di Andrea Fasolo

In diverse opere della letteratura italiana, spesso realizzate da autori di massimo rilievo per la loro epoca e per il genere cui si sono dedicati, si può notare come il tema del suicidio si presti ad un legame diretto con quello della disfatta storica al punto che, pur con implicazioni differenti e con gradi di complessità non trascurabili, in diverse occorrenze si osserva un rapporto di tipo consequenziale. Gli esempi che possono essere offerti sono vari; come non ricordare, a tal proposito, il Catone della Commedia posto a guardia del Purgatorio, il Saul di Vittorio Alfieri protagonista dell’omonima tragedia (1788), oppure lo Jacopo Ortis del celebre romanzo epistolare (1802) di Ugo Foscolo, il quale, oltre al dramma politico segnato dalle sorti di Venezia conseguenti al trattato di Campoformio, va incontro a sofferenze di natura amorosa ed esistenziale.
Nondimeno, tra i diversi personaggi che meritano una menzione, va ricordato il caso eccezionale rappresentato dal Bruto minore1 di Giacomo Leopardi, una figura che, nell’omonima canzone realizzata a Recanati nel dicembre 18212, si dedica ad un monologo aspro quanto straziante, centrato sulla miseria della condizione umana scaturita dal crollo delle illusioni e dalla scoperta dell’inesorabilità del destino, con quest’ultima che, almeno in parte, ricorda la situazione descritta in Purg., I. Se, da una parte, il contesto storico di Bruto minore appare cronologicamente affine rispetto a quello legato al Catone dantesco, dall’altra occorre riconoscere da principio come nella canzone di Leopardi si assista ad un suicidio di impronta storica piuttosto che politica, come invece avviene, non senza una certa problematicità, nel poema di Dante.
Cominciamo da quest’ultimo punto: nel canto di apertura del Purgatorio, come è noto, Dante e Virgilio risalgono il fiumicello infernale e si trovano presto a fronteggiare i moniti e le perplessità del custode di quel nuovo regno, un personaggio che, per via dell’austerità e della veemenza che lo caratterizzano, viene presentato da Luciano Canfora3 come per certi versi speculare al Caronte dell’Inferno, anche se, al contrario del traghettatore infernale, il volto del guardiano del Purgatorio viene messo in risalto dalla luce dei quattro astri del v. 23, gli stessi che simboleggiano le quattro virtù cardinali4. Non a caso, fin dalla sua prima apparizione all’interno del poema, Catone rispecchia un carattere ambivalente: da un lato, egli costituisce un exemplum di virtù e di moralità, mentre, al contempo, diviene oggetto di una problematizzazione non trascurabile.
Innanzitutto occorre ricordare che si tratta pur sempre di un pagano nonostante, è noto, il problema risulti piuttosto relativo nella Commedia, come testimoniano le varie presenze della Classicità e il musulmano Saladino collocati nel Limbo. Più delicate, invece, la caratterizzazione del personaggio nei panni di suicida e la sua strenua opposizione al progetto politico di reductio ad unum del potere che Cesare andava realizzando in conformità con i disegni della Provvidenza5. Di norma, nella cosmografia della Commedia, ai suicidi spetta la dannazione nel settimo cerchio dell’Inferno anche se, nel caso di Catone, si assiste ad un esito differente, al quale hanno contribuito in maniera significativa le varie influenze culturali dell’autore.
In primis, merita una menzione il Tresor6 del maestro Brunetto Latini in cui, a partire dalla narrazione offerta nel Bellum Catilinae di Sallustio, si propone una parafrasi del discorso pronunciato davanti al Senato da parte di Catone, favorevole alla condanna a morte dei congiurati nel segno di un’intransigenza che, in risposta alla posizione più clemente rappresentata da Cesare, si spinge ad accusare quest’ultimo di complicità coi cospiratori. Nondimeno, la figura di Catone e la sua morte da suicida erano state rivalutate già nella Pharsalia di Lucano e, più tardi, nelle opere dei Padri della Chiesa. Nel poema di Età Flavia, infatti, sullo sfondo di un cosmo in cui la giustizia non appartiene più al cielo, ma alla coscienza del saggio, il personaggio rappresenta la crisi dello stoicismo tradizionale, come anche la consapevolezza della malvagità del Fato e della necessità di una morte per giusta causa come unica possibilità di riscatto morale7; in altre parole, la Pharsalia ritrae un Catone in un certo senso ‘divinizzato’, perché indipendente rispetto alla volontà degli dei, nonché dalle avversità della sorte. In Età Patristica, in particolare nelle opere di Sant’Agostino8 e di San Tommaso, il suicidio ad Utica di Catone viene reinterpretato come l’unica possibilità di affermare la propria libertà morale a fronte di un presente di schiavitù e di corruzione9.
Quest’ultimo punto ci permette di comprendere il rapporto tra il gesto estremo del personaggio e l’avanzata politica di Cesare favorita dalla Provvidenza: si tratta certamente di uno dei luoghi del poema contraddistinti da una problematicità elevata e di difficile soluzione, a metà tra la celebrazione di un esempio illustre di libertà politica e, soprattutto, morale, nonché l’iscrizione dell’Impero in un progetto divino. In un altro luogo del poema, ovvero Inf., XXVI, questa tipologia di contraddittorietà si riflette nella dialettica tra desiderio di conoscenza positivo e hybris che caratterizza la figura di Ulisse10. Si può affermare in questo senso che la Commedia rispecchi l’idea di una letteratura complessa, da intendersi come un campo formato da un insieme di forze, tensioni ed elementi inconciliabili, ma pur sempre compresenti.
Una volta chiarite le sfaccettature più spinose del Catone dantesco, per comprendere appieno le circostanze della sua morte e la rappresentazione che ne viene offerta, è utile recuperare la perorazione di Virgilio in risposta agli interrogativi del guardiano11, nella quale si giustifica l’avanzamento di Dante al suo fianco come un rispecchiamento tanto della volontà di una donna del Cielo, da riconoscersi in Beatrice12, quanto di un desiderio di libertà:
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, che è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì serà sì chiara13.
Dante e Virgilio escono dall’Inferno e procedono nel loro viaggio alla ricerca di una libertà di tipo morale, da riconoscersi tanto in un’autodeterminazione etica quanto nella consapevolezza dei limiti umani; questa particolare libertà richiama sia quella simboleggiata da Catone, sia quella rappresentata da Dante-autore il quale, da un punto di vista teologico, non sempre riesce a garantire delle scelte ortodosse14.
In particolare, come si è notato, Virgilio pone l’accento sul fatto che Catone, in nome della libertà, non ha esitato a darsi la morte, né ha vissuto quel momento con particolare dispiacere, abbandonando il proprio corpo ad Utica fino al giorno del Giudizio: è questa l’impalcatura retorica celata dietro l’epiteto «santo petto»15 rivolto da Virgilio al suddetto personaggio, mediante il quale il guardiano del Purgatorio assume i connotati di un martire allineato con le leggi divine, in maniera non dissimile rispetto alle rappresentazioni offerte da Agostino e da San Tommaso. In questa prospettiva, risulta particolarmente interessante la lettura offerta da Anna Maria Chiavacci Leonardi, che interpreta il Purgatorio e la sua custodia da parte di Catone come l’allegoria di un’umanità integra e morigerata, ma ancora imperfetta perché antecedente alla venuta di Cristo, come, allo stesso modo, l’allegoria delle varie tappe della storia umana che ciascun uomo, nel corso della sua esistenza, si trova a rivivere in un percorso di continua purificazione16.
Le circostanze storiche delineate in Bruto minore non appaiono lontane da quelle legate al Catone dantesco: al termine della disfatta di Filippi, evento che sancisce il definitivo tramonto delle speranze repubblicane, il cesaricida si abbandona ad un’invettiva ricca di elementi riconducibili al leopardismo cosmico17 anche se, per motivi legati alla cronologia della produzione leopardiana, la canzone non risulta pienamente riconducibile alla fase del pessimismo cosmico. Se, da una parte, la polemica di Bruto non può prescindere dagli eventi storici e politici, d’altro canto, le sue istanze moralistiche si spingono ben oltre rispetto a quelle messe in luce in Purg., I: al di là di ogni sconfitta militare e politica, infatti, la vera sciagura consiste nel crollo definitivo delle illusioni nell’animo del personaggio, il quale, ritrovandosi tra i corpi esangui dei compagni, realizza come la virtù non possa che coincidere con una «nuda parola»18.
Decisive, a tal proposito, le osservazioni di Andrea Campana:
Il gesto di Bruto non è […] ‘politico’, ma ‘storico’, e differisce alquanto da quello […] del Catone dantesco […] o di più recenti eroi tragici alfieriani: esso viene compiuto per affermare la propria libertà e le proprie irredimibili alterità e superiorità rispetto ai tempi; tuttavia tali libertà, alterità e superiorità non vogliono essere solo ‘da un regime politico’, ma anche […] ‘dalla vita stessa’ dell’uomo moderno, che ha perso senso e non può che condurre il forte alla disperazione. È un suicidio che, constatata l’impossibilità storica della virtù, del bene e della giustizia, si manifesta come l’unico esito coerente di una tremenda ‘conquista’ della ragione […]19.
Come si è già notato, la canzone si colloca nella prima grande fase del pensiero leopardiano, profondamente influenzata dalle tesi del filosofo Giambattista Vico (1668-1744) e nota come ‘pessimismo storico’. Se nel gennaio 1820, in occasione di Ad Angelo Mai, Leopardi aveva fatto coincidere il passaggio dall’umanità ‘antica’ a quella ‘moderna’ con le scoperte geografiche di Cristoforo Colombo, nel caso di Bruto minore, il poeta sembra voler anticipare il drammatico cambiamento alla fatidica débâcle repubblicana del 42 a.C. A proposito di quest’ultimo punto, va segnalato come alcuni critici abbiano ipotizzato che, in maniera più o meno celata, il monologo di Bruto rifletta il fallimento dei moti risorgimentali del 1821, una supposizione che, a giudicare dalla cronologia del testo, non appare del tutto azzardata.
Da questo momento in avanti, quello del suicidio si rivela un tema filosofico ricorrente all’interno delle opere leopardiane al punto che, per tutta la prima metà degli anni Venti, esso viene legittimato, o comunque riconosciuto, come una possibilità da non biasimare in nome di divieti morali o teologici. Ma già all’altezza del 1827, in occasione del Dialogo di Plotino e di Porfirio, pur problematizzando la questione del suicidio e riflettendo sulle sue implicazioni presso gli animali e i popoli non civilizzati, il testo presenta l’eventualità del gesto estremo come qualcosa di egoista e insensibile alle istanze di amicizia che portano Porfirio a desistere di fronte ai continui solleciti di Plotino. Verso la conclusione del Dialogo, infatti, in risposta alla disamina di Porfirio sull’attaccamento umano alla vita, interpretato come un errore di valutazione20, Plotino riconosce come quest’ultimo affligga anche gli uomini più ingegnosi, anche se in maniera momentanea21, oltre al fatto che l’umanità può sempre contare sulle illusioni e sui residui della sua ‘età infantile’. L’auto-eliminazione, conclude Plotino, va biasimata come un atto barbaro, irrazionale e del tutto noncurante degli affetti altrui22.
Al di là di questi aspetti, al contrario di quanto avviene in Bruto minore, nel Dialogo il tema del suicidio si sviluppa esclusivamente sulla questione esistenziale, senza possibilità alcuna di rimandi politici o più generalmente storici. La canzone del 1821 appare quindi un testo decisivo, tanto che parte della critica ha assunto la lettera di Leopardi a Luis De Sinner del 24 maggio 183223 come una prima conferma dell’ipotesi che il personaggio di Bruto rispecchi una delle tante ‘maschere’ dell’autore, la quale, al contrario di quanto avviene nelle Operette morali, sembra rinunciare al complesso dispositivo dell’ironia in favore di un discorso pienamente disforico. Un’ulteriore prova di questa particolare valenza del personaggio è offerta da una lettera del Recanatese a Pietro Giordani del 26 aprile 1819, nella quale egli dimostra, per la prima volta, un attaccamento speciale alla figura di Bruto, che da questo momento in avanti diventa un suo celebre alter ego:
Ma questa medesima virtù quante volte io sono quasi strascinato di malissimo grado a bestemmiare con Bruto moribondo. Infelice, che p[er] quel detto si rivolge in dubbio la sua virtù, quand’io veggo p[er] esperienza e mi persuado che sia la prova più forte che ne potesse dar egli, e noi recare in favor suo24.
In particolare, Leopardi si basa sulla leggenda trasmessa da Cassio Dione, restituita in modo esplicito nella Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte, una sorta di razó25 presentata come introduzione alla canzone nell’edizione dei Canti stampata a Bologna nel 1824, poi compresa nelle Operette morali:
Io non credo che si trovi in tutte le memorie dell’antichità voce più lacrimevole e spaventosa, e con tutto ciò, parlando umanamente, più vera di quella che Marco Bruto, poco innanzi alla morte, si racconta che profferisse in dispregio della virtù: la qual voce, secondo ch’è riportata da Cassio Dione, è questa: O virtù miserabile, eri una parola nuda, e io ti seguiva come tu fossi una cosa: ma tu sottostavi alla fortuna. E comunque Plutarco nella Vita di Bruto non tocchi distintamente di questa sentenza, laonde Pier Vettori dubita che Dione in questo particolare faccia da poeta più che da storico, si manifesta il contrario per la testimonianza di Floro, il quale afferma che Bruto vicino a morte proruppe esclamando che la virtù non fosse cosa ma parola26.
La versione di Dione aveva interessato il Recanatese al punto da prevedere una sua trattazione all’interno dell’opera politica che stava progettando27. Non a caso, nei versi della canzone che anticipano il vero e proprio monologo del personaggio (vv. 1-16), la leggenda suddetta va incontro ad una prima menzione:
Poi che divelta, nella tracia polve
giacque ruina immensa
l’italica virtute […]
il calpestio de’ barbari cavalli
prepara il fato, e dalle selve ignude
[…] a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo già di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote28.
Nelle due stanze immediatamente seguenti, Bruto dà sfogo alla sua acerrima invettiva:
Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scole, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,(se numi avete in Flegetonte albergo
o su le nubi) a voi ludibirio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodo lenta
legge al mortale insulta.
[…] dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? E quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
necessità gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessarii danni
si consola il plebeo […] / […]29.
Nei versi a seguire, il tema del suicidio viene menzionato in maniera sempre più esplicita:
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’altro lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli Dei chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fora
tanto valor ne’ molli eterni petti.
[…] Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e Diva. Or poi ch’a terra
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il suo dardo accusa30.
Nella stanza che segue, l’umanità viene presentata come la specie più sprezzante della vita dal momento in cui, sprovviste delle facoltà raziocinanti, «Di colpa ignare e de’ lor proprii danni / le fortunate belve / serena adduce al non previsto passo / la tarda età […]»31. Gli avvenimenti storici sembrano costituire perlopiù lo sfondo, le premesse e le circostanze del gesto estremo di Bruto fino alla sesta stanza della canzone, nella quale viene offerta una rappresentazione della luna decisamente angosciante e rispondente all’indifferenza della Natura rispetto a «l’alta ruina […]» e alle «mutate / sorti del mondo […]»32:
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sì placida sei? Tu la nascente
Lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori;
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai quando ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintonerà quella solinga sede33.
Ancora una volta, Bruto insiste sul fatto che l’infelicità umana sia determinata dalle facoltà del pensiero e, rifiutando ogni possibilità di invocatio agli dei, alla terra, alla notte o all’età futura in cui «[…] mal s’affida / a putridi nepoti / l’onor d’egregie menti e la suprema / de’ miseri vendetta[…]»34, si congeda definitivamente dal mondo e dalla storia: «Le penne e il bruno augello avido roti; / prema la fera, e il nembo / tratti l’ignota spoglia; / e l’aura il nome e la memoria accoglia»35. La conclusione della canzone dimostra come, senza alcun dubbio, le figure del Bruto leopardiano e del Catone dantesco differiscano nella motivazione che più si è rivelata determinante per una scelta tanto estrema, nonché per il suo valore simbolico e per la ricezione che essa ha determinato presso i lettori. Eppure, come si è ampiamente discusso, ci si trova di fronte a due personaggi decisamente complessi, i quali si ritrovano ad affrontare un dramma personale ricco di implicazioni che lasciano spazio almeno ad un confronto, due figure soggette ad una sorte che, in entrambi i casi, li ha portati ad una scelta tanto estrema quanto problematica sotto diversi punti di vista.
Nella prospettiva di Dante, nel segno di una libera autodeterminazione politica e, di conseguenza, morale, Catone si oppone ad un progetto storico di ordine provvidenziale con un atto sacrilego36 e, ciò nonostante, viene celebrato come un exemplum degno di memoria e di esaltazione letteraria. Nella canzone di Leopardi, invece, pur collocandosi in un contesto storico e politico altrettanto tragico, Bruto attribuisce il suo atto suicida ad una liberazione rispetto al mondo moderno e alla scoperta della vanità di ogni illusione e, sprezzante della futilità della virtù e degli dei, quanto consapevole dell’inesorabilità del destino e della sua indifferenza verso la sofferenza umana, fonda la propria esemplarità sull’abbandono della vita e di una storia sempre più degenere.
Note
- Come Leopardi stesso ha spiegato nel manoscritto autografo dei Canti conservato nella Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’ di Napoli (Palazzo Reale – Fondo Leopardiano), «Bruto minore. Così gli antichi intitolavano spesso i loro libri […] dal nome delle persone che v’erano introdotte a parlare. Non solo i dialoghi […] ma similmente altri libri, come Isocrate il Nicocle e l’Archidamo» in Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, Roma, Carocci, 2022, p. 153. ↩︎
- Per approfondire la genesi e la storia editoriale del testo: Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., p. 151. ↩︎
- Luciano Canfora, Dante e la libertà, Milano, Solferino, 2023, p. 17. ↩︎
- Si riportano i versi a cui si fa riferimento: «li raggi de le quatro luci sante / fregiavan sì la sua faccia di lume, / ch’io ’l vedea come ’l sol fosse davante» in Dante Alighieri, Purgatorio, I, vv. 37-39, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2001, p. 190. Nella teologia cristiana, le virtù cardinali corrispondono alla prudenza, alla giustizia, alla fortezza e alla temperanza. ↩︎
- Per approfondire quest’ultimo aspetto: Andrea Fasolo, Leggenda, storia, Provvidenza, contemporaneità. Le diverse implicazioni del discorso di Giustiniano in Par., VI, in «Inchiostro», 30 giugno 2025 (https://inchiostrorivista.com/2025/06/30/leggenda-storia-provvidenza-contemporaneita-le-diverse-implicazioni-del-discorso-di-giustiniano-in-par-vi/). ↩︎
- Si tratta di un’opera enciclopedica in langue d’oïl, composta dall’autore durante l’esilio francese all’incirca nel terzo quarto del XIII sec. ↩︎
- Per approfondire: Gian Biagio Conte, Emilio Pianezzola, Il libro della letteratura latina. La storia e i testi, Milano, Mondadori, 2000, pp. 623-624. ↩︎
- Si prenda visione, in particolare, di De Civitate Dei, I, 17, 20, 25. ↩︎
- Dante Alighieri, Purgatorio, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Milano, Mondadori, «Oscar classici», 2016, pp. 5-8. ↩︎
- Per approfondire: Andrea Fasolo, Hybris e conquista storica. Il viaggio oltre i confini del mondo abitato di Ulisse e di Vasco da Gama nelle letterature italiana e portoghese, in «Inchiostro», 7 luglio 2025 (https://inchiostrorivista.com/2025/09/01/hybris-e-conquista-storica-il-viaggio-oltre-i-confini-del-mondo-abitato-di-ulisse-e-di-vasco-da-gama-nelle-letterature-italiana-e-portoghese/). ↩︎
- «Chi v’à guidati, o chi vi fu lucerna, / uscendo fòr de la profonda notte / che sempre nera fa la valle inferna? // Son le leggi d’abisso così rotte? / o è mutato in ciel novo consiglio, / che, dannati, venite a le mie grotte?» in Dante Alighieri, Purgatorio, I, vv. 43-48, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 190. ↩︎
- Cfr. Inf., II, vv. 52-142. ↩︎
- Dante Alighieri, Purgatorio, I, vv. 70-75, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 191. ↩︎
- Per approfondire: Andrea Fasolo, Hybris e conquista storica. Il viaggio oltre i confini del mondo abitato di Ulisse e di Vasco da Gama nelle letterature italiana e portoghese, cit., p. 1 (https://inchiostrorivista.com/2025/09/01/hybris-e-conquista-storica-il-viaggio-oltre-i-confini-del-mondo-abitato-di-ulisse-e-di-vasco-da-gama-nelle-letterature-italiana-e-portoghese/). ↩︎
- Dante Alighieri, Purgatorio, I, v. 80, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 191. ↩︎
- Dante Alighieri, Purgatorio, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, cit., p. 7. ↩︎
- Si tratta dell’insieme di temi, situazioni e personaggi della lirica e della narrativa leopardiane che ripropongono la caduta dell’antropocentrismo in una prospettiva nichilista, la stessa che determina una concezione dell’universo meccanicistica. Se confrontato con la vastità del cosmo, infatti, all’uomo non spetta che una posizione irrilevante e, di conseguenza, l’abbandono totale ed incondizionato al suo cieco destino. In altri termini, il leopardismo cosmico costituisce una declinazione specificatamente letteraria del pessimismo cosmico, utilizzata soprattutto in chiave comparatistica. Per approfondire: Andrea Fasolo, Leopardismi novecenteschi. Autori, figure e temi di un canone intertestuale, tesi di Laurea Triennale in Lettere Moderne, pp. 7-13. ↩︎
- Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., p. 152. ↩︎
- Ivi, p. 151. ↩︎
- «(Porfirio) […] noi possiamo conoscere […] quello che ritiene gli uomini che non abbandonino la vita spontaneamente; e quel che gl’induce ad amarla, e a preferirla alla morte; non è altro che un semplice e manifestissimo errore, […] di computo e di misura: cioè un errore che si fa nel computare, nel misurare e nel paragonar tra loro, gli utili o i danni» in Giacomo Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Id., Operette morali, a cura di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, 2020, p. 222. ↩︎
- «(Plotino) […] passato un poco di tempo; mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco; e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura» in Giacomo Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Id., Operette morali, a cura di Antonio Prete, cit., p. 223. ↩︎
- «(Plotino) […] colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta […] dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione […] apparisce il più schietto, il più sordido […] il men bello e men liberale amore di se medesimo […] In ultimo, […] le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, […] non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono malagevoli da tollerare; massime ad un uomo saggio e forte, […] E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla» in Giacomo Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio, in Id., Operette morali, a cura di Antonio Prete, cit., p. 224. ↩︎
- «Mes sentiments envers la destinée ont été et sont toujours ceux que j’ai exprimés dans Bruto minore» in Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., p. 151, ovvero ‘Le mie impressioni sul destino sono state e sono tuttora quelle che ho formulato in Bruto minore’ (traduzione a opera dell’autore del testo, A. Fasolo). ↩︎
- Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., p. 152. ↩︎
- Il termine indica delle brevi introduzioni presenti nei canzonieri provenzali, che fungevano da premessa ai componimenti antologizzati illustrandone i contenuti, i diversi riferimenti interni e le eventuali circostanze compositive. ↩︎
- Giacomo Leopardi, Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte, in Id., Operette morali, a cura di Antonio Prete, cit., p. 235. I grassetti corrispondono al corsivo del testo da cui si cita. ↩︎
- Giacomo Leopardi, Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., p. 152. ↩︎
- Giacomo Leopardi, Bruto minore, vv. 1-3, 5-6, 8-15, in Id., Canti, introduzione e commento di Andrea Campana, cit., pp. 154-155. ↩︎
- Ibidem, pp. 156-157. ↩︎
- Ibidem, pp. 158-159. ↩︎
- Ibidem, p. 159. ↩︎
- Ibidem, p. 162. ↩︎
- Ibidem, pp. 160-161. ↩︎
- Ibidem, p. 163. ↩︎
- Ibidem, pp. 164. ↩︎
- L’auto-eliminazione come sacrilegio denota la componente cattolica del punto di vista di Dante, che non rispecchia quello proprio degli Antichi sul tema del suicidio. ↩︎





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