Ricominciare, come fratelli

Come fratelli, uscito nel giugno dello scorso anno, è un film diretto dal veneto Antonio Padovan e racconta la storia di due amici acquisiti, Giorgio e Alessandro, i quali decidono di unire le proprie forze per crescere i rispettivi figli e vivere insieme. No, non è la storia di due ragazzi che col passare del tempo, condividendo momenti e medesimi spazi, si innamorano, bensì quella di due giovani adulti che si ritrovano vedovi nello stesso momento a causa della medesima tragedia: un incidente d’auto che provoca la morte delle rispettive mogli, Melissa e Sabrina, amiche inseparabili dai tempi dell’infanzia. Queste, dopo circa un mese dal parto, –sì, partoriscono nello stesso giorno, essendo rimaste in cinta nello stesso periodo ed, entrambe, di un maschio– decidono di passare una serata in compagnia l’una dell’altra, come sono solite fare; tuttavia, quella che sembrava una serata di riappropriazione della propria mondanità di giovani donne, questa volta da madri, finisce tragicamente con la morte di ambedue. Una vita assieme, e per una sfortunata coerenza, anche la morte. Giorgio e Alessandro, si ritrovano, così, alle prese con una vita da ragazzo-padre. Inusuale questo accostamento di sostantivi, vero? Non si usa molto, ma in questo film ne è l’essenza.

Insomma, uno rimane a casa propria, l’altro è costretto a tornare a casa dei genitori, i quali lo aiutano, naturalmente, per quanto concerne la gestione quotidiana del figlioletto, ma non sempre gli rendono le cose più facili di quello che sono o potrebbero essere, sotto l’aspetto psicologico-emozionale. Ad un certo punto, iniziando ad accusare la solitudine, Alessandro –quello con propria dimora– propone a Giorgio di trasferirsi nella propria casa, poiché, in questo modo, i bambini avrebbero avuto un compagno di giochi instancabile e i due padri un aiuto reciproco nell’altro, sia a livello pratico che, benché non se lo dicano chiaramente, emotivo. Si sa, al contrario della felicità, che se condivisa raddoppia, il dolore, se distribuito, non pesa in minor misura (o forse sì?), ma una spalla, su cui appoggiarsi in momenti di fragilità, può sostenere gentilmente, silenziosa, ma presente. Dunque, benché all’inizio tentennante e dubbioso, Giorgio accetta.

Si rivela interessante scoprire come i due amici e compagni di sventura, o avventura, e ormai di vita, affrontino il dolore provocato dalla perdita, e si distingue quasi subito colui che “corre ai ripari” cercando presto una donna, anzi qualcuno che colmi un vuoto enorme, finendo, così, per sbattere contro molte conoscenze, che non lo portano all’instaurazione di alcun legame significativo; e colui che, al contrario, si focalizza sul lavoro e rifugia momenti di nuova socializzazione.

Un film dalla sceneggiatura originale, ideata da Martino Coli: l’esperienza di due giovani ragazzi che, rimasti vedovi, decidono di aiutarsi l’un l’altro, andando a vivere assieme e crescendo i figli nella stessa casa, non a caso, a ripresa del titolo, come fratelli, non è stata spesso rappresentata al cinema; probabilmente, per alcuni è stata la prima visione di una storia di vita di questo tipo ed è questo che la rende interessante. Dal momento che essere catapultati in questa storia provoca uno stupore che, in qualche modo, destabilizza, scaturisce, immediatamente dopo di esso, l’interrogarsi su questa reazione stupita: sarebbe nata nel pubblico la medesima sensazione, se al posto di due padri avessimo visto due ragazze-madri? Vale a dire: si sarebbe trovata così originale una situazione in cui, innanzitutto, due giovani donne si ritrovano a badare ad un figlio autonomamente, senza la seconda presenza genitoriale? In secondo luogo, sarebbe stato apprezzato allo stesso modo in cui è stato apprezzato per i due padri, il tentativo di unire le forze e usufruire dell’aiuto e del sostegno dell’altra in un momento difficile? O ci saremmo piuttosto aspettati, che esse, in modo separato e autonomo avrebbero dovuto cavarsela, in qualche modo, anzi in modo almeno dignitoso, nel barcamenarsi tra la solitudine emotiva e l’assenza di un concreto aiuto quotidiano? Se nasce questo stupore, cosa lo genera? Da dove arriva? Nasce dall’assenza di grandi precedenti sullo schermo, o nella vita di tutti i giorni?

Infine, nel momento in cui, uno di questi due uomini, si innamora nuovamente, l’altro percepisce questa felicità come un tradimento nei propri confronti: pare sentirsi abbandonato, ancora una volta; sente che è arrivato veramente il momento di voltare pagina, un nuovo capitolo sta iniziando. Riscontra delle difficoltà, probabilmente perché non ha ancora trovato il modo di superare la perdita avuta anni prima e che ha segnato, da quel momento in poi, tutta la sua vita e quella del figlioletto. Tuttavia, l’ultima scena del film, così genuinamente bella, riappacifica le sensazioni contrastanti vissute dai protagonisti, e probabilmente anche dagli spettatori, o almeno le allevia, nel mostrare i due bambini giocare nella loro cameretta condivisa, vicino al letto a castello, trasmettendo la sensazione che tutto abbia trovato un equilibrio e un giusto riposizionamento vitale, e che, dopotutto, si può sempre ricominciare.

Immagine tratta dal trailer del film Come fratelli (Padovan, 2025)

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