In copertina: dall’affrontata di Rombiolo, 2026. Si ringrazia Elena Solano per il contributo.
Ogni anno a mezzogiorno, terminata la messa, si usciva dalla chiesa, trascinandosi dietro l’odore pungente di incenso misto a quello più dolce del legno. Odore che sarebbe rimasto addosso, sui vestiti e sui capelli, per il resto della giornata, mescolandosi a quello della pasta al forno e del cioccolato. Odore che per me, da sempre, identifica la Pasqua.
Per chi — come nel mio caso — abitava in una frazione, quello era il momento di salire in macchina e scendere al paese più vicino. Si cercava di partire con un certo anticipo, eppure, puntualmente, trovare parcheggio diventava un’impresa. Nei giorni di festa, il paese si ripopolava e persone e automobili riempivano ogni spazio disponibile.
Ci si ritrovava, poi, al solito incrocio, accanto alla piazza. Una strada lunga, in discesa, che, ad un certo punto, si biforcava, con una casa grigia a fare da angolo nel mezzo, quasi fosse stata costruita lì all’esatto scopo di dividere la scena. In fondo alle due stradine avevano già preso posto due grandi statue: la Madonna a sinistra, il Cristo a destra.
Erano a grandezza d’uomo, pesanti, montate su strutture di legno rettangolari — le stesse utilizzate per le processioni nelle feste patronali. Dai lati sporgevano lunghi bastoni, che i portantini — almeno quattro per ciascuna statua — sistemavano sulle spalle. Ricordo i visi, concentrati e attenti, degli uomini vessati dal peso, le mani serrate attorno al legno, le scapole incassate. Ogni tanto qualcuno sistemava la presa o cercava di scaricare il peso sulle ginocchia e la statua oscillava ritmicamente, come barche mosse dalle onde. La fatica sui loro volti era evidente, ma era accettata e, anzi, ricercata, per tradizione e devozione.
Il Risorto portava una lunga veste rossa, che lasciava scoperta una spalla e parte del petto, a mostrare la ferita sul costato da cui scorrevano, dipinti, acqua e sangue. La mano destra era alzata in atto di benedizione, con il segno del chiodo ben visibile al centro del palmo. I capelli, lunghi e scuri, incorniciavano un volto giovane, sereno, senza barba. Il capo, inclinato in avanti, era avvolto da un’aureola dorata.
La statua della Madonna, in quell’occasione, appariva completamente diversa da quella riccamente decorata di fiori delle processioni, pur essendo la stessa. Un lungo velo nero le nascondeva i vestiti e la corona, lasciando scoperti solo il viso e le mani aperte, coi palmi rivolti verso l’alto, da cui pendeva un rosario. Il volto non era stato dipinto per essere quello segnato e invecchiato dell’Addolorata; nonostante conservasse il lieve sorriso e le guance rosate, il nero del velo lo trasformava, rendendolo più cupo. Cupo come le nuvole all’orizzonte, che, ogni anno, minacciavano pioggia, ma che sembravano ogni volta avere la pazienza di aspettare che il rito terminasse.
Al centro dell’incrocio la statua di San Giovanni, più piccola e leggera, era in attesa. Era rivolta verso destra — verso il Risorto — le mani protese in avanti, come colto nell’atto di parlare. Indossava una tunica verde, legata in vita da una corda, e un mantello rosso.
In un angolo, ancora in silenzio, c’era la banda: i rullanti immobili, la grancassa pronta, qualche strumento a fiato fatto rigirare tra le mani. Intanto, la strada, la piazza, i balconi si riempivano di persone, in un frastuono di voci.
Poi si iniziava, solitamente a mezzogiorno e mezzo. Un attimo solo, impercettibile agli spettatori, che rispondeva a un preciso gesto di coordinamento tra i portantini di San Giovanni e la banda: partito il primo colpo di rullante, calava il silenzio.
Accompagnata da un ritmo lento, scandito, la statua di San Giovanni si muoveva e si dirigeva verso il Risorto. Arrivatavi davanti, si fermava e i portantini piegavano appena le ginocchia.
Era così che San Giovanni, il “discepolo amato”, si inchinava al Cristo Risorto.
Restava fermo qualche secondo, poi si rialzava e si voltava con un mezzo giro eseguito con maestria e rapidità. Il gesto faceva sventolare il mantello, che si avvolgeva attorno alla statua. Poi San Giovanni ripartiva, sempre accompagnato dal ritmo del rullante e il movimento liberava la piccola figura dall’abbraccio del tessuto rosso.
Ritornato sui suoi passi al centro dell’incrocio, dopo un ultimo sguardo al Cristo, si dirigeva verso la Madonna, lungo la via a sinistra. Giuntole innanzi, si fermava di nuovo e le due statue si fronteggiavano, in silenzio.
«Vedi?», era solito spiegarmi mio padre le prime volte che andavamo a vedere l’affruntata, «le sta dicendo che suo figlio è risorto».
San Giovanni si voltava ancora una volta e ripartiva verso il Cristo. Nel frattempo, la Madonna avanzava di qualche passo verso il centro dell’incrocio, con un lento oscillare che rivelava tutto il peso della statua. Quando il messaggero arrivava nuovamente davanti al suo Maestro, si fermava.
«Adesso», aggiungeva mio padre, «sta dicendo a Gesù che ha trovato sua madre».
E, sulla scia dell’apostolo, anche il Risorto cominciava a piccoli passi il suo cammino. Si continuava così per cinque, sei volte: San Giovanni faceva la spola, mentre le due grandi statue avanzavano lentamente una verso l’altra. Il ritmo del rullante si faceva man mano più incalzante, vi si univa la grancassa e il suono riempiva tutta la strada. I movimenti diventavano sempre più rapidi e decisi, finché la statua di San Giovanni iniziava a correre, sobbalzando sulle spalle degli uomini che la reggevano.
Si arrivava così al momento più atteso, quello in cui il Risorto e la Madonna erano ormai quasi vicini.
All’improvviso, ad un cenno dei portantini di San Giovanni, le due grandi statue partivano di corsa, colmando la breve distanza che li nascondeva l’uno alla vista dell’altra, oltre la grigia casa ad angolo.
Madre e Figlio si trovavano finalmente l’uno di fronte all’altra; San Giovanni, i cui portantini erano ormai paonazzi e sudati, si fermava tra loro e si inchinava. In quell’istante, qualcuno tirava una corda e il velo nero della Madonna cadeva all’indietro, rivelando il lungo mantello azzurro punteggiato di stelle. Era un gesto di delicata importanza: bastava che il velo cadesse male, che si impigliasse o si strappasse, perché subito di parlasse di cattivo auspicio.
La banda al completo partiva a suonare, ai rullanti e alla grancassa si univa la voce squillante degli strumenti a fiato, e la folla scoppiava in un applauso.
Poi, lentamente, tornava la quiete. Qualche volta iniziava a piovere. Le tre statue venivano portate in processione verso la chiesa, accompagnate dalla banda. La strada, la piazza e i balconi si svuotavano. E noi, dopo aver saluto qualche conoscente, tornavamo alla macchina, pronti a rientrare a casa per il pranzo di Pasqua.

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