di Giuseppe de Sando
Per riuscire a infilarle e custodirle in ogni tipo di tasca e sentirne meno ingombra la presenza, uso agendine con fogli minuscoli e fragili, in cui fisso, costretto dalla finitudine del tempo, la facoltà di prendere contatti.
Sono piccoli feticci di carta, prigioni tascabili dove l’Altro viene ridotto a una sequenza alfanumerica, a una grafia che col tempo si fa incerta, come se l’inchiostro stesso avvertisse l’inevitabile sbiadire del legame.
Ma allorché giunge l’ora spietata di sostituire la vecchia agendina ormai consunta con una nuova, accade un paradosso ontologico: saranno proprio le persone che verranno escluse da questo travaso a darmi l’impressione ch’io abbia vissuto più vite.
Nel momento in cui decido di non copiare un nome, quello smette di appartenere al mio presente e scivola nel limbo del mito o dell’oblio. Nomi, numeri e indirizzi rappresentano allora il mio itinerante reliquiario; e mentre trascrivo i superstiti sulla carta immacolata della nuova agenda, mi rendo conto ancora una volta di quanto siano stati illusori e vani certi rapporti. Mi accorgo di come, per intere fette di vita, non rimanga neppure una minuscola, scolorita riga consunta.
È una forma di chirurgia dell’anima: per cambiare vita, a me basta aggiornare agendine, depennare nomi, trascrivere indirizzi. È un esercizio di potere silenzioso, quasi divino. Decido chi ha ancora diritto di cittadinanza nella mia memoria e chi, invece, deve essere condannato all’esilio.
Si prende allora la vecchia agenda e si compie il sacrificio: si fa spazio per inserire il nuovo. Si cancellano indirizzi di strade con le loro architetture e i loro palazzi, case dove si è forse entrati qualche volta e che da ora, probabilmente, si ignoreranno per sempre. Luoghi che si cercherà di rifuggire, come scene di un crimine o di un amore fallito. Numeri le cui univoche sequenze suscitavano brividi o noia, e che ora devono essere rimossi per non intasare il flusso del divenire.
Ma, soprattutto, si cancellano i nomi che si sono persi, i “morti per la nostra vita”: è lì che la filosofia del distacco si scontra con la psicologia del lutto. Cancellare un nome significa ammettere che il volto associato è diventato un’astrazione, un rumore di fondo nel caos dell’esistenza.
Bisognerebbe cominciare a compilare agende fin dall’infanzia e poi religiosamente conservarle, come una stratigrafia del sé. Ogni agenda sarebbe un anello del tronco del nostro albero interiore. Quando infine non si vorrà avere più contatti, quando la stanchezza del vivere prenderà il sopravvento sulla curiosità del conoscere, ne staccheremo allora i fogli e li metteremo tutti in fila, cronologicamente.
Li useremo per prendere coscienza di come si sia evoluto e quanto, però, sia stato inutile ed effimero il nostro esistere: una lunga lista di persone che abbiamo creduto indispensabili e che ora sono solo grafite polverizzata.
Può anche accadere che a certi nomi non riusciamo più ad associare nulla. Guardiamo quella riga e vediamo solo lettere che non raffigurano più, con la loro semantica, fisiognomiche un tempo a noi familiari.
Ed è qui che il rito del travaso, quest’anno, ha preso una piega diversa.
Stavo completando l’ultima pagina della nuova agenda, la “Z”. Avevo già scartato decine di nomi. La vecchia agenda giaceva sul tavolo, sventrata, con le costole di cartone spezzate. Mi apprestavo a scrivere l’ultimo contatto, un vecchio compagno di studi che non sentivo da decenni ma che, per una sorta di pigrizia scaramantica, portavo con me di anno in anno.
Ma quando ho accostato la penna al foglio nuovo, la mano ha iniziato a tremare. Non ero io a scrivere. La penna si muoveva con una volontà autonoma, frenetica, tracciando nomi che non conoscevo. Nomi dai suoni gutturali, mai sentiti. Indirizzi che non indicavano vie cittadine, ma coordinate celesti o profondità abissali: «Via delle Ombre Lunghe, 0», «Piazza del Vuoto Centrale».
Ho provato a fermarmi, ma il mio braccio era diventato un’estensione dell’agenda stessa.
E mentre guardavo con terrore, ho visto i nomi che avevo appena depennato dalla vecchia agenda riapparire spontaneamente sulla nuova, ma in fondo alla pagina, in una colonna che non avevo tracciato. Non erano più scritti in blu o in nero, ma in un rosso brunastro che pareva pulsare.
Sotto la colonna dei nomi “morti per la mia vita”, è apparsa una scritta nitida, in una grafia che riconobbi con un brivido: era la mia, ma più ferma, più antica. Diceva: «Nulla si cancella, si sposta soltanto di piano.»
Improvvisamente, la stanza si è fatta gelida. Ho sentito un fruscio provenire dalla vecchia agenda abbandonata. I fogli che avevo deciso di non trascrivere hanno iniziato a sollevarsi, staccandosi dalle cuciture come farfalle dalle ali spezzate. Volteggiavano nell’aria, ma non erano più semplici pezzi di carta. Ognuno di essi portava con sé un peso, un respiro.
Quei nomi, quegli indirizzi che avevo creduto di poter eliminare con un semplice tratto di penna, stavano prendendo consistenza fisica. Ombre bidimensionali hanno iniziato a staccarsi dalle pareti, figure fatte di carta e inchiostro che assumevano i lineamenti di chi avevo tradito col mio oblio. Erano decine. Mi fissavano con occhi che erano solo buchi neri a forma di zero, i numeri dei loro telefoni incisi sulla pelle diafana.
«Hai cercato di farci spazio,» sussurrò una voce che sembrava il fruscio di mille pagine sfogliate dal vento. «Ma lo spazio che hai creato non è vuoto. È il nostro.»
In quel momento ho capito l’errore fondamentale della mia filosofia. L’agenda non era un diario del mondo esterno, era la mappa della mia stessa architettura interna. Cancellando loro, avevo rimosso le pareti portanti della mia realtà.
Ho guardato le mie mani. Stavano diventando sottili, semitrasparenti. La mia pelle assumeva la consistenza della pergamena. Le vene non portavano più sangue, ma un inchiostro scuro che scorreva lento verso le punta delle dita.
Ho cercato di afferrare l’agenda nuova per scrivere il mio nome, per assicurarmi un posto nel prossimo anno, ma la penna era diventata pesantissima, un pilastro di piombo. Le figure di carta si sono fatte vicine, circondandomi in un abbraccio secco e polveroso.
L’ultima cosa che ho notato, prima che la vista mi si appannasse come una riga di inchiostro scolorita dal sole, è stato il rinnovato feticcio sul tavolo. Si è chiusa con un colpo secco, senza che nessuno la toccasse.
Sulla copertina, non c’era scritto l’anno venturo. C’era scritto solo: Volume I: Archivi del Mai Stato.
Ora abito tra la pagina 44 e la 45 di un’agenda tascabile, infilata in una tasca di un cappotto che nessuno indossa più. Sono un nome senza numero, un indirizzo che conduce a una porta che non è mai stata costruita.
E aspetto, in questo silenzio di cellulosa, che qualcuno compia il prossimo errore: quello di credere che per cambiare vita basti un tratto di penna.
In copertina: Il bibliotecario, di Giuseppe Arcimboldo.

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