
Se si pensa alle ricorrenze civili in Italia, forse non è il 2 giugno la prima data che viene in mente. In effetti, già tre decenni dopo il 1946, la necessità di ricordare il giorno in cui un referendum ha permesso l’uscita dalla Monarchia in favore della Repubblica è progressivamente sfumata, anche a causa di questioni più scottanti in quegli anni1. «Se si perde di vista l’orizzonte di un cammino comune tutto diventa più difficile, incomprensibile, spesso casuale e segnato dalle pulsioni del momento»2.
Il presente articolo si propone, per quanto in modo succinto e necessariamente parziale, di ripercorrere un processo sotterraneo al referendum: la costruzione propagandistica che ha accompagnato la popolazione al voto, con un’attenzione prettamente linguistica relativamente ai discorsi dell’una e dell’altra parte.
È noto che il 2 giugno 1946 sono stati chiamati alle urne i cittadini e le cittadine, con suffragio universale, per scegliere sia quale forma istituzionale dare al Paese appena uscito dal ventennio – dunque, Monarchia o Repubblica – sia quali partiti avrebbero partecipato all’Assemblea costituente3. Si tratta di un unicum a livello mondiale, perché «mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re»4. Per la prima volta dopo il ventennio, infatti, la voce del popolo italiano è restituita alla collettività.
Quest’ultimo aspetto, in primo luogo, è il primo terreno di scontro tra i fautori della Corona e i loro avversari. Si consideri, infatti, il seguente stralcio:
Noi monarchici voteremo per la Monarchia e ciò che voteremo almeno lo conosciamo. Voteremo per la conservazione di un’istituzione che, se può avere delle pecche, pur anco non manca di meriti. Ed i meriti di una Repubblica unitaria italiana, che mai è esistita per il passato, quali mai sarebbero? Chi li garantisce? Chi potrebbe prevederli? Forse la demagogia parolaia degli amanti del nuovo e delle pericolose avventure? Chi ci garantirebbe l’avvenire, e la conservazione della nazione, della patria? […] Forse che non ne abbiamo a sufficienza degli esperimenti? Che il fascismo non fu un ben triste esperimento? Vogliamo ora fare l’esperimento di una Repubblica? Noi monarchici che sentiamo di amare il popolo e la patria, molti di più di ogni altro cittadino, non voteremo di certo per coloro che vorranno imporre nuovi esperimenti5.
La dialettica tra Monarchia e Repubblica è giocata attraverso il confronto tra vecchio e nuovo. L’opposizione principale tra i due schieramenti è rappresentata dalle parole «conservazione» ed «esperimenti»: i monarchici desiderano conservare la precedente istituzione in quanto garante di sicurezza e solidità dello Stato. Si tratta di un sentimento di stabilità dovuto al fatto che la forma istituzionale monarchica è già stata saggiata dall’Italia: non manca, a ben guardare, il riferimento a una memoria collettiva di «meriti» di cui la Corona si può fregiare. Tuttavia, a un lettore attento non può sfuggire che, di seguito, tali motivi di orgoglio per la Monarchia non vengono precisati. Al contrario, si fa riferimento ad alcune «pecche», ossia, al di là dell’eufemismo qui impiegato, il supporto al fascismo offerto da re Emanuele III di Savoia. Tale aspetto viene però lasciato sullo sfondo: il discorso, infatti, procede ponendo immediatamente l’accento sul Ventennio come «esperimento». Risulta allora particolarmente interessante che questa parola venga usata anche per definire la Repubblica: la nuova forma costituzionale è priva di fondamento storico nella memoria del popolo italiano e, di conseguenza, appare un salto nel vuoto perfettamente paragonabile al precedente governo mussoliniano, da questo punto di vista. Chi, dunque, potrebbe riporre fiducia in una simile istituzione? Solo quanti credono alla «demagogia parolaia»: si sottintende, pertanto, che la scelta di permettere il suffragio universale non sia altro che un secondo esperimento, destinato a fallire trascinando nel baratro l’intero Paese, in quanto la massa potrebbe essere facilmente persuasa da una retorica fallace e superficiale quale quella repubblicana.
I toni non sono dissimili nel seguente discorso, dove, di nuovo, a dominare l’argomentazione è la critica agli avversari:
Dobbiamo credere che i suffragi del popolo vadano in maggioranza alla monarchia? Molti indizi, molte notizie provenienti da ogni parte d’Italia, gli atteggiamenti di quelle incerte persone che oscillano sempre fra il sì e il no, fra il rosso e l’azzurro […] ci fanno ritenere che la Monarchia vincerà. Vincerà se non vi saranno violenze, se non vi saranno brogli, malgrado l’assenza di milioni di elettori sicuramente monarchici, ai quali non è consentito votare. Quanto cammino in pochi mesi! […] Oggi, il momento delle decisioni supreme che impegneranno l’avvenire della patria per decenni e decenni, il rovesciamento della situazione sembra amplissimo, ed è spontaneo. Non dipende né da virtù di propagandisti professionisti né da larghezza di mezzi gettati nella lotta […] Da dove questo spontaneità di consensi, così viva, così irruenta? E l’istinto di conservazione di gente fondamentalmente saggia che si aggrappa all’unico pilone sicuro in tanta tempesta? È un generoso inconscio senza senso di rivolta contro una immensa mistificazione politica che vorrebbe rendere responsabili i re delle colpe di tutti? Qualunque ne siano le ragioni il movimento a favore della monarchia è spontaneo, ed è di popolo6.
Anche qui prevale la retorica del nuovo in opposizione al vecchio e sicuro istituto monarchico. In aggiunta, compaiono alcune accuse diffuse all’epoca nei confronti dei repubblicani e, di riflesso, degli esponenti delle sinistre italiane: da un lato si pensa che i sostenitori della Repubblica perpetrino non meglio precisate «violenze» nei confronti degli avversari, che ordiscano «brogli» o che sfruttino il sostegno economico degli Alleati. Si tratta di una propaganda basata, ancora una volta, non su riferimenti a fatti reali, bensì ad allusioni non meglio precisate. Inoltre, un ulteriore elemento è il riferimento all’impossibilità di alcuni elettori di esprimere il proprio parere: i monarchici sottolineano che non per tutti i cittadini era possibile recarsi alle urne, per problemi logistici o di altra natura. Per questo motivo, si propone di posticipare le elezioni: in realtà, la richiesta non è determinata dalla preoccupazione per gli elettori più in difficoltà, bensì dalla necessità di riorganizzare l’attività propagandistica finora non capillare né organizzata all’interno della Penisola7. La stessa argomentazione compare pure nel seguente passo:
Per il due giugno sono stati convocati i comizi elettorali. Le sinistre che si sentono man mano sfuggire il favore delle masse vogliono fare presto nell’intento di strappare, come sia, una vittoria, anche di stretta misura, approfittando del disordine in cui versa il Paese e del disorientamento della pubblica opinione. Ma nessun galantuomo potrà mai riconoscere un qualsiasi valore giuridico a elezioni che si svolgono in simili condizioni. Noi non temiamo il referendum e la Costituente, abbiamo fiducia nella nuova stella del popolo italiano, ma vogliamo che le elezioni siano una libera espressione della volontà di tutto il popolo, vogliamo che siano veramente democratiche. Praticamente quasi un milione di italiani resterà escluso dal voto: alcune centinaia di migliaia di prigionieri di guerre che ancora languono fra i reticoli dei campi di concentramento del Kenia, in India, nelle steppe e i cinquecentomila nostri connazionali della Venezia Giulia […] Ma il voto di costoro fa paura alle sinistre! I reduci dalla Russia ben conoscono le delizie del Paradiso bolscevico, prova ne sia il modo in cui trattano le bandiere rosse nelle stazioni in cui passano rimpatriando. E queste delizie le hanno provate sotto il giogo del Maresciallo Tito anche gli italiani di Fiume, di Parenzo, di Capodistria. Costoro per tutti voteranno, ma non certo per il compagno Togliatti o per i suoi servi sciocchi del Partito d’azione e del Partito socialista8.
Si noti il riferimento all’impossibilità per un «galantuomo» di accettare dal punto di vista anche giuridico l’esito delle elezioni: la scelta terminologica non è casuale, in quanto affonda le radici in un concetto chiave dell’immaginario della Penisola. Con chiaro riferimento alla componente conservatrice, razionale e patriarcale alla base dello Stato italiano, la parola non designa solo, in senso metaforico, un uomo leale, onesto e dabbene, ma pure, soprattutto nel Meridione, una possidente benestante, retaggio della dominazione borbonica nel Paese9. Ecco, quindi, che dietro un singolo termine, apparentemente innocuo, si cela una cultura ancorata a valori e principi specifici di una fazione politica10.
In definitiva, il pensiero monarchico non è latore di un programma politico concreto, ma, per quanto frammentari e parziali, questi stralci mostrano i due movimenti fondamentali di tale propaganda – la decostruzione della validità e della forma istituzionale repubblicano e del referendum. Emerge solo una pars destruens che guarda costantemente al passato, in un’ottica prettamente apologetica rispetto alle posizioni del Re e dei suoi sostenitori nel ventennio appena trascorso11. In effetti, esponenti politici delle destre italiane del secondo dopoguerra non agiscono attivamente nell’ambito di questo conflitto monarchia-repubblica perché «impegnati a curare le questioni personali e a prepararsi gli alibi per continuare a vivere dopo la monarchia»12.
Di tono diverso sembrano i messaggi dei sostenitori della Repubblica: in particolare, in questa seconda parte si propongono alcuni passaggi dei discorsi tenuti dagli esponenti del Pci. La prima parola chiave della propaganda della sinistra è libertà:
Per assicurare la libertà del popolo e garantirle entro ogni minaccia di rinascita reazionaria e fascista, i comunisti rivendicano prima di tutto: la soppressione dell’istituto monarchico […] e la proclamazione della Repubblica democratica dei lavoratori. Nella Costituzione repubblicana devono essere garantite tutte le libertà del cittadino […]. Libertà tutti i cittadini, ma nessuna libertà coloro che vogliono sopprimere le istituzioni democratiche13.
Si tratta di un termine che permette di creare un immediato contrasto tra un prima, il fascismo e, di conseguenza, la monarchia, sinonimi di servilismo del popolo, e un dopo, dove a regnare, grazie alla Repubblica, sarebbe stata la libertà. È così lampante la correlazione tra l’istituto monarchico e il fascismo, in quanto questo è conseguenza dell’inadeguata guida rappresentata dalla Corona sull’Italia. Si noti che, mentre nei precedenti discorsi filomonarchici la parola ‘fascismo’ non compare mai, come oggetto di damnatio memoriae, invece gli avversari dei conservatori non temono il riferimento alla recente storia italiana, anzi:
Sulla base dei fatti concreti nella storia lontana e recente del nostro paese, sulla base delle precise responsabilità che l’istituto monarchico si è addossato in Italia, esso non può e non potrà sfuggire al suo destino, il nostro paese è stato portato alla distruzione, il nostro paese è stato portato alla rovina. Tutti noi soffriamo fino all’ultimo uomo, all’ultima donna, all’ultimo bambino. Tutti portiamo sul nostro corpo, tutti sentiamo nella nostra vita personale e collettiva le tracce profonde di questa dissoluzione, di questo disastro, di questa rovina14.
Il passo è paradigmatico per l’introduzione della dicotomia, poi cara alla propaganda del Pci, tra la vita, garantita dall’assetto repubblicano, e la morte, sinonimo invece della tirannide monarchica, che ha gettato il paese nella distruzione mussoliniana.
Oltre alla decostruzione della monarchia, però, nella propaganda comunista si riconosce pure una pars construens: la Repubblica, infatti, non si presenta come novità, perché si presenta come il completamento del Risorgimento mazziniano e garibaldino, proprio «quando la crisi del sistema politico e del distacco tra istituzioni e cittadini rilanciano il tema dello sviluppo incompiuto del processo di nazionalizzazione e di acquisizione di un senso di cittadinanza»15:
Dichiarandoci repubblicani, noi sappiamo di raccogliere e continuare l’eredità della più nobile corrente del Risorgimento. Spetta oggi al movimento delle masse operaie e lavoratrici realizzare questa eredità, in unione con tutte le forze democratiche antifasciste sincere […]. Ecco perché Garibaldi è vicino a noi: fu per la Comune, fu onesto (egli non accettò mai stipendi e pensioni della monarchia), pose il problema dei contadini, rivolse il suo sguardo verso gli operai […]. Alla fine della sua vita egli cercò nuove forze che potessero portare avanti la causa della rivoluzione, le forze che portassero alla democrazia, alla Costituente16.
Tuttavia, emergono qui, a ben guardare, due aspetti problematici della propaganda comunista dell’epoca. Da un lato, viene taciuto un elemento politico che nel Risorgimento ha avuto il suo ruolo nella costituzione del Regno d’Italia: la Monarchia, proprio l’attuale avversaria delle sinistre. Dall’altro, secondo l’iter che avrebbe portato alla creazione dell’Assemblea Costituente, il potere non sarebbe stato affidato al popolo, bensì a un insieme di persone scelte, di diversa appartenenza politica, in cui i rapporti di potere sono determinati dalla collaborazione tra classi. La retorica del popolo sovrano, pertanto, è smentita dai fatti e dalla necessità pratica e storica contingente. In effetti, il malcontento emerge pure dall’elettorato di sinistra, come si evince dalla seguente lettera, anonima, in risposta alle critiche mosse al partito comunista:
Caro compagno, […] questa critica tale da far dubitare che tu abbia tenuto conto di quanto il nostro Partito è venuto realizzando illustrando da più anni e che tu abbia sufficientemente mediato i documenti relativi a questa linea politica […]. Democrazia, indipendenza nazionale, Repubblica “non sono obiettivi della classe operaia?”. […] La lotta per la democrazia in Italia […] spiana la via al progresso del movimento operaio e impone perciò la classe operaia di stare non all’opposizione ma alla testa del movimento democratico, realizzando intorno a sé l’unione di tutte le forze nazionali sane per la distruzione definitiva delle radici del fascismo17.
Ecco quindi che si chiarificano nuclei problematici anche nella propaganda repubblicana: per quanto siano definiti ed esplicitati i valori condivisi a guida del futuro assetto politico dello Stivale, rimangono profondi paradossi all’interno dello schieramento, sia per la difficoltà nel definire le linee di un programma istituzionale mai sperimentato prima, sia alla luce della necessità di ricostruire un’intera Nazione nel frattempo piegata da una guerra (anche civile).
In conclusione, si possono sintetizzare specifiche posture propagandistiche dei due schieramenti qui presentati, pur nella consapevolezza della parziale visione che tali stralci possono offrire. In prima istanza, emerge un’assenza chiara del programma politico dei filomonarchici, più rivolti al passato che al futuro della Nazione. Per quanto, invece, i testi rappresentativi della propaganda repubblicana provengano dal partito comunista italiano, si nota la presenza di linee guida sul progetto per lo Stato più forte nelle fila repubblicane, nonostante le criticità siano ancora profonde: questo ‘Secondo Risorgimento’, infatti, porta con sé l’ombra di una presenza monarchica indiscutibilmente fondamentale per l’Italia, cui molti cittadini vogliono rimanere sudditi.
Infine, la definizione del 2 giugno come «Miracolo della ragione»18, alla luce di questi semplici esempi, si chiarisce essere non solo il frutto di una ragionata e illuminata scelta collettiva, ma un evento complesso in cui entrano in gioco concause a livello politico, economico, sociale e culturale di più ampia portata.
Note
- La questione, in senso diacronico, è trattata in Gentiloni Silveri 2025, pp. 123 sgg. ↩︎
- Ibidem, p. 140. ↩︎
- Relativamente ai numeri del referendum e alle sue modalità, si veda Feltrin 2012. ↩︎
- Gentiloni Silveri 2025, p. 13. ↩︎
- Ungari 2020, p. 63. Il grassetto, salvo ove diversamente indicato, è dell’autrice dell’articolo, B. Scapin. ↩︎
- Ibidem, p. 66. ↩︎
- Ibidem, pp. 67 sgg. ↩︎
- Ibidem, p. 63. ↩︎
- Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/galantuomo/. Ultimo accesso in data 24.10.2025 ↩︎
- Cfr. Battente 2020, pp. 143 sgg. ↩︎
- Per approfondire le dinamiche che hanno caratterizzato la propaganda monarchica, non solo dal punto di vista retorico, si
veda Ungari 2020, pp. 67 sgg. ↩︎ - Ibidem, p. 52. ↩︎
- Bassi 2020, p. 63. ↩︎
- Ibidem, da Palmiro Togliatti, Discorso all’arena di Pisa, p. 105. ↩︎
- Ridolfi 2020, p. 9. ↩︎
- Bassi 2020, p. 63, da Palmiro Togliatti, Rapporto del compagno Ercoli su Garibaldi, p. 107. ↩︎
- Ibidem, p. 68, da un articolo non firmato del giugno 1946 in «Quaderno del propagandista». ↩︎
- Questo è il commento a caldo di Pietro Calamandrei ne «Il Corriere della Sera» del 9 giugno 1946 (Gentiloni Silveri, p. 101). ↩︎
Bibliografia
Raffaella Ares Doro, Il 2 giugno nella rappresentazione dei media: dai cinematografi ai social network (1946-2020), pp. 163-194, in Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, Roma, Viella, Vol. V, 2020, pp. 163-194.
Giulia Bassi, La «Repubblica rossa». I linguaggi del Pci nella dialettica referendaria del 2 giugno 1946, in Maurizio Ridolfi, Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, Roma, Viella, Vol. V, 2020, pp. 49-80.
Saverio Battente, Il referendum del 2 giugno nelle colonne sonore del «Corriere della Sera»: alla ricerca di una nuova identità culturale, in Maurizio Ridolfi, Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, Roma, Viella, Vol. I, 2020, pp. 141-166.
Paolo Feltrin, La nascita della Repubblica: 1946-1968, in Gianfranco Baldini, Barbara Loera, Luca Ricolfi, Silvia Testa, Italia al voto. Le elezioni politiche della Repubblica, Torino, UTET libreria, 2012.
Umberto Gentiloni Silveri, 2 giugno, il Mulino, Milano, 2025.
Marco Maria Atterano, “L’unica ombra”: mobilitazione monarchica, ordine pubblico e la nascita della Repubblica di Napoli, in Maurizio Ridolfi, Immaginari, linguaggi e rituali, Roma, Viella, Vol. II, 2020, pp. 83-110.
Marcello Ravveduto, La colonna sonora della Repubblica. Immaginari e canzoni nell’Italia del secondo dopoguerra, in Maurizio Ridolfi, Immaginari, linguaggi e rituali, Roma, Viella, Vol. V, 2020, pp. 135-162.
Maurizio Ridolfi, Rappresentazioni e narrazioni della Repubblica, in Maurizio Ridolfi, Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, Roma, Viella, 2020, Vol. V, pp. 7-26.
Andrea Ungari, La battaglia monarchica per il referendum istituzionale, in Maurizio Ridolfi, Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, Roma, Viella, 2020, Vol. I, pp. 49-70.
SITOGRAFIA
https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/michele-cifarelli/IT-SEN-032-000147/partito-repubblicano-italiano-propaganda-opuscoli-e-giornali (ultimo accesso: 01.11.2025)
Immagine tratta da https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/fotostorie/sopravvivere-per-ricostruire-correva-lanno-1946/





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