne corrono il rischio di essere rinchiuse in manicomio nel momento in cui la perdita del patrimonio può diventare fonte di profitto per i loro stessi familiari. Il caso di Maria Vittoria rientra proprio in questa dinamica.

Ricca vedova con otto figli, Maria Vittoria è una donna che si accompagna a una sessualità molto vivace e si dedica a vari amanti. A dimostrazione di ciò rimangono diverse lettere da lei scritte, in cui utilizza un linguaggio molto esplicito. È proprio su questa documentazione che viene costruita la sua diagnosi di infermità mentale. Nel momento in cui inizia a valutare di unirsi in seconde nozze, i figli temono di perdere l’eredità. Il figlio maggiore, che esercita la professione di avvocato, intuisce di poter utilizzare l’istituzione manicomiale a proprio favore, arrivando anche a minacciare il direttore sanitario in caso di mancato ricovero della donna. Infatti, solo il personale di un manicomio pubblico può testimoniarne l’incapacità di intendere e volere necessaria a privarla dei suoi beni. Una volta internata, Maria Vittoria, ancora in pieno possesso delle proprie facoltà, lamenta principalmente l’assenza di corrispondenza. Inizialmente ignara delle macchinazioni dietro al suo internamento, comprende la verità solamente quando constata il completo abbandono da parte dei figli. La donna morirà in manicomio, senza mai riuscire a uscirne.

All’indomani della chiusura dei manicomi, come si sono evolute la cura psichiatrica e la gestione da parte delle famiglie? Cosa ci insegnano le esperienze del passato?

Se da un lato è vero che l’orrore dei manicomi è terminato, dall’altro il Sistema Sanitario Nazionale è sottoposto a numerosi tagli e difficoltà economiche, che impediscono una cura efficiente degli alienati.

L’unica forma di ‘costrizione’ oggi attuabile è quella del Trattamento Sanitario Obbligatorio, ma che si può applicare solo in momenti di estrema crisi e soltanto per quindici giorni.

La cura delle patologie mentali si appoggia principalmente sulle cliniche private dove, con un’intensa opera di persuasione, le famiglie possono convincere i propri cari a farsi curare. Il mondo manicomiale non è finito – ha semplicemente cambiato volto.

Note:

  1. Espressione che dà il titolo al primo capitolo del libro. ↩︎
  2. Si riporta, di seguito, l’art. 1: «Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo o non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi. Sono compresi sotto questa denominazione, agli effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere. Può essere consentita dal Tribunale, sulla richiesta del Procuratore del Re, la cura in una casa privata, e in tal caso la persona che le riceve ed il medico che le cura assumono tutti gli obblighi imposti dal Regolamento. Il direttore di un manicomio può, sotto la sua responsabilità, autorizzare la cura di un alienato in una casa privata, ma deve darne immediatamente notizia al procuratore del Re e all’Autorità di pubblica sicurezza.» ↩︎
  3. Legge 13 maggio 1978, n. 180, Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori. ↩︎

Lascia un commento