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Boyhood. Una crescita autentica

Let me go
I don’t wanna be your hero
I don’t wanna be a big man
Just wanna fight with everyone else
1

Il raccontare storie ha sempre a che fare col tempo. Il tempo è il cinema. Se il cinema fosse pittura, il tempo sarebbe il colore.2

Come rappresentare un periodo di vita, quindi gli anni che passano, attraverso l’arte cinematografica, che per sua definizione è limitata nel tempo e nello spazio, nonostante la sua capacità di essere riprodotta potenzialmente infinite volte (come ben ci spiega Walter Benjamin)?

È proprio questo l’ostacolo che Richard Linklater ha tentato di superare nel 2002 con il film Boyhood3, che, non essendo ancora stato emulato, rimane all’altezza odierna un unicum nel suo genere, ma nonostante questo e i vari premi e riconoscimenti guadagnati, non molto noto al grande pubblico.

Linklater sentiva la necessità di raccontare gli anni della fanciullezza e adolescenza, ma non intendeva focalizzarsi su un singolo momento o un’esatta fase di quel periodo, trovandolo limitato e limitante. Dopo qualche anno dedicato a valutazioni e considerazioni sulla modalità più adatta ed esauriente per realizzare la narrazione temporale che sentiva di voler condurre, dunque, decise che avrebbe rappresentato il percorso di crescita di una persona che da infante diventa, con il corso degli anni, un giovane adulto. Certo, penseremmo, è una cosa che nei film si è già vista fare, dove sta l’originalità nell’idea di Linklater? Essa risiede nel fatto che l’attore che interpreta il protagonista della narrazione sulla pellicola non cambia, ma è sempre lo stesso: non sono stati selezionati vari attori, con simili fisicità e apparenze, che rappresentino le varie fasi di vita del protagonista, bensì è il medesimo attore che cresce realmente nel corso degli anni. Linklater si è assunto l’impegno di registrare ogni anno, impiegando ogni volta circa tre giorni, per dodici anni consecutivi, le varie scene del film: un anno della vita per ogni anno che viene rappresentato nel lungometraggio. Dunque, se all’inizio il protagonista è un fanciullo dell’età di sei anni, lo ritroviamo alla fine del film avendone diciotto. E se l’attore che interpreta il protagonista, Ellar Coltrane, incomincia a registrare le prime scene a sette anni, quando viene convocato a girare l’ultimo ciak, ne ha ormai diciannove. Dodici anni sono passati nel film, così come nella vita reale degli attori e attrici, i quali, come il regista, hanno deciso di prendere parte, con molto coraggio e fiducia, possiamo dirlo, a questo progetto sperimentale e senza precedenti nella storia del cinema. L’origine di questo film risiede in un’idea molto semplice, una volontà narrativa che probabilmente ci parrebbe banale e logica, se non considerassimo il fatto che, per il mondo del cinema e per come esso viene fatto usualmente, essa è oltre che fuori da ogni cognizione di metodologia comune e ordinaria. Ma non è una novità che al suddetto regista diletti sperimentare: “E’ un’idea semplice, ma impraticabile” afferma ogni volta che gli viene chiesto di descrivere questo film ed è questo che ha pensato quando ha ideato il progetto e che, in particolar modo, si è sentito dire nel momento in cui ha iniziato a cercare finanziamenti e finanziatori.

L’argomento del film, come si diceva sopra, è quel periodo che viene definito fanciullezza o adolescenza (boyhood, in inglese, termine che dà il titolo all’opera cinematografica), insomma quegli anni che hanno portato ognuno di noi dal varcare la porta della prima elementare alla scelta del “cosa fare, ora che sono grande?”: Mason, il protagonista, sceglie di andare al college, lontano da casa e dalla madre, la quale, proprio per questo motivo, vediamo vivere una crisi esistenziale e pronunciare nella conversazione con il figlio una frase piuttosto significativa: « Credevo di avere più tempo!». Risulta, infatti, conseguenziale il fatto che, parallelamente all’evoluzione del protagonista, la cui vita appare simile e relazionabile a quella di tanti bambini della sua età, in una famiglia come tante, che sperimenta la vita di studente in varie città statunitensi del Texas, a seguito di molteplici trasferimenti che la madre decide di intraprendere, seguiamo anche l’evoluzione dei suoi genitori. «Mia madre è maledettamente confusa quanto lo sono io» afferma in una delle scene. Cresce e matura il piccolo Mason, assieme alla sorella maggiore di due anni, Samantha, ma simultaneamente crescono le due figure adulte costanti nelle loro vite, ovvero la madre, giovane, laureanda e incaricata della crescita quotidiana della prole, e il padre, anch’egli giovane adulto, inizialmente assente per via del suo irresponsabile tentativo di sostentarsi come musicista, successivamente molto più presente nella vita dei figli e impegnato anche con un nuovo nucleo famigliare.

La narrazione del film verte intorno al mostrare quei piccoli e semplici momenti della vita che qualsiasi persona ha potuto sperimentare nell’età della sua fanciullezza e non necessariamente quelli più memorabili o che segnano le tappe socialmente riconosciute come significative e rilevanti, bensì gli attimi che nel cinema non si tende a rappresentare, poiché si necessita di un qualcosa di straordinario, ossia che esca dall’ordinarietà del quotidiano. Questo lungometraggio, tuttavia, ci ricorda che la vita è un puzzle costituito in maggior parte da pezzi di momenti ordinari, non entusiasmanti, noiosi a volte, ripetitivi, abituali, ma comunque autentici e costruttivi. Il regista, chiedendosi originariamente cosa egli stesso, in primis, ricordasse della propria infanzia, si è reso consapevole del fatto che molti dei suoi ricordi riguardano momenti minori delle giornate vissute, ma, che per motivi ignoti alla sua coscienza, sono rimasti impressi nel suo bagaglio di memorie dal passato. “Volevo che [il film, ndr] si percepisse come un ricordo”4 ha dichiarato il regista.

Questo non vale a dire che nel film non si delinei una struttura, al contrario esso ne presenta una ben definita ed è proprio su questa trama precisa ma scarna, specificata sin dall’inizio, che ogni anno il regista ha riflettuto rispetto all’ampliarla ed elaborarla; dal decimo anno di registrazione questa lavorazione è stata realizzata tramite la collaborazione tra il regista e Coltrane, al quale egli chiedeva di riferirgli momenti di vita vissuti in quell’anno, da egli stesso, e che avrebbero potuto orientare la storia, renderla vera quanto più fosse stato possibile. Difatti, Linklater non sapeva come si sarebbe evoluta la personalità di Mason nel corso della narrazione, aveva semplicemente stabilito che il nostro sguardo sulla vita di questo individuo sarebbe arrivato fino al suo arrivo al college. Valutando la personalità di Coltrane, ha stabilito che Mason sarebbe diventato un ragazzo appassionato all’arte, date, ulteriormente, le indoli artistiche dei suoi genitori: lo interessano particolarmente l’arte urbana e la fotografia. Inoltre, l’inserimento di fatti accaduti in quel momento fuori dal mondo cinematografico, dunque in quello reale, non concerne solamente la vita privata dell’attore protagonista, ma anche la società e la cultura americana del momento in cui le scene sono state registrate: riferimenti a Bush e alla guerra in Iraq, alla candidatura di Barack Obama alle presidenziali americane, alla passione dei bimbi per Harry Potter, Britney Spears e poi, nel tempo dell’ adolescenza, per Twilight, si inseriscono all’interno della vita quotidiana rappresentata sulla pellicola in modo del tutto naturale e per nulla altisonante. È un esempio di come il cinema possa costituirsi sulla vita reale, che in questo esperimento cinematografico risulta esserne l’essenza, non solo l’ispirazione iniziale: ecco spiegata, così, la necessità di far passare il tempo realmente: “La metodologia con cui è stato fatto il film richiede time off. Non è il metodo con cui si fanno i film. Ma per questa storia ne era l’essenza. Il collaboratore primario del film è stato il futuro ignoto, la casualità dei fatti futuri sconosciuti”.5 Dunque catturare come la realtà si presentava ogni anno, non solo allo spettatore ma al cittadino.

Si rivela interessante, per di più, addentrarsi nella comprensione della percezione di Ellar Coltrane e di Lorelei Linklater, l’interprete del personaggio della sorella maggiore, che dopo dodici anni hanno potuto vedere la propria crescita registrata e fissata sullo schermo, anni di vita di cui spesso si preferisce non rimangano molte tracce: sono gli anni, ad esempio, dell’acne (che notiamo nel protagonista in alcune scene), dei tagli di capelli talvolta sperimentali, insomma è il periodo in cui il corpo è in costante cambiamento e, per di più, si è alla ricerca di una propria identità individuale. Spesso, quindi, si preferisce non ricordare quelle versioni di noi, o meglio, che le altre persone attorno a noi non vadano a riportarle alla mente. Esattamente per queste ragioni, prima che il film uscisse nelle sale, Linklater ha ritenuto opportuno che i due adolescenti, ormai maggiorenni, avessero una copia del lungometraggio da guardare da soli, varie volte, per entrarne in contatto nel modo meno traumatico e più intimo possibile. Nonostante questa sua razionale e accorta premura, Coltrane ha dichiarato che, in fin dei conti, esplorare l’imbarazzo della vita tramite la finzione, è meno spaventoso che farlo nella vita vera.6

Il film è stato girato su pellicola, poiché se il regista si fosse servito delle innovazioni tecnologiche che nel tempo sono cambiate, innovandosi, il corso degli anni si sarebbe notato sullo schermo e il risultato sarebbe stato quello di blocchi di scene messi l’uno dopo l’altro ma evidentemente diversi e lontani. Invece, secondo la volontà registica il film doveva restituire un’unità e continuità che solo in questo modo si poteva ottenere. Un quadro unico, non un collage di pezzi diversi e disarmonici tra loro.

La musica, per concludere, è molto presente nel film, sia in quanto accompagnamento alle scene sia come riferimento culturale caratterizzante degli anni che si stanno raccontando sullo schermo, risulta realmente come un monito di realtà e di riposizionamento nel tempo e nello spazio; e dunque, si ascoltino con attenzione le parole di Hero7, soundtrack dell’opera, oppure il testo della canzone abbinata ai titoli di coda, Deep blue8, i cui versi iniziali descrivono un nuovo inizio, evidenziando l’entrata di Mason in quel periodo di vita che segue quello del titolo del film, l’età adulta: Here in my place and time, And here in my own skin I can finally begin, e che rimanda, a sua volta, alla battuta finale del film pronunciata dal protagonista ed sprigionante lo spirito di quest’opera cinematografica, «L’attimo è come fosse sempre ora».

Note

  1. Parte di testo (ritornello) della canzone Hero, in Our songbook,di Family of the Year, 2010. ↩︎
  2. Affermazione del regista Richard Linklater da Boyhood: A Conversation with Richard Linklater and Ellar Coltrane, Moderated by Eric Kohn (2014). ↩︎
  3. Uscito nel 2014. ↩︎
  4. Cfr. nota n.2. ↩︎
  5. Cfr. nota n.2. ↩︎
  6. Durante uno scambio di battute nel programma televisivo statunitense Conan, nel 2015. ↩︎
  7. Hero, in Our songbook di Family of the Year, 2010. ↩︎
  8. Deep blue in The suburbs di Arcade Fire, 2010. ↩︎

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