di Giuseppe Sabatino
Nonna mi accoglie a braccia aperte. Sono di nuovo qui, sulla soglia di questa casa: chiudo la porta d’ingresso alle mie spalle; nonna si dirige in cucina, trascinando le pantofole come al solito. Varco il corridoio principale, in linea retta: la piccola cucina è situata a pochi passi, proseguendo diritto dall’ingresso.
D’un tratto, i miei passi mi risultano essere come in una scena di un film girato in slow-motion: pesanti, lenti. Piede destro avanti, piede sinistro indietro e così via. L’intera casa pare odorare di stantio, forse di muffa; no, semplicemente l’aria di una casa che accoglie una donna non più giovane e che, un tempo, accoglieva anche nonno.
«Vieni, entra» dice, invitandomi a sedere al tavolo della cucina.
Mentre i ricordi di una vita passata, fatta di giochi infantili, come nascondino con mio fratello minore, cominciano a mescolarsi nella mia testa, mi accomodo nella piccola cucina e mi siedo al tavolo.
«Vuoi qualcosa da mangiare? O magari vuoi bere, a nonna?» dice, con quella sua voce debole e rauca, ormai segnata dall’età.
«Grazie. Sto a posto così per il momento.»
«Qui sei a casa tua, lo sai. Se vuoi qualcosa non devi manco chiedere». Ha un candido e rugoso sorriso stampato sul volto. Sembra la modella attempata di un quadro ultimato dopo anni.
I quadri, sì. A proposito dei quadri: nonno amava dipingere e creare. Infatti, ho subito gettato gli occhi sulle piccole e imprecise sculture da lui ideate, mentre percorrevo il “tunnel dei ricordi”. Quel corridoio semibuio, da bambino, mi metteva un certo disagio, soprattutto a causa delle statue riposte in una bacheca. In penombra, distorte dalla prospettiva, queste apparivano ancora più mostruose di quanto già non lo fossero.
Le opere d’arte di nonno erano figure deformi, o quantomeno astratte: soprattutto quelle dei suoi quadri. Le opere scultorie raffiguravano umanoidi, e da piccolo mi sembravano le statue dell’Isola di Pasqua, che vidi per la prima volta in un documentario insieme a lui.
Mi soffermo nuovamente su odori e sensazioni. La cucina profuma di carne e cipolla. In alcune giornate avrei giurato di sentire odore di dolci; in altre odore di pesce, di fritto, di aglio.
Volgo il capo in direzione dei mobili a destra, dove è situato un forno da cucina. Il ricordo di nonno mi affiora alla mente: lo vedo mentre affetta le verdure con un coltellaccio su un tagliere, per poi riporle in un contenitore. Posa il tagliere nel lavabo: lo stesso tagliere dove sfilacciava e affettava ogni tipo di carne e pesce. Peccato che da piccolo non mi piacesse quasi mai niente, soprattutto il cibo a base di pesce, che era la sua specialità.
Sono totalmente in balia di quei lieti ricordi che mi assorbono e plasmano. Mi proietto in epoche remote dei recessi della mia mente, sogno a occhi aperti, come se avessi il potere di viaggiare indietro nel tempo, e infine torno di colpo alla realtà.
Nonna non è più seduta di fronte a me. Ora sta separando le salsicce crude dallo spago, immagino per la cena di questa sera.
Ha ospiti, mi dico. Forse zio sarà a cena qui: lo fa spesso, non ha mai perso le vecchie abitudini. Credo che zio sia un po’ come me: nostalgico, tradizionalista, malinconico. O forse sono soltanto io così. Così, come dire… legato al passato in modo indissolubile. Forse sto lavorando troppo di fantasia, forse sono io l’ospite tanto atteso della serata.
Decido di alzarmi da tavola e di uscire nel disimpegno adiacente. Voglio lasciarmi avvolgere dai profumi di tempi passati. Le mura del corridoio che portano alle varie stanze sono tappezzate di quadri, con figure astratte e non. Nonostante la penombra, mi cade l’occhio su un dipinto su lastra in legno. Non ho bisogno della luce per ricordare la bizzarra inventiva di nonno. Da oggetti di varia forma e materiale riusciva a ricavarne qualsiasi cosa di artistico: della sabbia indurita si trasformava in una statua, le lastre di legno si trasformavano in quadri, le scatole di cartone diventavano il fortino perfetto per il me ancora bambino.
Accendo le luci di quella specie di museo e scruto con maggiore attenzione i dipinti. Dirigo lo sguardo verso il muro di fronte, accanto alla porta della cucina, dove c’è un quadro ambiguo e grottesco. Raffigura un uomo dalle fattezze asiatiche, occupa quasi tutta la tela e indossa una tunica scura e una bandoliera – forse è di un militare o paramilitare del Medio Oriente – che ne accentua l’aspetto minaccioso. Ma è un dettaglio in particolare a renderlo più inquietante: l’interno rosso del cappuccio è imbottito in modo da ricordare una fila di denti mostruosi, tanto che sembra aprirsi una bocca sanguinante, mentre gli occhi vitrei e imbrattati di trucco, indecifrabili, conferiscono alla figura un aspetto capovolto, come se la bocca fosse in alto e il viso sotto di essa.
A un’osservazione più attenta, naturalmente, così non può essere; eppure lo suggerisce la prospettiva. Una sciarpa scura, tirata a mo’ di passamontagna, gli copre naso e bocca, aggiungendo ulteriore mistero.
Proseguo lungo il corridoio, svolto a destra e scorgo l’ennesimo dipinto astratto. I colori usati sono il verde e giallo: forse si tratta di un paesaggio, una distesa, una landa desolata. Mi ricorda il bosco di Capodimonte, dove nonno mi portava sempre quando ero bambino.
Ora, sono nel lato del disimpegno adiacente al bagno e alla camera da letto. Scruto uno dei miei dipinti preferiti: un quadretto raffigurante nonna. O almeno, da piccolo mi piaceva pensare che fosse così. La donna raffigurata le somiglia tantissimo: capelli neri e corti – così nonna li portava da giovane; ora li porta ancora corti, ma sono ingrigiti dall’avanzare dell’età –, occhi privi di dettagli, solo due cerchi chiari, quasi senza bulbi, come nei primi esperimenti rudimentali degli animatori del secolo scorso, e pupille scure, con quel taglio stretto tipico del suo sguardo. Anche il colore chiaro della pelle, la forma del viso, la corporatura… Persino la vestaglia rosa: se ne vede solo la parte superiore, dalle spalle al petto. Insomma, tutto, in quel quadro, me la ricorda.
Mentre sono sulla soglia della camera dei nonni, osservo il loro letto. Il sole sta calando ed è autunno. I ricordi mi attraversano, proiettandomi indietro nel tempo, a quando ero bambino.
Nonno si assopiva sul suo morbido e vecchio letto matrimoniale, al lato della piccola finestra a muro, con la persiana leggermente abbassata, mentre gli uccelli cantavano. Lo faceva sempre: riposava il pomeriggio, in qualsiasi giorno della settimana.
Batto le ciglia: di nuovo il calar del sole. Rieccomi tornato alla realtà; è soltanto il passato che fa capolino nella mia testa. Un leggero venticello mi sferza in volto. Mi avvicino alla finestra: fuori, foglie marroni si sollevano nel vento autunnale. Riguardo il letto. Lui non c’è più.
Ripercorro al contrario il corridoio con un vuoto nello stomaco, ma prima di svoltare a sinistra per ritornare da nonna, osservo con attenzione il dipinto di un magnifico uccello, forse un colibrì dal becco lungo e scuro, piccoli occhi, piumaggio con sfumature gialle e marroncine, petto bianco, pois neri. «Volano in alto e veloce» diceva nonno. È uno dei suoi quadri in formato ridotto più belli, secondo me.
Ritorno verso la cucina: non faccio caso a quello che fa nonna, osservo il tavolo. Riavvolgo il nastro della mia vita, colpito in pieno da un altro flashback.
«Volano in alto e veloce».
Osservo nonno mentre disegna un colibrì. È così bravo. Io ci ho provato a disegnarlo, a disegnare di tutto, ma lui è assai più bravo di me. Ha appena finito di fare le sfumature a matita. Ora, con i pastelli che stavo utilizzando per disegnare la versione brutta del mio colibrì, sta colorando il piumaggio della bestiola. Ha indosso degli occhiali da vista: li usa soltanto quando legge, scrive, disegna e dipinge. Io ci vedo bene, sono ancora piccolo e i miei occhi sono giovani. Ci riprovo, ma niente: non riesco a disegnare come lui. Ho cercato di disegnare una casetta, che somigliava più a un palazzo condominiale, e l’ho colorata con i pastelli, senza nemmeno fare il disegno.
Sono solo un bambino, mi dico. Da grande diventerò bravo come te, nonno. Ora è normale che sia tutto storto, deforme, che i miei disegni siano così brutti.
«Guarda ccà, a nonno. Guarda comm’ è bello» dice, mostrandomi il colibrì ultimato. Lo è davvero: somiglia a quello del quadro.
«Da grande sarò bravo come te. Disegnerò uccelli, case e molto altro, nonno».
Lui mi guarda dritto negli occhi, un accenno di sorriso, lo sguardo sopra la montatura di plastica degli occhiali calati all’ingiù, poi mi restituisce il foglio col colibrì.
È così bello, magnifico.
Così si interrompe l’inesorabile flusso dei miei pensieri. Nonna mi scruta pensierosa. Credo abbia notato il mio sguardo assente, avvolto nei ricordi. «Stasera mangi qua. Te fa piacere?» dice, cogliendomi alla sprovvista.
«Ehm… sì. Sì, va benissimo» ribatto esitante, ancora sconvolto dai troppi ricordi. Allora sono io l’ospite, stasera.
Mi siedo di nuovo al tavolo; nonna ha appena finito di pelare le patate. Mi accorgo solo adesso che siedo al posto di nonno. Lui non c’è più. È come un colibrì in alto nei cieli, che veglia su di noi. Ora sono grande, nonno. Un bel giorno ci rivedremo.
Vola in alto e veloce, mi raccomando.
In foto: Colibrì, A. Aiale.

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