La camelia

La camelia

Racconto liberamente ispirato a Kentuki di Samanta Schweblin

– Sei felice. – Non era una domanda. 

– Ovviamente. – Rispondeva sempre. Spiegarle perché non fosse proprio al settimo cielo era troppo complicato e lui non aveva tempo.

– Dopotutto non hai motivo di non esserlo. Io al contrario… come si dice: “parenti serpenti”, no? Ci penso ancora. Quell’idiota di tuo padre si è fatto fregare così facilmente e poi pretende che io non abbia il dente avvelenato. – E lei ricominciava. Ogni giorno la stessa storia.

– Non so cosa dirti. Dovresti provare ad essere felice. – Buffone, si disse mentalmente. A chi vuoi dare consigli?

– Ma ho ragione, no? – Forse. Insomma, lui di cavilli legali non ne sapeva poi granché. 

– Non lo so. – Un verso di stizza. 

– Ovviamente. Riattacco ora. Ciao. –

Si girò verso il piccolo pappagallo di peluche che lo guardava dal letto con quei suoi occhietti vitrei. Fissi. Un po’ più colorati dei suoi.

– Non so mai cosa dirle. – Sospirò. 

Sentire la voce di sua madre appena sveglio lo metteva in uno stato di malessere che lo avrebbe seguito per tutta la giornata, fino al mattino seguente, quando puntualmente avrebbe ricevuto un’altra telefonata di lamentele. 

Ma era felice lui, no? Poteva sopportarlo. Era giovane e aveva tutta la vita davanti.

– E tu, che mi dici? Hai un bel rapporto coi tuoi? –

Il kentuki non si mosse, non che si aspettasse una risposta, non rispondeva mai, ma anche un semplice strillo per gridare al mondo la sua presenza dietro quegli occhietti limpidi sarebbe stato gradito. Altrimenti, perché pagare una tale cifra per sommare silenzio al silenzio? Raramente si muoveva, e lo faceva solo per ricaricare la batteria o quando passava dalla sua camera da letto alla cucina e viceversa. Quel posto non aveva nemmeno un salotto.

– Dovrei comprarmi una radio. – Si disse tra sé e sé, ma a dirla tutta non gli interessavano poi così tanto le notizie che trasmettevano: che un tipo si fosse dato fuoco o che ci fosse la guerra in un lontano stato arabo non gli importava. Quando gli chiedevano che fazione politica avesse l’onore di avere il suo voto, rispondeva vagamente, con un “mah sono tutti corrotti, io sto nel mezzo.”, ma non sapeva nemmeno lui in cosa consistesse quel mezzo. Quei quattro gatti di amici che si trovava elencavano nomi su nomi di politici a cui non riusciva nemmeno a dare un volto. Chi erano XY e YX? Non lo sapeva, faceva un mezzo sorriso e ascoltava gli altri scannarsi tra di loro, divisi tra chi gridava alla rivoluzione per i diritti della patria e a chi interessavano i diritti umanitari, perché non sempre le cose coincidevano e allora si doveva scegliere se salvare il proprio popolo o considerarsi cittadini del mondo.

Lui stava bene nella zona grigia, tra gli ignavi.

Andava bene così, perché non aveva voglia di pensare troppo o documentarsi su cose che non gli stuzzicavano curiosità. Nessuno dei suoi amici condivideva con lui almeno uno dei suoi interessi. Anche quel kentuki che abitava in quell’appartamento senza un salotto, all’inizio non era convinto di volerlo, ma tutti ne possedevano uno e, non trovando altri argomenti di cui parlare in quei venerdì sera, non aveva avuto altra scelta che comprarlo. Ormai era la moda del momento. Sarebbe passata in fretta, e alla prima occasione lo avrebbe rivenduto a qualcun altro. A metà prezzo, ma almeno avrebbe avuto indietro una parte dei soldi spesi. Avrebbe pagato una parte di affitto o si sarebbe comprato una stufetta nuova: era rotta da mesi ormai.

Aveva sentito dire che un’amica dei suoi amici  – di cui non ricordava il nome – aveva deciso di essere un kentuki, perché pensava che così avrebbe fatto compagnia a qualcuno di solo. Lo avrebbe aiutato, dopotutto chi prendeva la decisione di comprare un kentuki si sentiva inconsciamente solo. Studiava Psicologia perché il padre ci teneva che seguisse le sue orme, ma lei sognava di diventare maestra d’asilo. 

– No, non potrei mai essere kentuki. – Farfugliò mentre cucinava. O meglio, riscaldava la pasta avanzata del giorno prima. Si era dimenticato di fare la spesa e fuori faceva troppo freddo perché lui mettesse piede al supermercato. 

Dalla camera da letto sentì un tonfo e il rumore meccanico di ruote che marchiavano il già delicato pavimento in legno. Con la coda dell’occhio lo vide mettersi in un angolo e da lì non si mosse. Sporadicamente muoveva le ali o la testa per seguire i suoi movimenti.

– Sai, sei un po’ come il Grande Fratello. Mi guardi, sai tutto di me e non intervieni fino a quando non mi ritroverò la polizia sotto casa pronta a torturarmi per farmi omologare al sistema. – Cercò di provocare una reazione. Qualsiasi cosa.

Il pappagallo lo fissava. 

– Se avessi avuto qualche soldo in più forse mi sarei comprato un uccellino vero. Dicono che siano ottimi compagni. Ma come lo sfamerei quel povero cristo? Con della pasta stracotta? –

Non faceva ridere nemmeno a lui quella situazione, ma non poteva piangersi addosso. 

– C’è chi sta peggio e io in fin dei conti sono felice. Chissà se tu vivi meglio o peggio di come vivo io? Dimmi, hai mai provato qualcosa di quelli? – Indicò sulla mensola una scodella accanto al barattolo delle caramelle, piena di scatole di ansiolitici e pillole per il sonno. 

– Non mi fanno nulla, a volte le confondo con le caramelle. Risparmia i soldi, se puoi.-

Quando ebbe finito il suo magro pranzo posò le stoviglie sporche nel lavello e le lasciò lì. Tirò fuori dallo zaino qualche libro e li posò sul tavolo.

– Pronto a uno studio matto e disperatissimo? – Il silenzio che ne seguì fu la prova che doveva muoversi e rimettersi al passo. Era indietro, e, mentre i suoi compagni di corso riuscivano già a risolvere equazioni complesse, lui era forse ancora alle tabelline. Ma era una laurea che gli avrebbe potuto garantire un buon lavoro all’estero, in futuro. Doveva solo imparare il tedesco e migliorare il suo precario inglese. Se avesse poi ottenuto delle abilitazioni sarebbe stato a cavallo. O forse doveva partecipare a qualche concorso pubblico.

Niente lo avrebbe fermato, avrebbe conquistato il mondo e sarebbe diventato un altro cervello in fuga incompreso, guardato con ammirazione e malcelata invidia. Avrebbe aiutato i suoi con i loro debiti, avrebbe pagato una bella vacanza a Toronto a sua madre e comprato una nuova moto a suo padre. Per suo fratello quanti più vinili ricercati da aggiungere alla sua collezione e per i suoi nonni, se fossero stati ancora in vita quando tutto il suo progetto si fosse realizzato, un gatto siamese in sostituzione di Briciola, la gattina tredicenne che se ne era andata da qualche anno a causa di un tumore. Si domandò se avesse dovuto regalare qualcosa al suo fratellastro, più grande di lui e di suo fratello, ma anche la sola idea avrebbe portato sua madre a un livello di isteria e depressione e ansia e agitazione ancora più grande. Meglio di no. O lo avrebbe fatto di nascosto con suo padre. Il suo complice. Come quando doveva augurargli buone feste o chiamarlo per il compleanno.

Chinò la testa sui libri. 

Non poteva perdere altro tempo.

Alle dieci di sera chiuse i libri. Aveva fatto un buon lavoro, poche pause e poi di nuovo uno studio matto e disperatissimo. Era ora di andare a dormire.

Si alzò. Il pappagallo immobile ancora nell’angolo.

– Spero tu sia andato a fare una pennichella mentre studiavo, non immagino qualcosa di più noioso di guardare qualcuno tentare di capirci qualcosa del nostro sistema economico. –

Lasciò i libri sul tavolo, forse domani non sarebbe andato a lezione. Era abbastanza stanco. 

Si chinò e prese tra le braccia il kentuki. Non era troppo pesante, ma il leggero strato di polvere sulle piume lo fece starnutire.

– Sei quasi scarico, sciocco. –

La postazione di carica era accanto al suo letto, vi posò sopra il pupazzo e lo lascio caricarsi mentre si dava una sistemata in bagno. Optò per farsi la doccia la mattina, perché in quel momento proprio non ne aveva la forza. Infilato il pigiama e controllato di non aver ricevuto messaggi dai suoi amici, finalmente posò la testa sul cuscino. Forse avrebbe dovuto prendere un sonnifero. Aprì gli occhi e con un po’ d’acqua buttò giù quella droga che avrebbe funzionato sì e no per una settimana, prima di perdere il suo effetto placebo. 

Meglio di nulla. 

La mattina seguente non andò a lezione. Era troppo stanco. Si alzò, fece una veloce colazione con qualche fetta biscottata dura come il marmo e poi si diede una ripulita. 

Non aveva nulla di particolare da fare quel giorno, solo qualche commissione, ma erano ormai le dieci e presto o tardi avrebbe ricevuto una telefonata dalla sua genitrice.

Il telefono squillò. Puntuale come un orologio svizzero. O come la morte.

– Dica, madre adorata.- O sua maestà.

– Buongiorno anche a te. Come stai oggi? – Sembra serena.

– Indovina. –

– Sei felice. –

– Ovviamente. – Sentì un piccolo rumore metallico. Il kentuki si era svegliato e come sempre lo osservava senza fiatare.

– Io sono stanca, invece. Ho dovuto pulire tutta casa. Devo sempre far tutto io, qui dentro. – E invece no. E lei con delicata voce fu più che felice di recitare una lunga lista di quello che in neppure due ore da quando si era svegliata aveva svolto in casa. Dove trovasse le energie per agire e lamentarsi non lo capiva. Non era genetica, lui non l’aveva mai avuta quell’energia. Né aveva la sua propensione a rompere le palle alla gente. 

– Ti saluto, ora. Avrai lezione tra poco, non voglio disturbarti. Ciao. – Che cara.

– Ciao. –

Si girò verso il kentuki e gli fece un piccolo cenno di saluto. L’educazione prima di tutto.

– Lei è così. Non cerca soluzioni, ma una vittima a cui attaccarsi per lamentarsi della sua triste esistenza. Ed è a quel punto che entro in gioco io. Sono il suo burattino, o, spesso e volentieri, suo capro espiatorio, nato il giorno del suo compleanno. Siamo un cancro, io e lei.-

Si sedette di fronte al kentuki.

– Sarai annoiato dalla mia vita ormai, no? Di me, cosa saprai mai? –

Il kentuki lo osservò attento con i suoi occhietti sinceri. Che stesse parlando da solo? Magari il suo amichetto aveva fatto una pausa al bagno.

Sospirò. Una nuova giornata di sopravvivenza iniziava. Doveva fare la spesa e fermarsi in farmacia a comprare dei sedativi per la tosse. Funzionavano meglio dei sonniferi.

Quando tornò a casa era ormai ora di pranzo. Posò le due buste per terra e ne tirò fuori qualcosa di surgelato. Non amava il cibo precotto, ma il microonde consumava meno del gas. Doveva razionare quel poco che gli rimaneva sul conto. Avrebbe iniziato a lavorare il prossimo mese, c’era una ditta che cercava un corriere da un anno, ormai, e contava che non avrebbero ancora trovato nessuno prima che decidesse di inviare il suo curriculum. Visti i turni di lavoro, non si sorprendeva del perché.

Il kentuki si era già posizionato nell’angolo, in attesa. Si chiese quanto noiosa fosse, in fin dei conti, anche la vita del suo anonimo osservatore, perché rimanesse collegato a vedere proprio lui nel suo squallido appartamento. C’era chi portava il proprio kentuki in vacanza, o riusciva a mettersi in contatto con la persona dall’altra parte di quel pupazzo robotico e insieme si intrattenevano in lunghe e filosofiche conversazioni; il suo, di kentuki, lo degnava appena di uno sguardo. A volte si sentiva in colpa per non potergli dare qualcosa di più.

– Maniaco. – Sussurrò. Non che lui fosse poi così intelligente per aver fatto entrare uno sconosciuto in casa sua. 

Pranzò, la pila di libri già posizionati dal giorno prima in un angolo del tavolo lo guardava famelico. Spesso e volentieri, quando non riusciva a dormire e iniziava a passeggiare per l’appartamento, ci andava addosso e, puntualmente, gli cadevano sui piedi. Doveva trovare un altro posto in cui sistemarli. Ci avrebbe pensato più tardi. 

Passò il pomeriggio su quei libri e si permise di cenare, per quella sera. Un po’ se lo meritava, in fondo. La notte non dormì. Sentiva dei brividi lungo la schiena, e mani ovunque che gli toccavano tutto il corpo. 

Ci mancavano solo i fantasmi.

Il primo post-it che trovò era stato attaccato con il nastro adesivo alla porta. Non se ne era accorto subito, perché cercava in modo disperato le chiavi di casa, per entrare. Non si ricordava mai dove le metteva e non voleva usare la chiave di emergenza, era sicuro che si sarebbe dimenticato di metterla a posto, e la chiave di emergenza avrebbe a quel punto dovuto cambiare nome.

C’era una sola parola scritta sopra il post-it, in una grafia che quasi restituiva un po’ di giustizia alla propria: “Ciao 🙂”. 

Non ci diede peso. Era un condominio molto frequentato da famiglie con bambini e adolescenti, poiché costava poco e si aveva il minimo indispensabile per sopravvivere. Alcune volte gli era capitato che qualche ragazzino bussasse alla sua porta per poi scappare. Tipico, rendeva l’aria lì dentro un po’ più viva.

Lo staccò e aprì la porta. Lo posò sul primo mobile libero senza nemmeno guardarlo due volte. Non aveva tempo. Doveva recuperare la lezione che aveva perso il giorno prima. E doveva anche ricordare a sua madre di pagare l’assicurazione della vita di suo padre, perché lei si dimenticava e così, durante le sue chiamate mattutine, lei lo pregava di ricordarle cosa doveva fare nel pomeriggio. Quella donna, a volte, lo faceva impazzire. Lo aveva preso per la sua agenda personale? 

Salutò il kentuki e procedette con la sua giornata. La lezione di quel giorno lo aveva confuso ancora di più, e i suoi amici non erano di grande aiuto.

Oggi avrebbe fatto le ore piccole. Almeno, risparmiava in sonniferi.

Il secondo post-it era accompagnato da un grazioso fiore rosa pallido. Una camelia? Non sapeva nemmeno perché conoscesse il nome di quel fiore, che profumava di inverno. Non ne era esperto, in verità; era pure allergico al polline. La primavera per lui era una tortura, poteva però chiedere al suo medico di prescrivergli qualcosa insieme ai nuovi sonniferi che aveva ordinato. Sì, poteva. Doveva annotarlo. 

Si rigirò il post-it tra le mani. Il foglietto recitava: “Ciao :), come va?”.

– Come sempre. – Disse al vento e non ci diede peso. Un bambino o un ammiratore insistente. 

Entrò, il fiore in mano. Non voleva buttarlo. Posò distrattamente il post-it sul mobile, accanto a quello del giorno prima che non aveva ancora buttato.

Quel fiore doveva stare almeno un metro lontano da lui. Prese un vasetto che aveva tenuto per metterci le penne e lo svuotò. Era un po’ piccolo ma poteva andare, tanto quel fiore sarebbe morto nel giro di poco. Non aveva il pollice verde, a differenza di suo padre: lui era riuscito a creare una vera e propria coltivazione di fragole in giardino e le sue piante fiorivano tutto l’anno.

Si girò verso il kentuki, seduto nel suo angolino.

– Carino no? Peccato sia allergico. – 

Non diede cenni di vita, ma pensò che nessuno poteva odiare i fiori. Non era poi così male come giornata.

Il terzo post-it, piegato su se stesso, nascondeva un braccialetto fatto con quelli che sembravano sottilissimi fili gialli di qualche materiale che non conosceva. Non erano fili di lana; bava di seta? Diceva:”Ciao :), come va? Un regalo per te!“.

Lo aveva trovato semi-infilato sotto la porta di casa appena aveva salutato sua madre al telefono. Si era lamentata delle modalità di voto del referendum che si sarebbe svolto da lì a poco, come sempre non ci aveva capito nulla e aveva dovuto spiegarglielo per filo e per segno due volte prima che lei lo salutasse spazientita, con la scusa che doveva preparare il pranzo. Che donna. 

– Che simpatico. – Si infilò il bracciale al polso. Gli dispiaceva buttare un regalo fatto a mano. Telefonò a uno dei suoi amici. Aveva disperato bisogno degli appunti di quel giorno.

Il giorno seguente avrebbe dovuto fare la spesa, non aveva più acqua in casa e quella del rubinetto era piena di calcare. Le cure per i calcoli renali gli sarebbero costate di più rispetto a un paio di bottiglie d’acqua. 

Vide di sfuggita il kentuki raggiungerlo in cucina. Si abbassò alla sua altezza per mostrargli il bracciale.

– Almeno è un bambino simpatico. No? – Lui aveva deciso che fosse un bambino. Un bambino dai capelli biondo sporco e le lentiggini. Forse si chiamava Ismail o Ezra. Sperava non fosse un Kevin. C’erano così tanti bambini di nome Kevin, ormai, che pensò di non trovarsi più nel suo paese, ma negli Stati Uniti.

Sì alzò e prese a lavare i piatti che aveva accumulato in quei giorni. Ormai c’era un cattivo odore che aveva raggiunto ogni angolo dell’appartamento. Gli metteva calma lavare i piatti, ma solo quando era di buon umore. 

Finì di asciugarli e si preparò mentalmente a un nuovo pomeriggio di studio. 

Non ricevette post-it per almeno due giorni, evidentemente il suo ammiratore segreto era impegnato nel fine settimana, a differenza sua. Non che amasse spassarsela il sabato, ma erano ormai diverse settimane che non faceva serata. I suoi amici gli avevano proposto di uscire, per dare il dovuto benvenuto a un’amica che era arrivata da poco nella loro città, ma non conoscendola non aveva proprio la voglia di impegnarsi nel difficile atto della socializzazione. Domande come: “Come ti chiami? Da dove vieni? Cosa studi?” erano così noiose. Perché nessuno gli chiedeva invece: “Perché un assassino accoltellerebbe le sue vittime in un ascensore fatto di vetro?” o “Se fossi una guardia penitenziaria e davanti avessi un condannato a morte, gli diresti la data della sua esecuzione o gli faresti vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo?” No, meglio chiedere i dati personali. 

Aveva gentilmente rifiutato: aveva da fare. Nessuno ci credeva, ovviamente, ma nessuno cercò neppure di dissuaderlo. Lo conoscevano, almeno un po’. E poi, la sua presenza non era davvero fondamentale.

Aveva preferito rimanere a casa, sdraiato a letto a contemplare la muffa sul soffitto, il kentuki in carica accanto al letto.

Quella sì che era vita.

Il lunedì il suo ammiratore era tornato: “Per il sonno“, aveva scritto, accompagnando il tutto da un sacchettino con all’interno dei tappi di plastica per le orecchie. 

Che lo avesse sentito andare su e giù tutta la notte? Sperava di non aver disturbato nessuno. Quegli appartamenti avevano i muri abbastanza sottili, spesso sentiva le attività notturne della coppia alla sua destra. Erano degli anzianotti piuttosto arzilli e allegri per la loro età. Sorridenti, lo salutavano ogni volta che si incrociavano per il corridoio. Qualche volta gli portavano i loro avanzi o, se la moglie cucinava più del dovuto, era felice di condividerne un po’ con i vicini. Non avevano molto, come lui, ma erano sempre pronti a chiedere se gli altri avessero bisogno di aiuto. Si erano trovati, loro due, e lui si augurava che vivessero ancora a lungo.

Prese il tutto ed entrò. Il telefono squillò ad annunciare, come tutti i giorni, la presenza di sua madre nella sua esistenza. Pensò che sarebbe stata in grado di chiamarlo anche dalla tomba.

Che donna.

Mentre ascoltava le novità eccezionali del giorno si rigirò quei tappi nella mano. Li avrebbe usati. Anche solo per sdebitarsi con il suo benefattore.

Il martedì pomeriggio aveva trovato sul tappeto d’entrata un sacchetto pieno di caramelle; le sue preferite, tra l’altro. 

Per te”. Che pensiero carino, aveva avuto. Entrò in casa, si diresse verso il kentuki e si abbassò alla sua altezza.

– Che pensiero gentile. Volevo prenderle l’altro giorno ma erano finite. Solitamente ne faccio scorta perché ne vanno matti tutti. Non è la prima volta che me le soffiano da sotto il naso. – Il kentuki si mosse appena per guardarle, ma non fece nient’altro. Ne scartò una e se la mangiò: ci volevano proprio, per le giornate che non era pronto ad affrontare. Mise il resto nel contenitore che teneva di solito sul piano della cucina.

Erano la costante positiva nella sua vita.

Mercoledì il post-it conteneva solo una parola: “Prego”. Doveva averlo visto raccoglierle felice. Chissà se un giorno si sarebbe palesato.

Quando sua madre chiamò, quel giorno, si domandò se fosse il caso di dirglielo. Ne aveva mangiata un’altra prima di risponderle. 

– Mamma, posso dirti una cosa? –

– Dimmi. – 

Era un po’ seccata di essere stata interrotta ancora prima di iniziare. 

– C’è un bambino che ogni giorno mi lascia dei piccoli regali alla porta. Ieri mi ha portato delle caramelle e l’altro giorno un braccialetto fatto a mano. –

– Oh che carino. Dovessi vederlo, sdebitati, mi raccomando! Ah, ti ho raccontato cosa ha fatto ieri tuo fratello? –

Giovedì, insieme al post-it, c’era una scatola di cartone sul suo tappeto d’ingresso. La aprì: dentro trovò un piccolo diffusore di essenze e un post-it con scritto: ”Dicono aiuti a rilassarsi”. 

– Perché non provare? Grazie, amico dei post-it! – Ringraziò ad alta voce, sperando che il suo ringraziamento fosse giunto al suo benefattore.

Non diede peso alla stranezza di tutta quella situazione. Alla gente spesso faceva pena vederlo così emaciato, magari i suoi vicini erano più amorevoli di quanto pensasse.

Quella sera dormì profondamente.

Venerdì non aveva proprio voglia di alzarsi dal letto. La sveglia suonava già da un po’ ma non l’aveva sentita. Finalmente riusciva a dormire più di qualche ora a notte. Si alzò pigramente e si diresse al bagno. Si lavò e si diede una sistemata al meglio che poté. Profumava particolarmente di buono quella mattina. Aveva comprato uno shampoo diverso dal solito e non se ne era accorto?

Vide la bottiglietta sul ripiano dove metteva gli shampoo e i bagnoschiuma: uno shampoo alla melagrana. Non ricordava di aver visto quella marca al supermercato, ma dopotutto non faceva la spesa così di frequente da ricordare ogni articolo su ogni scaffale.

Non importa, doveva sbrigarsi per la lezione.

Si vestì in fretta e uscì, il telefono già in mano per quando avrebbe chiamato sua madre.

Non aveva ricevuto post-it, quella mattina. Diede una veloce occhiata al kentuki ma, come suo solito, non si muoveva dai suoi amati angoli.

Se il kentuki era felice così, chi era lui per distruggere la sua felicità? 

Quando ritornò a casa si infilò subito a letto. Aveva deciso di comprare una piccola radio quella mattina, dopo essere stato quasi mezz’ora fuori dal negozio di elettronica, indeciso se entrare o meno. Gli serviva davvero? Si disse che avrebbe potuto ascoltare un po’ di musica prima di addormentarsi. Magari anche mentre studiava. C’era un kentuki in vetrina che continuava a sbattere contro il vetro. Gli faceva tenerezza, sembrava avesse un così vorace desiderio di uscire che riuscì a stento a fermarsi prima di dare un pugno al vetro che lo teneva prigioniero. 

Alla fine si era convinto a comprare la radio. Era stato un acquisto impulsivo, e ora, tornato alla sua adorata magione, un po’ si pentiva di aver speso tutti quei soldi. 

Purtroppo aveva una tremenda emicrania e non desiderava affatto ascoltare musica; non se la sentiva nemmeno di studiare per quella sera. Accese invece il suo diffusore, aveva letto su una rivista per casalinghi e fai da te che aiutava per il mal di testa. Sperava anche per la nausea.

Si sistemò meglio a letto, buttando i vestiti sporchi dove capitava e si addormentò. Li avrebbe sistemati il giorno seguente.

La mattina, quando si svegliò, stordito e non del tutto lucido per la profonda notte di sonno, pensò di avere la febbre. Sentiva caldo, ma era pieno inverno e il suo appartamento non aveva un riscaldamento così potente. Non aveva nemmeno un termometro funzionante per controllare. Aveva i brividi e si sentiva morire, ma non importava, doveva alzarsi e prepararsi a studiare. Avrebbe preso qualche medicina e, in extremis, avrebbe chiamato il suo medico. Era difficile chiamarlo, ultimamente; era il periodo in cui si ammalavano tutti, soprattutto gli studenti, ma forti e giovani com’erano potevano sopportare qualche linea di febbre.

Tanto non doveva uscire quel giorno. 

C’era qualcosa che non comprendeva, però: quando aveva piegato i vestiti sul letto?

La domenica era il giorno che più odiava: un preludio al lunedì. Passava tutto il giorno a pensare a quello dopo. Di conseguenza sprecava una giornata intera a non fare nulla e a commiserarsi.

Era così svogliato che aveva lasciato i piatti sporchi dalla mattina fino alla sera e non aveva nessuna intenzione di lavarli. Era irritato. Più del suo solito. Sua madre lo irritava, ma non solo lei: i suoi amici che lo cercavano solo quando conveniva; la coppia che faceva sesso ad ogni ora della mattina; quel kentuki che lo guardava sempre e non parlava mai. E, se non lo guardava, era in carica sulla sua piattaforma, proprio come stava facendo da almeno mezza giornata. Quanto gli ci voleva? Perché aveva scelto un pappagallo se era sempre zitto?

Odiava tutti. Voleva che sparissero. Che bruciassero.

Voleva sparire. E si spaventò dei suoi pensieri.

Non trovava pace, quel giorno, nel suo piccolo e brutto appartamento. Ormai stava facendo i solchi per terra da quanto non riusciva a stare fermo.

Si girò verso il tavolo della cucina. La radiolina che aveva abbandonato lì sopra la sera prima sembrava richiamarlo a sé. Ad un tratto pensò di sentirla pulsare, ma era impossibile che una radio pulsasse. 

La accese. Silenzio, e poi un improvviso coro di urla si levò dal dispositivo. Quasi cadde a terra dallo spavento. Era rotta? L’aveva gettata troppo violentemente ieri sera quando era tornato?

Suoni di interferenza cominciarono a mescolarsi con voci che sembravano provenire da dentro la sua testa. Gli rimbombavano nel corpo.

Go away! He’s coming! Aiutami! Llega! Huye! Mio Dio, no! Vattene! Kentuki? – 

La gettò sul pavimento e questa smise di funzionare, non prima di emettere un ultimo tremendo urlo.

Cosa era appena successo? Gli tremavano le mani. Era rotta. Non c’era altra spiegazione. O aveva appena sentito un podcast horror. Andavano di moda, soprattutto quelli thriller. Inoltre, gli era stato detto da un suo amico che qualche volta le radio si collegavano ad altri dispositivi in uno strano gioco di frequenze. Poteva essere successo anche quello. Forse aveva appena ascoltato una chiamata rivolta alla polizia? Sperava di no. Sì, c’erano molte spiegazioni per giustificare quelle voci. Doveva darsi una calmata, Santo Iddio!

Mangiò tutte le caramelle che gli avanzavano e si mise a letto. Accese anche quel diffusore per assicurarsi di poter dormire bene quella notte.

Basta radio per quel giorno.

Era troppo stanco per pensare anche ai soldi che aveva buttato in quel suo acquisto.

Non sapeva per quanto tempo fosse rimasto a letto. Gli faceva male la testa, sembrava che qualcuno lo stesse lobotomizzando. Gli arti prudevano, come se ci fossero tanti piccoli millepiedi che gli camminavano per tutto il corpo. Ne percepiva uno che correva coi suoi piedini su e giù per la trachea.

Sentiva i conati in gola. Cercò di alzarsi dal letto ma rantolò a terra. Vomitò. Sembrava vomitasse acqua. Gli usciva anche dal naso. Aveva un sapore rancido in bocca che gli mise ancora più nausea.

Quando non ebbe più di che vomitare, a fatica iniziò a trascinarsi fino al lavello della cucina, per ripulirsi. Buttò la testa sotto l’acqua fredda fino a calmarsi un po’. Riuscì a trovare un barlume di lucidità in tutto quel caos che aveva nella mente.

C’era qualcosa di strano. Il lavello era vuoto. Dove erano finiti i piatti di ieri?

Un rumore di ruote lo fece voltare, il solo movimento gli provocò una scarica in testa che quasi lo tramortì. Strabuzzò gli occhi più di quanto avesse mai fatto in vita.

Il kentuki lo osservava, ma non era quello che lo aveva paralizzato.

C’era un uomo in casa sua, uno sconosciuto.

– Chi sei? – Gli uscì strozzato, come se non parlasse da mesi. Aveva appena vomitato, la gola gli bruciava terribilmente.

– Rilassati, mi conosci. Sono il tuo kentuki. – Sorrideva come se fosse normale avere uno sconosciuto in casa. Si passò una mano tra i sottili capelli biondi e sorrise a trentadue denti.

– Come sei entrato? Vattene! – Doveva essere un urlo, ma probabilmente non sarebbe stato sufficiente a richiamare l’attenzione della coppia mezza sorda che gli abitava accanto. 

L’uomo fece una smorfia, non di irritazione ma di impazienza. Quasi si trovasse di fronte un bambino particolarmente stupido.

– Questa è la quarta volta che me lo chiedi, da una settimana a questa parte. Sono entrato con la chiave, genio, ho visto dove la nascondi. Sul serio pensi che metterla in un buco dello stipite sia una buona idea? Rivaluterei la scelta. – Ridacchiò, come se tutta quella situazione fosse normale. Come se fossero amici. 

– Vattene, prima che chiami la polizia. – Era una minaccia vana. Lo sentiva. Se quell’uomo voleva fargli del male non sarebbero mai arrivati in tempo.

– Non sei molto ospitale, e dire che per tutto questo tempo mi sono preso cura di te. Ho dovuto anche rispondere a quella bisbetica di tua madre. Non ha nemmeno riconosciuto che chi le stava rispondendo non era suo figlio. Tuo zio ha litigato di nuovo con la sua compagna, se ti può interessare. – 

Era sempre più incredulo ad ogni parola in più che sentiva. Come, una settimana? Non ricordava nulla, ma a quanto pare il suo corpo sì.

– Non ricordi nulla perché ti ho drogato. Mi sembra ovvio. Sono un buttafuori, di sostanze ne so qualcosa. Certo, non mi aspettavo ti mandassero al tappeto così presto e per così tanto tempo, ma a quanto pare hai un sistema immunitario che fa schifo e non molto sale in quella bella testolina che hai. – L’uomo si sedette in una delle sedie vuote. 

Dove erano i libri? Sul tavolo c’era un bellissimo mazzo di camelie. Plastica. Non lo aveva comprato lui. Si guardò intorno. La casa era pulita. Non era mai stata così pulita e in ordine, nemmeno quando si era appena trasferito, qualche anno prima, quando le cose andavano ancora bene.

– Mi sono preso la libertà di sistemare qui e lì. Era un porcile. – Gli rispose, notando come si guardava in giro.

Boccheggiò. Non gli uscivano subito le parole. Quella non era casa sua. No, dove erano i suoi libri? I suoi piatti sporchi? La polvere sui mobili?

– Devi andartene. – Disse scuro in volto mentre si reggeva al piano della cucina.

– Non mi sembra gentile da parte tua cacciare il tuo benefattore. Il tuo più caro amico. – Non sorrideva più. Era finita.

– Vattene! – Quell’urlo strozzato gli costò le corde vocali.

– Dopo tutto quello che ho fatto? Mi sono preso cura di te. Tu hai bisogno di me. – Si stava irritando, ma non urlava. I suoi occhi erano così scuri. Due pozze di catrame.

– No no no, vattene! Ora! Prima che chiami la polizia! – Non aveva più voce. Voleva andarsene. Quella non era casa sua. Quello non era un suo amico. Quel maledetto kentuki, lo voleva fuori da lì.

– E cosa dirai? Un gentile sconosciuto mi ha aiutato mentre ero in coma per aver assunto delle caramelle drogate? Il mio kentuki si è ribellato? Avanti, provaci. Di che voglio stuprarti, che voglio obbligarti a giochi erotici contro la tua volontà. Dillo alla polizia. Anzi, chiama i vicini! Chiedi se vogliono unirsi a noi! – Si era alzato, era più alto di lui, più muscoloso. Sorrideva, ma i suoi occhi erano spalancati. Agitava le mani in modo teatrale. 

Non aveva via di scampo. Era troppo lontano dalla porta di ingresso e probabilmente era anche chiusa a chiave. L’unica soluzione era raggiungere la finestra del bagno e sperare di non suicidarsi per errore.

Si trascinò con tutte le energie che gli rimanevano, ma non ebbe nemmeno il tempo di raggiungere la porta del bagno che venne spinto a terra, con una violenza tale che sentì il sapore del sangue in bocca. Si era morso la lingua. I suoi occhi si riempirono di fiori scuri mentre sentiva delle mani stringersi attorno al suo collo.

– Eri più carino da incosciente. È un peccato, pensavo andasse diversamente questa volta. Oh, beh, ci possiamo ancora divertire, però, stai tranquillo. – Gli sembrò di sentire.

Non aveva più fiato. Non vide la sua vita passargli davanti agli occhi, e forse era un bene.

Ma si ricordò della domanda di sua madre, a cui non aveva mai avuto il coraggio di rispondere sinceramente. Perché non voleva essere un peso per lei; perché lei era esausta e lui non si meritava di affliggerla con i suoi problemi. Non voleva essere un peso per nessuno.

No, mamma, non sono felice. Aiutami, ti prego.

Prometto che mi comporterò bene.

Il volto della madre rigato dalle lacrime aveva fatto notizia. Era su tutti i notiziari della città. E avrebbe raggiunto presto il resto del paese. I giornalisti facevano carte false per ottenere l’esclusiva. Un ragazzo che aveva davanti tutta la vita era stato ucciso. Strangolato, parzialmente scuoiato, fatto a pezzi per poi essere sciolto nella soda caustica. Se fosse stato cosciente durante quelle torture, nessuno osò domandarselo. Ne era rimasto il teschio, il quale era stato riempito all’interno di piume finte e di fiori, mentre nelle cavità oculari erano stati infilati a forza due piccoli occhi finti, di vetro; messo in mostra all’entrata dell’appartamento, dava il benvenuto agli ospiti. L’odore di morte e carne rancida che aveva occupato ogni centimetro dell’appartamento era insopportabile. Sopra al tavolo della cucina c’erano denti, piccoli pezzi di pelle e capelli attaccati con la colla a fogli da disegno, macchiati completamente di sangue; creavano nella loro macabra armonia disegni infantili, una tenera coppia che si teneva per mano, circondata da tante figure sorridenti. Amici. Un accurato lavoro di bricolage. Era più complicato far sciogliere le ossa rispetto ai muscoli e ai tessuti, ci voleva tempo – e un acido più forte -, anche se si provava a spezzarle in pezzi più piccoli, e per questo alcune erano state semplicemente nascoste nei cassetti della cucina, nell’armadio e in bagno. Stava alla polizia riassemblare quello che rimaneva di quel povero ragazzo, per creare un corpo su cui la famiglia potesse piangere.

L’omicida aveva fotografato la nascita del suo capolavoro in ogni passaggio con una polaroid, e ne aveva distribuito le foto per i quartieri limitrofi: le aveva appese sulle porte, infilate dentro le cassette delle lettere, sparse tra i cespugli, attaccate alle ringhiere, nei parchi.

C’era chi viaggiava apposta per trovarle tutte. A certa gente piace soddisfare il lato più macabro che tengono nascosto nella loro apparente normalità. Qualcuno lo faceva perché voleva spedirle ai genitori del ragazzo. Altri, traevano immenso piacere nel guardarle. 

Ancora non si conosceva l’identità dell’omicida, ma non era il suo primo assassinio. E non sarebbe stato l’ultimo. Puliva le sue tracce in modo sopraffino, quasi fosse nato per quello. E questo lo sapeva solo lui, ma con sé portava via sempre l’anulare delle sue vittime, che fosse il destro o il sinistro poco importava. Dio avrebbe capito se avesse infilato la fede nel dito sbagliato.

E vi confesso: non c’è davvero una logica nella scelta dei miei tesori, ma di loro posso davvero dire che mi hanno accolto in casa fin dal primo giorno, e per loro sono stato un fedele amico prima e un gentile amante dopo. 

Brindiamo alla vita, brindiamo all’amore,

E ai kentuki che aiutano gli innamorati!

Alla nostra!

The Camellia
Honoré de Balzac

In Nature’s poem flowers have each their word
The rose of love and beauty sings alone;
The violet’s soul exhales in tenderest tone;
The lily’s one pure simple note heard.
The cold Camellia only, stiff and white,
Rose without perfume, lily without grace,
When chilling winter shows his icy face,
Blooms for a world that vainly seeks delight.
Yet, in a theatre, or ball-room light,
I gladly see Camellias shining bright
Above some stately woman’s raven hair,
Whose noble form fulfils the heart’s desire,
Like Grecian marbles warmed by Phidian fire.

Foto di copertina: https://www.florespedia.com

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