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per scoprire il mondo da una prospettiva umanistica


Triennale in Lettere. Intervista alla prof.ssa Valentina Gallo.

In copertina: fermo immagine da I tre giorni del condor (1975) di Sydney Pollack

Valentina Gallo è professoressa associata di Letteratura italiana, nonché Presidente del corso di Laurea triennale in Lettere presso l’Università degli Studi di Padova.

Per iniziare, ha un libro preferito? O delle letture che hanno avuto per Lei un significato speciale? In generale, come descriverebbe il Suo rapporto con la lettura?

Non posso dire di avere un unico libro preferito. Posso, però, tra le mie ultime letture, individuarne due che mi hanno particolarmente colpita. Non sono lettrice di poesie e, a maggior ragione, vorrei iniziare citando Wisława Szymborska (1923-2012), poetessa polacca e premio Nobel per la letteratura nel 1996. È una poetessa capace di far confliggere la metafisica con gli gnocchi al pomodoro: ha questa straordinaria capacità di cogliere nella quotidianità il riverbero di qualcos’altro di più profondo – un atteggiamento, a mio parere, molto femminile.

Tutto

Tutto –

una parola sfrontata e gonfia di boria.

Andrebbe scritta fra virgolette.

Finge di non tralasciare nulla,

di concentrare, includere, contenere e avere.

E invece è soltanto un brandello di bufera.

Un’altra bellissima poesia della stessa autrice è In lode di mia sorella, scritta per una sorella che, al contrario, non si dedica alla scrittura poetica.

La seconda autrice che mi ha segnato profondamente è la sudcoreana Han Kang (1970-), premio Nobel per la letteratura nel 2024. È una scrittrice che riesce ad esprimere il dolore collettivo attraverso quello personale e così ha saputo raccontare la storia della Corea del Sud secondo la prospettiva individuale dei suoi personaggi femminili. Un dolore, quello che descrive, sempre legato a un esercizio della violenza, subìta come individuo e come popolo.

Con la lettura ho un rapporto che definirei “consolatorio”. Dire che la lettura è un rifugio può sembrare un po’ rinunciatario. In realtà, la intendo come rifugio dalla frenesia del mondo: uno spazio di silenzio, di calma, di solitudine, in cui ritrovarsi. Leggere significa immergersi in una storia, in una trama, farsi artefici di uno spazio in cui coltivare un pensiero dialogico. La letteratura, infatti, ci pone degli interrogativi, ci costringe a pensare.

Da ragazza ero una lettrice onnivora. La passione per la lettura mi è stata trasmessa per via materna da mia madre e mia nonna, entrambe grandi lettrici di generi diversi. La biblioteca dei nonni era il mio rifugio, il luogo in cui potevo “saccheggiare” la loro raccolta e trascorrere delle estati molto belle.

Parlando della poesia di Wisława Szymborska ha fatto riferimento a un «atteggiamento femminile». Secondo Lei è possibile riconoscere il genere di un autore dalla scrittura?

Non ho una risposta chiara ed è certamente difficile generalizzare. Direi, però, che lo sguardo delle autrici si è definito per secoli, in dialettica, rispetto a quello maschile. Storicamente, lo spazio dell’io maschile ha sempre occupato i piani alti, mentre l’io femminile è stato relegato ai piani bassi dello sgabuzzino, del ripostiglio delle scope, della cucina. In questo senso, credo che per molte generazioni le donne siano state abituate a guardare il mondo da questa prospettiva. Ciò, d’altro canto, può rappresentare un vantaggio: evita il facile eroismo e le visioni mitizzanti.

Secondo il più recente report Eurostat (2024), l’Italia è tra i paesi europei con il minor numero di lettori. Cosa risponderebbe a chi considera la lettura e la letteratura un esercizio “inutile” o privo di valore concreto?

Per rispondere a questa domanda, vorrei partire da una riflessione su un film che ho amato moltissimo, I tre giorni del Condor (1975) di Sydney Pollack1. È un film che risponde sicuramente ai canoni cinematografici del tempo: un thriller – una spy story – dai tempi lenti. Lo potremmo definire un action movie “al rallentatore”, vista la frenesia del montaggio e della narrazione a cui ci ha abituati il cinema di oggi. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di James Grady e, a mio parere, costituisce uno dei rari casi in cui la trasposizione cinematografica risulta più riuscita dell’opera letteraria. Il protagonista, interpretato da un giovane Robert Redford (1936-2025), è Joseph Turner, agente della CIA. Il suo compito è quello di leggere: è chiamato a ipotizzare possibili scenari di conflitti geopolitici, individuare codici segreti e immaginare trame criminali a partire dalla lettura di racconti e giornali internazionali. Finisce così per svelare il piano di un petroliere che mira a costruire una situazione di instabilità in Medio Oriente al fine di trarne profitto economico – una trama decisamente molto attuale. Turner, il cui nome in codice è Condor, viene individuato come l’autore del rapporto incriminante e ha così inizio una serie di azioni per tentare di eliminarlo. Condor, che non è un agente operativo, rappresenta il riscatto del lettore, del topo di biblioteca: tutto ciò che sa, l’ha imparato dai libri che ha letto, e solo grazie a questo bagaglio di esperienze riesce a sottrarsi agli agguati che gli vengono tesi dai servizi segreti deviati.

Leggere serve proprio a questo: a vivere più intensamente, a vivere due, tre, quattro vite, a riflettere sul mondo. È uno spazio di potenziamento della nostra esperienza.

Sebbene il numero complessivo di lettori in Italia resti contenuto, si registra un aumento significativo tra i più giovani, incentivati da fenomeni mediatici come quello del BookTok2. A Suo avviso, esistono “letture di serie A” e “letture di serie B”?

Da storica della letteratura, cercherò di rispondere da un punto di vista storico. Il romanzo è stato per decenni, per secoli, un genere di tipo B. Alcuni di quelli che oggi consideriamo grandi classici (come l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto) sono stati a lungo considerati un sottogenere, un prodotto letterario di infima caratura. Manzoni, nella prima introduzione al Fermo e Lucia, definisce il romanzo il «genere proscritto» della nostra letteratura. Un genere, dunque, chiaramente ritenuto inferiore, in cui, eppure, generazioni di lettori si sono ritrovati, arrivando a definire un canone nazionale.

Per questi motivi, non credo che esista una letteratura di serie A o di serie B. O meglio, forse esiste, ma è una classificazione da affidare a una prospettiva storica.

Chi è la professoressa Valentina Gallo?

Comincerei da questo: sono una donna che ha fatto delle scelte personali e di formazione non convenzionali. Non mi sono sposata, non ho voluto figli e ho scelto un percorso di studi umanistico quando, per attitudine personale, avrei anche potuto sceglierne uno scientifico, assicurandomi una precoce e maggiore stabilità. Ho sempre preferito seguire le mie passioni e ho pagato – e continuo a pagare – per questa scelta, ma non me ne pento: ad oggi, posso definirmi una persona libera. Credo sia fondamentale assecondare le proprie inclinazioni; in caso contrario, l’esistenza diviene un carcere a vita.

Qual è stato il percorso di studi e di ricerca che L’ha portata a ricoprire il ruolo di docente presso l’Università di Padova?

Il percorso è stato lungo e accidentato. Dopo il diploma di liceo scientifico a Siracusa, ho proseguito gli studi in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma. Mi sono laureata in Letteratura teatrale con Franca Angelini3. Ho poi frequentato la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Roma, che mi ha regalato un’esperienza davvero bellissima. Nel 2003 mi sono addottorata in Studi storici di lingua e letteratura italiana presso l’Università di Roma Tre. Ho continuato il percorso accademico con una borsa di studio post-doc presso l’Università degli Studi di Padova. Sono stati, quelli, anni particolarmente bui per via dell’impasse istituzionale nel blocco delle assunzioni. Dal 2013 al 2016 sono stata Ricercatrice a Tempo Determinato di tipo A (RTDA) presso l’Università di Verona, per poi ottenere un contratto da Ricercatrice a Tempo Determinato di tipo B (RTDB) qui a Padova, divenendo professoressa associata al termine del triennio.

Nel Suo cammino formativo e professionale, ha avuto dei modelli (quotidiani, contemporanei, storici o “letterari”) di riferimento?

Quando ero piccola adoravo il personaggio di Pippi Calzelunghe.

Nonostante il rapporto non semplice con la mia relatrice di tesi, Franca Angelini, è stata una donna di cui ho stimato moltissimo l’intelligenza e l’apertura intellettuale. È stata un modello di studiosa a cui non mi sono neanche lontanamente avvicinata (anche per via dei diversi percorsi di attraversamento del testo), ma per me è stata indubbiamente un punto di riferimento molto importante.

Quale considera il momento più difficile del Suo percorso? E quale, invece, il più gratificante?

Il momento più difficile è arrivato dopo la laurea. Da un lato la scrittura della tesi mi aveva completamente assorbita ed esaurita; dall’altro, la laurea è un traguardo, forse soprattutto per i fuorisede, al di là del quale sembra non esserci nulla, se non il baratro. La fatica che si è fatta per raggiungere quel traguardo va risemantizzata, occorre trovarle un nuovo significato.

Mi sono ben presto scontrata con la scarsità di prospettive. Ho tentato molte volte il concorso per il dottorato, sempre con buoni risultati, ma ho dovuto aspettare per lungo tempo prima di vedermi effettivamente assegnare un posto.

L’evento più gratificante è stato tornare a Padova, nel 2016, città in cui ero arrivata per la prima volta nel 2003, in un periodo difficile della mia vita. Vi tornavo con una prospettiva di stabilizzazione, perché l’RTDB prevedeva, alla fine del triennio, il passaggio al ruolo di Associato. Era, finalmente, la liquidazione della precarietà.

Di cosa si occupa attualmente nella Sua attività di ricerca? Quali sono i temi o i testi che Le stanno più a cuore?

Mi occupo del Settecento, un secolo che amo molto. È un periodo che vanta traguardi civili straordinari: la messa in discussione della pena di morte e della tortura, l’affermarsi della laicità e del cosmopolitismo, la riflessione sul rapporto tra soggetto e natura, tra natura e progresso… È un momento di accelerazione del pensiero e delle idee, che poi implode, non tanto nella Rivoluzione Francese, quanto nella Restaurazione. Con il Trattato di Vienna si spalancano le porte ai nazionalismi, che sono, di fatto, la negazione di tutto ciò che era stato il Settecento. Se è vero che non si può idealizzare un periodo che ha avuto anche le sue contraddizioni, è altrettanto vero che il Settecento ha rappresentato un laboratorio intellettuale fecondissimo.

Ho una predilezione per i testi che spingono a porsi delle domande e, dunque, per il genere tragico, che pone l’individuo di fronte a grandi interrogativi. È in questo atteggiamento che mi riconosco. Personalmente, non riesco a prescindere da una prospettiva individuale: non che la folla mi spaventi, ma quando vi sono immersa ho la sensazione di perdermi. Il personaggio tragico rappresenta l’individuo che si confronta con il mondo e io sento molto mio questo tipo di solitudine.

L’interesse per la letteratura teatrale occupa un posto significativo nei Suoi studi e nelle Sue ricerche. Cosa La affascina di più di questa forma espressiva?

Il testo teatrale richiede, più di altre forme di testo, un’interpretazione, una cooperazione da parte del lettore. È una testualità in cui manca un codice, in quanto assente la mediazione dello sguardo del narratore. E, quindi, una battuta dal contenuto apparentemente scontato può anche voler dire il suo esatto contrario. Si tratta di una tipologia di testo che richiede un maggiore sforzo di comprensione e, pertanto, secondo me molto stimolante. E poi è un testo sempre multiprospettico: mancando il filtro forte di chi racconta/vede gli eventi, questi si rifrangono nelle diverse prospettive dei personaggi, costringendo lo spettatore/lettore a ricostruire il significato ricomponendo i frammenti.

Tra i numerosi impegni, Lei ricopre anche il ruolo di Presidente del Corso di Laurea triennale in Lettere. Le pongo una domanda volutamente provocatoria: ha ancora senso, oggi, un percorso di studi di questo tipo?

Oggi ha senso più che mai, perché c’è bisogno di costruire modelli alternativi di pensiero, di sviluppo, di valori, capaci di confrontarsi con quelli dominanti. Non voglio rappresentare la letteratura come uno spazio irenico, come un’isola felice, ma come uno spazio in cui il conflitto viene mediato dalla parola. Ed è nella parola che sta il pensiero: è uno spazio in cui si può riconoscere la violenza, darle un nome, allontanarla da sé o esprimerla in maniera non dannosa.

È ovvio, poi, che ad oggi questo debba fare i conti con modelli di sviluppo in cui è difficile trovare una propria collocazione. Lo scorso anno accademico, l’insoddisfazione degli studenti nei confronti dei seminari permanenti per l’acquisizione dei 3 CFU ha innescato un processo di proiezione dei profili in uscita dal corso di studio verso il mondo del lavoro. Ciò mi ha costretta a pormi la domanda: “cosa può fare uno studente al termine dei suoi studi?”. Con i colleghi docenti abbiamo aperto un tavolo di riflessione, concludendo che occorre dare agli studenti gli strumenti per intervenire nel reale e, quindi, anche quelli tecnologici, dal mondo dell’editoria alla salvaguardia del patrimonio culturale.

Per quanto il ruolo di Presidente sia faticosissimo – esercitarlo con serietà prosciuga molte risorse –, credo sia molto importante nel dare un indirizzo, aiutare i colleghi a ripensare le proprie discipline in un contesto, in un flusso che trascende la prospettiva individuale del singolo insegnamento.

A Suo giudizio, quali qualità dovrebbe possedere uno studente che intende iscriversi al corso di laurea in Lettere? Nella Sua esperienza, quali sono le maggiori difficoltà riscontrate?

Lo studente di Lettere deve essere un forte lettore, su questo non c’è dubbio. Dovrebbe essere anche una persona a cui piace scrivere e che sa scrivere bene.

Per chi non proviene da studi classici, il grande scoglio è sicuramente l’approccio con il latino. La lingua latina è una lingua più vicina alla matematica e alla logica, e questo a volte confligge con l’idea che abbiamo di un percorso di studio umanistico. 

Specularmente, quali caratteristiche dovrebbero distinguere un laureato in Lettere al termine del suo percorso? In particolare, quale valore aggiunto può dare il nostro Ateneo?

Mi aspetto che i nostri laureati sappiano usare il linguaggio in maniera raffinata – il che non vuol dire parlare in maniera forbita. La competenza linguistica si misura nella capacità di saper usare tutte le sfumature del linguaggio nei diversi contesti, sia nella forma scritta sia in quella orale.

L’Università degli Studi di Padova è un grande ateneo, che offre la possibilità di proiettare gli studi umanistici in dialogo con altri settori del sapere, anche solo attraversando le biblioteche o cogliendo le occasioni di incontro con colleghe e colleghi di altri dipartimenti. D’altro canto, Padova è pienamente immersa nella tradizione letteraria. Ciò avviene indubbiamente anche nelle grandi città, ma Padova ha il vantaggio di avere dimensioni ridotte, di risultare meno labirintica. Trovo che ci sia un perfetto equilibrio tra dimensione della città e dimensione dell’università.

In un’epoca segnata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni, quale pensa che sarà l’evoluzione degli studi umanistici nei prossimi anni?

Non è facile rispondere, perché è una realtà in movimento vorticoso, il quale impedisce di prevedere chiaramente cosa ci riservi il futuro. Tant’è vero che ripetutamente emerge il timore che la bolla dell’intelligenza artificiale possa scoppiare e che questo strumento si riveli fallimentare. Quest’anno con alcuni colleghi abbiamo organizzato un corso di formazione per gli insegnanti di scuola sul rapporto tra intelligenza artificiale e didattica e ciò ha innescato una serie di riflessioni sull’argomento.

Ho sentito precocemente la necessità di documentarmi su cosa fosse l’intelligenza artificiale e su quali fossero le sue potenzialità. L’anno scorso, assieme alla professoressa Emanuela Sanfelici, abbiamo organizzato un ciclo di incontri sul rapporto tra intelligenza artificiale generativa e discipline umanistiche, proprio perché entrambe sentivamo il bisogno di andare al di là dei sentito dire, al fine di costruire un’opinione fondata. Devo dire che, alla fine di questo percorso di approfondimento, prevalgono i timori: affidandosi all’intelligenza artificiale si tende a rinunciare all’esercizio del pensiero. Lo vedo, ad esempio, in alcuni studenti. È capitato che mi venissero consegnate tesine scritte chiaramente con l’intelligenza artificiale e con uno stile di scrittura estremamente sciatto. Mi chiedo: perché uno studente di Lettere dovrebbe rinunciare ad esprimere il proprio punto di vista sul mondo?

Credo che solo l’intelligenza umana potrà continuare ad essere creativa. Ed è su questa risorsa della creatività e dell’immaginazione che si giocherà la partita con l’intelligenza artificiale.

Al di là dei contenuti disciplinari, quale messaggio o insegnamento profondo vorrebbe che gli studenti cogliessero dai Suoi corsi? Ritiene, nel corso della Sua esperienza, di aver imparato qualcosa dai Suoi studenti?

Innanzitutto, vorrei che si ponessero delle domande. Questo vuol dire assumere un atteggiamento problematico rispetto alla testualità, interrogarsi sul significato delle parole, delle storie, della poesia; il che vuol dire anche non rassegnarsi a una narrazione ricevuta da altri. Vorrei che i nostri studenti fossero capaci di mettere in discussione ciò che viene detto loro, di interrogarsi.

Dagli studenti ho imparato tantissimo. Per me il rapporto con gli studenti non è immediato – non difficile, ma sicuramente non immediato –, perché non ho un’esperienza di genitorialità. Le nuove generazioni sono per me un universo un po’ sconosciuto, che scopro di anno in anno nelle aule. In generale, ho imparato a fidarmi e ad assumermi delle responsabilità nei confronti del sapere che trasmetto. Poi, nel dialogo con i singoli studenti si scoprono sempre prospettive e conoscenze diverse. È un dialogo che aiuta a risemantizzare testi che appartengono alla tradizione e a capire come, nel tempo, possano risultare sempre attuali.

In chiusura, c’è un messaggio che vorrebbe lasciare agli studenti che ci leggono?

Fidatevi dei vostri docenti. Negli ultimi anni ho assistito al prevalere di un atteggiamento “sindacalista”, che snatura questo spazio. L’Università non è un’azienda e, anzi, ci ritroviamo a lottare contro questo modello produttivo e aziendalistico. Se, però, questa immagine viene proiettata dagli stessi studenti, io, come docente, mi trovo a dover combattere su due fronti. La percezione che vorrei che gli studenti mantenessero è quella di averci dalla loro stessa parte.


  1. Sydney Irwin Pollack (Indiana, 1934 – California, 2008) è stato regista e produttore cinematografico. Si segnala una lunga amicizia e collaborazione con l’attore Robert Redford. Il film Three days of the Condor riflette l’insofferenza per la censura a cui era stata sottoposta la sua precedente pellicola, The way we were (1973). Negli ultimi anni della carriera si dedica anche alla recitazione, figurando in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick e Husband and Wives di Woody Allen. ↩︎
  2. Comunità di influencers e utenti su TikTok dedicata ai libri. Sebbene abbia il merito di aver avvicinato molti giovani alla lettura e aver dato visibilità a nuovi autori, non mancano le criticità. I detrattori denunciano la spettacolarizzazione della lettura, con trend legati più alla quantità (certamente in quanto correlata alla vendita), che alla qualità. Non mancano poi le accuse alla mercificazione della scrittura. Infatti, i libri sponsorizzati dal BookTok tendono a ripetere gli stessi modelli narrativi, dimostrando una forte dipendenza dai trend. Estremamente dibattuto, poi, è il presunto utilizzo dell’IA per copertine e testi. ↩︎
  3. Franca Angelini (1930-2014), studiosa di letteratura ed esperta di teatro (in particolare Pirandello, Goldoni e Pasolini), è stata Presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani di Roma dal 2009 al 2014. Dal 1980 al 2005 ha ricoperto il ruolo di Professore ordinario di Letteratura teatrale italiana presso l’Università La Sapienza di Roma. ↩︎

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