Sulla trilogia di Marracash

Sulla trilogia di Marracash

Marracash (pseudonimo di Fabio Bartolo Rizzo, Nicosia 1979) è tra i rappresentanti del rap italiano – uno dei generi, o forse del genere, che meglio descrive la società che abita, generalmente da emarginato – la cui vocazione è quella di essere uno strumento di denuncia e critica di un mondo escludente. Con la trilogia Persona (2019),Noi, Loro, Gli altri (2021), È finita la pace (2024), raccontando di istituzioni fallite, lavoro, social e critica al capitalismo, Marracash si è servito del sistema per distruggerlo dall’interno. Gli album hanno avuto, e continuano ad avere, un grandioso successo e gli ascoltatori dovrebbero interrogarsi sulla lettura della società contemporanea proposta dall’artista. Con ciò non voglio dire che l’Arte debba necessariamente essere vissuta come qualcosa di ‘politico’ e che non si possa ascoltare, leggere o guardare una mostra solo per il piacere di farlo. Tuttavia, se si può ignorare la vocazione politica dell’arte, non si deve dimenticare che quest’ultima è capace di proporre immagini del tempo in cui viene prodotta.

Crash ed È finita la pace (che dà nome all’ultimo album) tematizzano un Occidente pericoloso, che colonizza e capitalizza, abitato da una fetta di popolazione indignata dall’attualità geopolitica e protesa al distacco («Chi vuole essere più americano a parte i rapper?», Crash) e da un’altra fetta dissociata per scelta («Ma la gente è stanca, mica le riguarda / Vuole stare su Temptation Island», È finita la pace). Sembra non esserci rimedio ad un mondo spaccato, le cui crepe si fanno più profonde se si tiene conto della differenza di classe: da una parte chi non ha il bread, dall’altra chi parla di brand (cfr. Io in Noi, Loro, Gli altri). Il discorso sulla lotta di classe non è estraneo all’autobiografismo dell’autore, che in un’intervista 1 sostiene di aver svolto tutti i lavori di cui parla in un pezzo che egli definisce molto personale, Factotum, una critica al capitalismo raccontata da un lavoratore sfruttato e precario, che smonta la retorica del lavoro nobilitante. L’uomo del brano canta la sua vita circolare: si alza che fa buio, mangia male, veste capi sudici, va al suo umile lavoro, e a fine giornata torna a casa, devastato, aspettando la mattina dopo, quando il ciclo ricomincia. Il tema era già stato affrontato da Marracash in un brando antecedente, La danza della pioggia (in Marracash, 2008):

«Caffè scrauso, si riparte

Alle sei stacco, si torna a casa

E poi mangio stanco e vado dritto a nanna

E sogno il cash».

La dimensione collettiva dei testi è, come sostiene lo stesso autore, un dato importantissimo, che non è venuto meno negli anni. A tal proposito, Marracash in Cosplayer (in Noi, Loro, Gli altri), sempre attento al dato sociale, parla di una collettività che si è fatta frammento, che ha perso la propria vocazione comunitaria:

«Oggi che possiamo rivendicare di essere bianchi, neri, gialli, verdi

O di essere cis, gay, bi, trans o non avere un genere

Non possiamo ancora essere poveri

Perché tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi, no?

Oggi che tutti lottiamo così tanto per difendere le nostre identità

Abbiamo perso di vista quella collettiva

L’abbiamo frammentata».

Il testo è utile per addentrarci in un altro tema molto sentito da Marracash, ovvero il mondo dei social, in cui dilaga quello che il giornalista Francesco Oggiano ha definito in più occasioni «performattivismo»: un attivismo che si fa performance e prevede la capitalizzazione di battaglie non compromettenti ma piuttosto monetizzabili (per esempio, a giugno aziende e profili di influencer si colorano di arcobaleno per il Pride, in una vera e propria campagna rainbow washing, mentre sembra molto più difficile capitalizzare il genocidio in corso a Gaza). Sembra che la categoria degli influencer, agli occhi di Marracash, indossi delle maschere, che faccia, appunto cosplaying, talvolta senza nemmeno sapere di cosa sta parlando. E, rincara il rapper, oltre a posizionarsi sui social solo quando conviene, tali personaggi promuovono uno stile di vita altamente esclusivo, che viene costantemente ostentato, a dispetto della categoria da sempre ghettizzata, quella dei poveri. 


In Persona, Marracash si rapporta con due entità effimere, la propria Anima, personificata da Madame, e la Musica, divinizzata in Qualcosa in cui credere-Lo scheletro. Queste rappresentano due fili rossi che si intrecciano per tutta la trilogia, dando vita a nodi di spessore come Dubbi e smagliandosi in un finale felice, Happy end: «C’è una nuova pace: la consapevolezza, Fabio e Marracash». 

In uno dei suoi brani più celebri, Dubbi (in Noi, Loro, Gli altri), si assiste ad una seduta di psicoterapia segnata da un vero e proprio conflitto interiore. È il racconto della vita di Fabio, che si ferma a fare i conti con la sua realtà dopo essere diventato Marracash. I problemi non sembrano dati tanto dalla musica in sé, quanto da ciò che la musica comporta: in un’intervista dell’ottobre del 2019,2 uscita in concomitanza con Persona, Marracash parla della sua identità di artista, creata, sì, da Fabio, ma anche plasmata dal pubblico. È il rapporto con il successo ad essere problematizzato, e sembra che l’ossessione di Marracash abbia a che fare con il bisogno di mantenere il contatto con la realtà, quella da cui proviene, quella popolare. 

Era già evidente in Body parts-I denti, l’intro di Persona, che quello di Marracash fosse un problema di identità:

«Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento

Tu vuoi essere, non sembrare di essere

Ma c’è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso

E questo ti provoca un senso di vertigine per la paura di essere scoperto

Messo a nudo, smascherato

Poiché ogni parola è menzogna

Ogni sorriso, smorfia e ogni gesto, falsità».

L’antidoto a questo disagio interiore sembra essere offerto dalla musica, che è una religione dal potere catartico, è la fede:

«Musica, tu allevi e mantieni l’anima intatta

Di’ la parola che sveglia il golem, dai un cuore all’uomo di latta

Fa’ del palco la mia chiesa, dei testi il mio testamento

Tieni la mia mano ferma se e quando verrà il momento

E dammi voce in eterno e cose vere da dire

Sii il mio punto fermo, qualcosa per cui morire». 3

Il disagio sembra risolversi, come anticipato, nell’ultimo album, È finita la pace, in cui Happy end, il brano in chiusura, è un lieto fine. Marracash, ricordando il passato (le sue «battaglie perse», le «cure», la «crisi») e il valore della musica, si dice soddisfatto del suo percorso, dal momento che non si è venduto al mercato discografico, ma ha ascoltato sé stesso e ha prodotto qualcosa di cui andare fiero, insomma, sa chi è e cosa vuole.

In chiusura, Marracash, decide di lasciare un ultimo messaggio al suo pubblico, rompendo la “quarta parete” e parlando direttamente a chi lo ascolta:

«Io ho finito di scrivere il disco, tu stai finendo di ascoltarlo

La mia pace sta per finire, questa bolla sta per scoppiare

Stiamo entrambi per tornare alla realtà, all’ipocrisia, alle maschere».

La bolla è in procinto di scoppiare e, finita la canzone, ognuno può tornare a recitare la propria parte. Tuttavia, c’è un’altra possibilità, quella di scegliere chi essere: «C’è una nuova pace: la consapevolezza (E alla fine un happy end)».

Note

1  Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=6XlFBbBAlkE&list=PL8z3-SaKyg28BQB8KURpy7t7U_PgyQKwb&index=4 da min 03:00. Ultimo accesso 14 luglio 2025. 

2 Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=mkcR1SO8kfk&list=PL8z3-SaKyg28BQB8KURpy7t7U_PgyQKwb&index=2 da min. 16:00. Ultimo accesso 18 luglio 2025.

3 Da Qualcosa in cui credere-Lo scheletro, ft. Gué Pequeno (Persona, 2019).

Immagine tratta dall’album Persona.

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