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Hybris e conquista storica. Il viaggio oltre i confini del mondo abitato di Ulisse e di Vasco da Gama nelle letterature italiana e portoghese

di Andrea Fasolo

In un contributo ispirato ad un ciclo di incontri tenuto in occasione del settecentenario della nascita di Dante Alighieri1, la disinvolta trattazione di Luciano Canfora argomenta, come suggerito dal titolo, le diverse declinazioni del concetto di libertà all’interno della Commedia, soffermandosi in modo particolare sui casi della libertà politica, simboleggiata da Catone posto a guardia del Purgatorio2 (Purg., I), della libertà quale «consapevolezza del limite, o, per dirla con Hegel, nella consapevolezza della necessità»3, rappresentata invece dalla figura di Ulisse (Inf., XXVI), ed infine di una libertà “eretica”, che permette al poeta di ritrarsi come un vivente in viaggio nei tre regni ultraterreni dove incontra le diverse personalità che vi ha sistemato4.

A partire dalle osservazioni dedicate alla libertà di cui è simbolo l’Ulisse dantesco, si propone un confronto di quest’ultimo con il Vasco da Gama protagonista del poema epico Os Lusíadas5 di Luís Vaz de Camões (1525 ca. – 1580), un’opera ed un autore che, nel rispettivo Paese, vantano un prestigio culturale ed un riconoscimento civile paragonabile a quello della Commedia e di Dante6. Nello specifico, vanno approfonditi i punti comuni nelle circostanze della navigazione dei due personaggi, le intenzioni che essi perseguono e, non da ultimo, i limiti fisici e morali che vengono loro imposti e le accuse di hybris, di tracotanza, di sfida delle leggi naturali a loro riservate al superamento degli stessi, nonostante, va notato da principio, le modalità e gli esiti di tali imputazioni risultino piuttosto diversi.

A ben guardare, in Inf., XXVI ci si trova di fronte ad una continua rappresentazione del limite con nature e declinazioni diverse già nei versi immediatamente seguenti l’apertura del canto, dunque ben prima dell’intervento di Ulisse. Non a caso, viene restituita innanzitutto una limitazione di tipo fisico legata alla contingenza materiale dello spazio ctonio, che porta Dante a seguire Virgilio nell’ascesa all’erta scalinata rocciosa con grande fatica7 (vv. 13-18), quest’ultima non del tutto indipendente dall’inerzia etica esplicitata nei versi a seguire:

Alor mi dolsi, e ora mi ridoglio / quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, / e più l’ingegno afreno ch’io non soglio, // perché non corra che vertù nol guidi; / sì che, se stella buona o miglior cosa / m’à dato il bene, io stesso nol m’invidi8.

Come si è già notato, il canto è ambientato nell’ottava bolgia, laddove sono collocati i consiglieri fraudolenti che, in altri termini, possono riconoscersi in coloro che hanno fatto ricorso all’ingegno recando danno altrui, un comportamento che, nella «prospettiva d’uno spirito medievale, che ha, del bene e del male, idee che non coincidono, né con quelle degli antichi, né colle nostre»9, non ammette l’amor patrio o la manovra bellica né in qualità di attenuanti né, tantomeno, come giustificazioni. Così, addolorato da tali circostanze come dal ricordo delle stesse, Dante sceglie di frenare l’ingegno al di qua del limite impostogli dalla virtù in maniera coerente rispetto alla benevolenza degli astri e alla grazia divina.

A seguire, il poeta, in una prospettiva dall’alto, si accorge della presenza sulla sommità del ponte di diverse fiamme vigorose, ognuna delle quali avvolge un dannato: appurata la curiosità di Dante nella sua evidenza fisica (vv. 42-45), Virgilio argomenta il significato di ciò che il suo compagno di viaggio sta osservando. Quest’ultimo, di conseguenza, una volta ammesso di aver compreso anzitempo quelle circostanze, chiede spiegazioni rispetto ad un fuoco bifido (vv. 52-54) nel quale una fiamma appare più voluminosa rispetto all’altra. Nel passo in questione, il protagonista dell’opera si trova di fronte ad un ostacolo di tipo conoscitivo e, nonostante la ferma volontà di attenersi ad un’etica morigerata e razionale, intuisce ciò che si nasconde al di là di un fenomeno limitato anche nella sua caratterizzazione visiva10.

Di fronte alle richieste di Dante, a Virgilio non resta che esaurire la propria spiegazione:

Resposemi: “Là dentro si martira / Ulisses e Diomede, e così insieme / a la vendetta vanno come a l’ira; // e dentro da la lor fiamma si geme / l’aguato del caval, che fé la porta / onde uscì d’i Romani il gentil seme […]”11

Il poeta capisce di trovarsi davanti ad Ulisse e a Diomede, i quali hanno conseguito il castigo divino rendendosi artefici dell’inganno del cavallo di Troia, del dolore della figlia del re di Sciro Licomede, Deidamìa, al momento della separazione da Achille, ed infine della violazione del Palladio, la statua venerata nella città dei Teucri. Di nuovo, pur riconoscendo «[…] degna / di molta loda […]»12 la brama conoscitiva di Dante, che a questo punto chiede di attendere i due dannati per rivolgere loro la parola (vv. 64-69), Virgilio limita quello stesso desiderio stabilendo che una simile interrogazione spetti a lui (vv. 70-75). A seguire (vv. 82-84), Virgilio ricorda la le vicende dei due, decantate ne «gli alti versi»13 dell’Eneide e chiede loro di approfondire le circostanze della morte14; alla sollecitazione risponde Ulisse, il quale, da principio, si distingue per la postura turbolenta15, la stessa che lo avvicina e, al contempo, lo distingue nettamente dal poeta in preda al desiderio di conoscenza. Il personaggio ricorda come le trame della maga Circe, l’affetto del figlio Telemaco, la pietà filiale verso Laerte e l’amore per la moglie Penelope non siano state in grado di «vincer […] dentro a me l’ardore / ch’io ebbi a divenir del mondo esperto, / e delli vizii umani e del valore»16. In altre parole, la bramosia di conoscere il mondo senza limitazione alcuna, come anche la totalità dei vizi e delle virtù degli uomini.

Così, sostenuto dai pochi compagni superstiti e da un’unica imbarcazione, Ulisse si sarebbe dato al mare aperto mirando le coste e le isole del Mediterraneo fino a «[…] quella foce stretta / dove Ercule segnò li suoi riguardi, // a ciò che l’uom più oltre non si metta»17 e lasciandosi alle spalle, da un lato, Siviglia e, dall’altro, Ceuta18. A seguire, il personaggio restituisce il discorso al proprio equipaggio nel quale aveva descritto il raggiungimento dell’Occidente a seguito di «[…] cento milia / perigli […]»19, così da galvanizzare gli animi al fine dell’impresa: «“[…] Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir vitute e conoscenza” / Li miei compagni feci io sì acuti, / con questa orazion picciola, al camino, / ch’a pena poscia gli avrei ritenuti»20. Sono queste le premesse al «folle volo»21, al superamento della linea dell’equatore che permette ad Ulisse e ai suoi compagni di vedere l’emisfero australe, come anche quello boreale, adiacente all’orizzonte al punto da non emergere dalla superficie del mare (vv. 127-129); seguono cinque mesi di esplorazione oltre lo stretto di Gibilterra, che terminano con la vista del monte del Purgatorio e con il terribile naufragio che ha sbaragliato l’equipaggio (vv. 136-142).

Nella Commedia, nonostante la complessità dell’intreccio di molteplici prospettive22, le diverse esposizioni dei personaggi e le molte sfaccettature del concetto di libertà, a prevalere è il punto di vista cattolico diffuso nel Basso Medioevo, lo stesso che condanna i raggiri di Ulisse e la pretesa di valicare i limiti fisici e della conoscenza prefissati. Le letterature legate ad altre epoche e contesti europei, come ci si può aspettare, propongono alcune visioni lontane rispetto a quella di Dante: in Delitto e castigo (1866), menzionando, non a caso, le scoperte di Niccolò Copernico, Raskol’nikov riflette su come le figure che, nella storia dell’uomo, si rendono artefici di una rivoluzione in uno specifico ambito possano ritenersi legittimate al ricorso ad ogni mezzo, compresa la neutralizzazione delle opposizioni, al fine di garantire il proprio successo.

Da questo punto di vista, la figura di da Gama in Os Lusíadas rappresenta una posizione intermedia tra gli estremi dantesco e dotoevskiano: il poema di Camões commemora il raggiungimento di Calicut (1498) dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza23 da parte del primo navigatore europeo come un’impresa degna di una celebrazione epica della nazione, del popolo e dei sovrani portoghesi che hanno contribuito ad accrescere l’Impero e, di conseguenza, la fede cattolica. In altri termini, l’impresa di un uomo illustre diviene il punto di partenza per organizzare il discorso celebrativo di un popolo che, come osserva Eduardo Lourenço24, ha da sempre percepito in maniera problematica il proprio Paese, considerandolo come un’entità originata da un evento storico traumatico25, nonché pienamente rispondente ai disegni della Provvidenza, a fronte dei quali sembra venir meno qualsiasi principio di autodeterminazione. Nel proemio dell’opera, il ricordo dell’impresa e la menzione dello stesso Ulisse rispecchiano gli intenti di Camões:

Le armi e i cavalieri illustri / che, dall’Occidentale spiaggia Lusitana, / per mari mai prima navigati / si spinsero oltre Taprobana, / affrontando pericoli e guerre / al di sopra di quel che prometteva la forza umana, / e tra genti remote edificarono / un Nuovo Regno, che tanto sublimarono; // E anche le memorie gloriose / di quei Re che andarono propagando / la Fede, l’Impero, e le terre corrotte / d’Africa e d’Asia devastando, / e coloro che con opere valorose / si vanno dalla legge della Morte liberando: / col mio canto diffonderò in ogni parte, / se a tanto mi varranno ingegno ed arte. // Cessino l’elogio delle grandi navigazioni / compiute dall’astuto Greco e dal Troiano; / taccia la fama delle vittorie / che ebbero Alessandro e Traiano; / che io canto l’illustre petto Lusitano, / a cui Nettuno e Marte obbedirono. / Cessi tutto ciò che la Musa antica canta, / ché altro valore più alto si leva. // […] Ascoltate: che non vedrete con inutili prodezze, / inventate, finte, bugiarde, / lodare i vostri, come nelle straniere / muse, di ingrandirsi desiderose: / le vere vostre sono così grandi, / che eccedono quelle sognate, favolose, / che eccedono Rodamonte e il vano Ruggero, / e Orlando, anche se fosse stato vero. // Per questi vi darò un Nuno vigoroso, / che fece al Re e al Regno grande servizio / un Egas e un D. Fuas che di Omero / l’ispirazione per solo loro desidero; / e per i Dodici Pari vi voglio dare / i Dodici d’Inghilterra e il loro Magriço; / vi do anche quell’illustre Gama, / che per sé da Enea prende la fama26.

In una prospettiva encomiastica relativa alla presunta superiorità portoghese, agli eroi immaginari dei poemi antichi e cavallereschi, Camões contrappone le figure autentiche della storia lusitana27 alle narrazioni fittizie le vicende della nazione, alle muse straniere le ninfe del Tago. Ma in questi versi va notato soprattutto il riconoscimento da parte del poeta del carattere straordinario, ben oltre la portata umana, delle insidie e dei conflitti di cui si sono fatti carico gli eroi portoghesi: in questa particolare rappresentazione, il superamento del limite non risponde ad un’irrazionale hybris, piuttosto, appare più opportuno riconoscervi un sostegno, o quanto meno una legittimazione, da parte del pantheon di divinità classico di cui il poema si fa portatore in piena epoca controriformista.

Eppure, la rappresentazione del viaggio di da Gama si investe anche di diverse ombre che lo avvicinano all’Ulisse dantesco; nel canto IV, noto soprattutto per la folla in preda alla saudade28 a fronte delle caravelle in partenza, il velho do Restelo29 si distingue come un personaggio controcorrente, il quale accusa i conterranei di recarsi oltremare per la sete di potere e di ricchezze, mette in luce le necessità di muovere guerra in Nord Africa e, non da ultimo, medita sull’inesauribile inquietudine che alimenta l’azione umana, alludendo a presagi funesti legati all’incertezza dell’espansionismo coloniale. D’altro canto, una simile figurazione risponde pienamente agli intenti espressi nel prologo: come suggerisce Giuseppe Tavani30, l’esaltazione letteraria del popolo portoghese non può che implicare il soggetto nella sua totalità, includendo, pertanto, anche le posizioni minoritarie degli oppositori alla politica estera del tempo31:

[…] Aspra inquietudine d’anima e di vita, / fonte di abbandoni e adulteri, / sagace e conosciuta divoratrice / di ricchezze, regni e imperi! / Ti chiamano illustre, ti chiamano altezza, / ma sei degna di infami vituperi; / ti chiamano Fama e Gloria sovrana, / nomi con cui il popolo ignaro si inganna! // A quali nuovi disastri decidi / di trascinare questi Regni e questa gente? / Che pericoli, che morti gli destini, / sotto qualche nome eminente? / Che facili promesse di regni e / di miniere d’oro gli farai? / Che glorie gli prometterai? Che storie? / Che trionfi? Che palme? Che vittorie? // […] // Lasci crescere alle porte il nemico, / per andare a cercarne un altro così lontano, / per cui si spopoli l’antico Regno, / si indebolisca e vada disperdendosi lontano! / Cerchi l’incerto e incognito pericolo / perché la Fama ti esalti e ti lusinghi / chiamandoti signore, con grande dovizia, / dell’India, Persia, Arabia e Etiopia32.

Come si può intuire, l’invettiva del venerando verte soprattutto su ragioni di opportunità politica, come anche sul rispetto di una razionale linea di morigeratezza molto vicina a quella che ha portato Dante a definire in termini di follia il viaggio di Ulisse e compagni.

Nondimeno, il punto di contatto più evidente tra i due poemi è ravvisabile nel canto V, quando, in seguito alle avvisaglie di un’imminente tempesta presso Capo di Buona Speranza, le caravelle di da Gama si imbattono in Adamastor, un gigante dalla fisionomia non lontana da quella del Caronte dantesco, il quale ha subito la metamorfosi in Capo roccioso a seguito dell’inganno di Teti. A questo punto, gli elementi di tangenza con la Commedia appaiono significativi: il raggiungimento, durante la navigazione, di una meta da sempre considerata come un limite estremo, la presenza determinante di un ammasso roccioso, la tromba marittima e la minaccia del naufragio connessa all’accusa di hybris.

Il canto si apre con il flashback di da Gama centrato sul ricordo della partenza in data 8 luglio 1497, per poi procedere con la descrizione dell’arrivo presso Capo di Buona Speranza33, località nota per la frequenza e la violenza delle mareggiate, una delle quali, proprio a cinque mesi di distanza34, nottetempo, mette a repentaglio l’incolumità dell’equipaggio; colto di sorpresa, il navigatore si rivolge al cielo con una postura interrogativa:

«[…] O Padre (dissi) sublimato: / quale minaccia divina o quale segreto / questo clima e questo mar ci presenta, / che peggio sembra della tormenta?»35.

Evidentemente, egli comprende come il proprio viaggio si collochi al limite delle possibilità umane e, pertanto, si chiede se tale superamento comporti un castigo divino oppure la scoperta di una realtà fino ad allora occultata, a differenza, invece, dell’Ulisse della Commedia, il quale, sotto questo punto di vista, appare decisamente spregiudicato.

Non a caso la comparsa di Adamastor si concretizza nell’immediato: di statura imponente, paragonabile ad una delle sette meraviglie del mondo, contraddistinto dagli occhi infossati, dalla barba irsuta e da diversi dettagli corporei segnati dalla sporcizia e dalla decadenza, come pure da un’espressione del volto e da un tono intimidatori, il gigante insiste a più riprese sull’audacia di quell’equipaggio che ha preteso di scoprire i segreti nascosti di un sito che, nella geografia di Tolomeo, di Pomponio Mela, di Strabone e di Plinio il Vecchio, ha rappresentato un limite estremo del mondo abitato e conosciuto. Di conseguenza, Adamastor rivolge alla flotta di da Gama una maledizione nota come «vaticinio di naufragi»36:

[…] Sappi che quante navi questo viaggio / che tu fai, faranno, con audacia, / nemici troveranno questi paraggi, / con venti e tormente smisurate! / E alla prima flotta, che il passaggio / compirà per queste onde turbolente, / io farò all’improvviso tal castigo, / che sarà maggior il danno che il pericolo! // Qui spero di prendere, se non mi sbaglio, / da chi mi scoprì, somma vendetta. / E non finirà solo in questo il danno / di vostra perinace fiducia: / nelle vostre navi vedrete, ogni anno / se è vero ciò che il mio giudizio raggiunge, / naufragi, dannazioni di tutti i tipi, / che il male minore di tutti è la morte!37

Nei versi che seguono, Adamastor rievoca due episodi storici segnati dal verificarsi di circostanze tragiche legate alla navigazione: dapprima il destino di Francisco de Almeida, il primo viceré delle Indie, ucciso dagli indigeni nel 1510 in seguito ad una stagione di vittorie contro i turchi, e dedicando poi una narrazione più ampia al naufragio del Galeão Grande São João38, al quale segue la cattura dell’equipaggio superstite per mano della popolazione locale e la conseguente morte di stenti.

Nonostante tutto, da Gama non ha ancora realizzato l’identità di chi si trova di fronte; interpellato, il gigante si rivela solo a questo punto, per poi passare al racconto della propria metamorfosi. Ancora una volta, ciò che colpisce è l’elemento di meraviglia insito nell’interrogazione dell’eroe: «[…] “Chi sei? Che questo stupendo / corpo, di certo, mi ha meravigliato!”»39, versi che Vincenzo Russo e Roberto Vecchi hanno accompagnato con la seguente nota di commento:

L’interrogazione è di Vasco da Gama che, con l’apostrofe dal notevole effetto scenico e retorico, si colloca su un altro livello trascendentale (dialogando con una figura leggendaria) rispetto al piano umano del resto dell’equipaggio. Si tratta di una caratteristica eroica che nei canti finali gli permetterà di accedere alla conoscenza del futuro accanto a Venere40.

A differenza dell’Ulisse di Dante, inghiottito dalle onde dopo aver superato le Colonne d’Ercole, l’eroe camoniano non solo raggiunge la soglia che un uomo comune non può valicare, ma riesce addirittura nell’impresa di spingersi oltre; così, se il personaggio della Commedia, valicando i confini del mondo, si rende colpevole di un atto di tracotanza che viene meno all’umano raziocinio e ad un’etica di impostazione religiosa, nel caso del protagonista di Os Lusíadas occorre tenere conto della proiezione nazionalista dell’impresa commemorata, delle opposizioni che ha attirato e delle rispettive restituzioni letterarie all’interno del poema, così come, non da ultimo, le accuse di hybris che provengono da un personaggio allegorico legato ad un estremo confine naturale che si vede violato da quello che, sotto diversi punti di vista, appare come un esito inderogabile del destino.

Bibliografia

  1. Luciano Canfora, Dante e la libertà, Milano, Solferino, 2023, p. 101, in cui, dalle prime battute della Nota ai testi, si apprende: «Lo spunto per questa pubblicazione è nato da una Conversazione su Dante tenutasi in Sala Buzzati, presso il «Corriere della Sera», a Milano, su iniziativa della Fondazione Corriere della Sera, nell’ambito di un ciclo di incontri curati da Paolo Di Stefano che hanno sostenuto e accompagnato le celebrazioni del sette centenario dantesco». ↩︎
  2. Ivi, pp. 16-26, 61-80. ↩︎
  3. Ivi, p. 25. ↩︎
  4. Ivi, pp. 26-39. Canfora ricorda anche la cancellazione del De Monarchia dantesco dall’Index librorum prohibitorum ad opera del pontefice Paolo VI al termine della sessione conclusiva del Concilio Vaticano II (1965). ↩︎
  5. Pubblicato nel 1572, il titolo del poema può essere tradotto con “I Lusiadi”. L’opera si compone di dieci canti dal numero variabile di strofe, per un totale di millecentodue ottave endecasillabiche con schema delle rime identificabile con l’ottava narrativa italiana. Il poema è dedicato a Dom Sebastião I d’Aviz, noto per essere caduto nella battaglia di Alcacer Quibir (1578) senza che la sua salma fosse mai rinvenuta, un dettaglio che ha dato origine all’utopia mitica del sebastianismo, ovvero la speranza, specie nei momenti storici più segnati dalla decadenza, di un improvviso ritorno del sovrano (a questo punto, mai realmente defunto) associato ad una rinascita della nazione paragonabile all’epoca “aurea” delle grandi navigazioni (XV sec.). ↩︎
  6. Come argomentato in Vincenzo Russo, Roberto Vecchi, La letteratura portoghese. I testi e le idee, Milano, Mondadori Education, 2017, p. 89, in tutto il Portogallo e presso le comunità portoghesi all’estero, la data del 10 giugno costituisce una vera e propria festività nazionale, nonostante sia da notare come la ricorrenza insista sulla data del trasferimento della pensione di Camões alla madre (10 giugno 1580) piuttosto che sulla morte del poeta, che, secondo recenti ipotesi, sarebbe da collocare tra il 4 aprile 1579 ed il 3 aprile dell’anno successivo. Per quanto riguarda Dante, invece, come si ricorda puntualmente in Luciano Canfora, Dante e la libertà, cit., p. 103, la Giornata nazionale dantesca (“Dantedì”) è stata istituita per legge in data 17 gennaio 2020. ↩︎
  7. «lo pie’ sanza la man non si spedia», in Dante Alighieri, Inferno, XXVI, v. 18, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2001, p. 137. ↩︎
  8. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 19-24, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., pp. 137-138. ↩︎
  9. Tilde Nardi, Il canto XXVI dell’Inferno, Torino, Società editrice internazionale, 1959, p. 20. ↩︎
  10. Emblematica, a tal proposito, la metafora che accosta la vista dei dannati dall’alto da parte di Dante a quella di un villano che, dalla sommità di un poggio, contempla le lucciole del fondo valle (vv. 25-33). ↩︎
  11. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 55-60, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 139. ↩︎
  12. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 70-71, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 139. ↩︎
  13. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, v. 82, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 140. ↩︎
  14. «[…] ma l’un di voi dica / dove per lui perduto a morir gissi» in Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 83-84, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 140. Suggestiva la proposta di Pio Rajna per l’interpretazione dell’aggettivo perduto, in Id., Dante e i romanzi della Tavola Rotonda, in «Nuova Antologia», n. 55, 1 giugno 1920, p. 224: «vocabolo tecnico dei romanzi in prosa della Tavola Rotonda […]» dedicato ai cavalieri che non sono più in grado di offrire «sentore di sé e che si temono o credono morti». ↩︎
  15. «Lo maggior corno de la fiamma antica / cominciò a crollarsi mormorando, / pur come quella cui vento afatica» in Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 85-87, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 140. ↩︎
  16. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 97-99, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 140. ↩︎
  17. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 107-109, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 140. Come si può intuire dai versi riproposti, il riferimento riguarda lo stretto di Gibilterra ed il suo portato simbolico di estremo confine del mondo abitato.  ↩︎
  18. Si ricordi la spedizione portoghese di Ceuta (1415), evento che simboleggia il termine del processo di formazione nazionale e l’avvio dell’espansione ultramarina, il cui protagonista storico, poi letterario (si pensi alla Crónica da tomada de Ceuta di Gomes Eanes de Zurara, 1450 ca.), è da riconoscersi nel’Infante Dom Henrique (il principe Enrico di Aviz, noto come Enrico il Navigatore, scolpito nel monumento alle Scoperte ubicato a Lisbona). ↩︎
  19. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 112-113, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 141. ↩︎
  20. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 118-123,, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 141. ↩︎
  21. Dante Alighieri, Inferno, XXVI, v. 125, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 141. ↩︎
  22. Rispetto alle fonti letterarie cui Dante fa riferimento, ai molteplici commenti alla Commedia e alle posizioni assunte dalla critica contemporanea, va segnalata la divisione tra i cosiddetti “innocentisti”, ovvero coloro che intendono smorzare la tracotanza di Ulisse in virtù di un’immensa sete di conoscenza, e i “colpevolisti”, i quali, al contrario, insistono sul concetto di hybris. Nonostante in questa sede si evidenzino i punti di forza della lettura colpevolista, rinvigorita soprattutto dalla collocazione del personaggio nell’Inferno piuttosto che nel Limbo al pari di Platone ed Aristotele, nondimeno, per uno studio dell’opera più approfondito, occorre tenere in considerazione come il discorso letterario di Dante, lontano dal presentarsi come una presa di posizione unanime, si faccia carico di una certa problematicità, che secondo alcuni critici suggerisce anche un rispecchiamento in Ulisse e un rispettivo superamento morale da parte del poeta. Per approfondire: Dante Alighieri, Inferno, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Milano, Mondadori, «Oscar classici», 2016, pp. 761-763. ↩︎
  23. Doppiato per la prima volta da Bartolomeu Dias nel 1888, è noto anche come Cabo Tormentoso. ↩︎
  24. Eduardo Lourenço, Psicanalisi mitica del destino portoghese, in Il labirinto della saudade. Portogallo come destino, Parma, Diabasis, II ed., 2013 (ed. originale 1978). ↩︎
  25. Si tratta della battaglia di São Mamede (1128), segnata da un confronto militare di tipo familiare: Afonso Henriques di Borgogna (1109-1185) affronta gli eserciti della madre Teresa e del rispettivo amante (Fernão Peres de Trava) conseguendo la vittoria, il governo della contea e la legittimità nell’autoproclamazione a Rex Portugalensium. ↩︎
  26. Luís Vaz de Camões, Os Lusíadas, I, ottave 1, 2, 3, 11, 12. D’ora in avanti, le citazioni del poema verteranno sulla traduzione consultabile in Vincenzo Russo, Roberto Vecchi, La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., pp. 130-145. ↩︎
  27. Nun’Álvares Pereira è stato stratega e condottiero in occasione della battaglia di Aljubarrota (1385), la quale ha segnato il passaggio dalla dinastia dei Borgogna a quella degli Aviz. Egas Moniz, invece, è stato un fedele vassallo al servizio di Dom João I Aviz. Fuás Roupinho è stato un eroe quasi leggendario nella lotta contro i mori del XII sec., mentre i Dodici d’Inghilterra (tra i quali vi era anche Magriço) sono stati protagonisti di un fatto intermedio tra storia e leggenda: al tempo di D. João I, si sarebbero recati sul suolo inglese per difendere le donne di corte offese dai nobili anglosassoni. ↩︎
  28. Si tratta di un sentimento specificatamente portoghese, non traducibile con termini legati ad altre letterature. Una sua trattazione significativa appare visibile nel Leal Conselheiro di Dom Duarte (1391-1438), all’interno del quale la saudade viene presentata come un senso di nostalgia dettato dalla partenza imminente di una persona cara o dal ricordo di un fatto passato di un certo spessore (ma anche, si potrebbe appuntare, dal prospettarsi di un futuro diverso rispetto a quello che si sperava), un sentimento complesso, che prevede un fondamento positivo cui, inevitabilmente, corrisponde un esito negativo. Da un punto di vista etimologico, a detta di Dom Duarte, il termine non deriva dal latino e non risulta traducibile in altre lingue. Nel complesso, molte sfumature della saudade risultano prossime alla sehnsucht tedesca e al greco nostos. Altre espressioni artistiche della saudade sono ravvisabili nel fado portoghese, nella samba brasiliana e nella morna capoverdiana. ↩︎
  29. Letteralmente, “Vecchio da Restelo”, dove la località indica il quartiere di Lisbona antistante il porto. ↩︎
  30. Vincenzo Russo, Roberto Vecchi, La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., p. 135. ↩︎
  31. Da identificarsi, in maniera particolare, con le posizioni di alcuni umanisti come Francisco Sá de Miranda e con il patrimonialismo fondiario della vecchia aristocrazia, la quale teme tanto uno spopolamento delle campagne, quanto un sovvertimento delle gerarchie sociali segnato dalla sostituzione di essa con la nuova classe dirigente di tipo commerciale. ↩︎
  32. Luís Vaz de Camões, Os Lusíadas, IV, ottave 96, 97, 101. D’ora in avanti, le citazioni del poema insisteranno sulla traduzione consultabile in Vincenzo Russo, Roberto Vecchi, La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., pp. 130-145. ↩︎
  33. Avvenuto, con ogni probabilità, il 22 novembre dello stesso anno. ↩︎
  34. Lo stesso lasso di tempo intercorso tra la partenza ed il naufragio in Inf., XXVI. ↩︎
  35. Luís Vaz de Camões, Os Lusíadas, V, ottava 38, vv. 5-8, in Id., La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., p. 139. ↩︎
  36. Ivi, p. 138. ↩︎
  37. Luís Vaz de Camões, Os Lusíadas, V, ottave 43, 44, in Id., La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., pp. 130-145. ↩︎
  38. L’episodio, avvenuto nel 1552, è stato poi ripreso nella settecentesca História trágico-marítima di Bernardo Gomes de Brito (1688-1759). ↩︎
  39. Luís Vaz de Camões, Os Lusíadas, V, ottave 43, 44, in Id., La letteratura portoghese. I testi e le idee, cit., p. 141. ↩︎
  40. Ivi, p. 144. ↩︎

Bibliografia

  • Alighieri, Dante, Inferno, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Milano, Mondadori, «Oscar classici», 2016.
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  • Berté, Monica e Petoletti, Marco, La filologia medievale e umanistica, Bologna, Il Mulino, 2017, pp. 62-65.
  • Canfora, Luciano, Dante e la libertà, Milano, Solferino, 2023.
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Immagine di copertina tratta da https://pensierichedialogano.wordpress.com/2015/11/02/le-colonne-dercole-di-un-poeta/

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