di Andrea Fasolo

Come è noto, la Commedia di Dante presenta un quantitativo esemplare di simmetrie, corrispondenze interne e ricorrenze numeriche, tanto da costituire tutt’oggi un’opera oggetto di approfondimenti non solo legati al contenuto, ma, per l’appunto, anche all’aspetto formale1. A proposito di tali rimandi, è altrettanto noto come nel canto sesto di ciascuna delle tre cantiche figuri un tema spiccatamente politico, spesso legato a toni di carattere invettivo, così da permettere a Dante il progressivo ampliamento dei riferimenti spaziali del proprio discorso dalla città di Firenze (Inf., VI), all’Italia (Purg., VI), fino a restituire, in Par., VI l’estensione geografica e storica del «sacrosanto segno»2 mediante il personaggio di Giustiniano3, in maniera concorde rispetto alle opere di storia universale della tradizione filosofico-teologica.
Attraverso le parole dell’imperatore – sistemato, non casualmente, nel Cielo di Mercurio4 – Dante affida al dispositivo dell’allegoria tanto la funzione prevista dalla sua formulazione aristotelica, quanto quella suggerita dalla definizione eraclitea5 ottenendo la massima efficacia6. La narrazione di Giustiniano, infatti, riallacciandosi alle due domande che, verso la conclusione del canto precedente, gli erano state rivolte dal poeta nel tentativo di coglierne l’identità e le ragioni della sua collocazione ultraterrena7, ricostruisce le vicende dell’Impero Romano, restituito attraverso l’allegoria dell’aquila imperiale, in maniera da associare le sue origini alla figura di Enea, da riconoscere i suoi sviluppi in alcuni episodi cruciali della storia, soprattutto romana, da attribuire la sua legittimità civile ed istituzionale ad un vero e proprio progetto provvidenziale e, infine, da collegare il discorso di cui è portatore alle vicende contemporanee e biografiche dello stesso Dante. In altre parole, in questa specifica sede della Commedia, i risvolti prodotti da un utilizzo sapiente dell’allegoria appaiono decisamente più rielaborati e strutturati rispetto ad altre occorrenze in cui lo stesso dispositivo si rende portatore di significati figurali, per quanto essi possano rivelarsi sottili ed illuminanti, tanto che, come si è anticipato, si chiamano in causa gli ambiti mitico, leggendario, storico, quello divino-provvidenziale ed infine quello autobiografico.
Non a caso, ciò che colpisce profondamente i lettori più avveduti è proprio la complessa articolazione interna, come anche le modalità con cui la Commedia restituisce un soggetto di norma cristallizzato nella sua definizione storica: come si è notato, si tratta di un periodo della storia romana che ha interessato ben cinque secoli e che i manuali universitari sono soliti indicare come “età del principato”, caratterizzata da assetti istituzionali mediante i quali i poteri risultavano concentrati nelle mani di un’unica figura, il princeps, il quale garantiva al suo diretto successore una continuità di tipo dinastico, non senza diverse eccezioni determinate da agitazioni interne e da vari rivolgimenti politici. Come si è notato, tuttavia, l’articolazione storica dell’Impero costituisce solamente una delle quattro direttive con cui Dante caratterizza la lunga dissertazione di Giustiniano, la quale fornisce dei ritratti esemplari di principes anche attraverso dei balzi cronologici notevoli, spaziando da Cesare, Augusto, Tiberio e Tito, per poi passare a Carlo Magno e, a seguire, a episodi vari di storia contemporanea o comunque prossima a Dante. A ben guardare, quindi, ci si trova di fronte ad un ampio excursus di storia imperiale con precise finalità apologetiche e politiche; ciò nonostante, come si è già notato, tale discorso non può prescindere dal contributo determinante offerto dalle narrazioni leggendarie e dalla visione provvidenziale che caratterizza molte culture ufficiali del Basso Medioevo.
Per uno studio più mirato delle quattro componenti fondamentali che caratterizzano il discorso imperiale in Par., VI, si considerino i versi di apertura (vv. 1-9) nei quali Giustiniano, in risposta alla prima domanda avanzata da Dante nella conclusione del canto precedente, offre una presentazione di sé inevitabilmente intrecciata con quella relativa all’Impero. In primis, è necessario sottolineare come «l’aquila»8, da un punto di vista sintattico, rappresenta un soggetto decisamente ricorrente, non senza diverse variazioni lessicali, come in seguito si avrà modo di approfondire, attraverso l’ausilio del suo valore allegorico, permette di ricordare il trasferimento della capitale imperiale da Roma a Bisanzio ad opera di Costantino I, il quale avrebbe ripercorso a ritroso lo spostamento dall’Oriente all’Occidente segnato dalla missione fondativa di Enea, richiamato in forma perifrastica già al terzo verso9. Negli stessi versi, sono rievocati anche gli oltre duecento anni di permanenza dell’impero nella Troade fino al momento all’elezione dello stesso Giustiniano. I versi in questione denotano un ricorso alla storia non propriamente meticoloso, come anche un evidente utilizzo dell’elemento leggendario a fondamento della stessa narrazione storica, mentre, per quanto concerne l’ambito provvidenziale, meritano un’esplicita menzione i tre versi successivi (vv. 10-13): «Cesare fui e son Iustiniano, / che, per voler del primo amor ch’io sento, / d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano»10.
La presentazione di sé di Giustinano, realizzata ricordando il proprio titolo di Caesar, come anche – e soprattutto – l’investitura di carattere divino che ha interessato la sua figura, si mostra decisamente emblematica: ispirato da Dio, l’imperatore ha portato a termine l’impresa di riforma del diritto romano formalizzata nel Corpus iuris civilis11, dal quale sarebbero stati eliminati gli elementi legislativi eccessivi e superflui.
Nondimeno, nei versi a seguire, si apprende come la fede cristiana dell’imperatore non costituisse tratto distintivo e costante per tutto il suo vissuto, poiché, secondo una notizia a cui Dante aderisce12, in età giovanile egli avrebbe abbracciato la dottrina monofisita (vv. 13-15), salvo poi essere convertito dal pontefice Agapito I13 (vv. 16-21). Nei versi in questione, il riferimento storico appare completamente subordinato al portato leggendario della tradizione e di una certa visione religiosa, quest’ultima culminante nella piena legittimazione divina dell’assetto imperiale. A riprova delle considerazioni sopra esposte, nei vv. 22-24 l’imperatore ribadisce la responsabilità divina legata al compimento del suo progetto legislativo, ma non è tutto. Oltre ad una gloria dalle connotazioni civile e politica, infatti, il disegno provvidenziale ha predisposto per l’imperatore un copioso trionfo militare, benché conseguito in modo indiretto tramite il generale Belisario, al quale «comendai l’armi, / cui la destra del ciel fu sì congiunta, / che segno fu ch’io dovesse posarmi»14.
A questo punto (vv. 27-28), le ragioni della sistemazione ultraterrena del personaggio all’interno della cosmologia della Commedia appaiono decisamente nitide; non resta che approfondire l’ampia disamina storica che segue, necessaria, nella prospettiva di Giustiniano, per ammonire sulla scelleratezza di tutti coloro che agiscono contro il «sacrosanto segno», a partire da «chi ’l s’apropria», perifrasi ad indicare i ghibellini, fino ad arrivare a «chi a lui s’oppone»15, con evidente riferimento ai guelfi. Non è un caso, infatti, se in questi versi la polemica contro i conflitti politici fiorentini del tempo si mostra corroborata dalla peculiare rappresentazione dell’Impero e, ancor più, dal monito preoccupato dell’imperatore, la cui gloria civile e militare, fortemente saldata a quella determinata dalla virtus di cui l’aquila imperiale si fa portatrice16, appare seriamente compromessa a fronte di un presente corrotto anche sotto il profilo morale.
A seguire, Giustiniano riconosce le origini del Principato e della fama conseguita alla morte Pallante, evento che ha determinato la sovranità di Enea. Quest’ultimo viene richiamato per la seconda volta in maniera indiretta (v. 36).
Per questo passo occorre segnalare soprattutto come la caratterizzazione mitica delle origini non insista unicamente sull’atto fondativo dell’Impero, ma arrivi ad estendersi ai suoi primigeni sviluppi: ai vv. 37-42, infatti, vengono richiamati gli oltre trecento anni di permanenza dell’aquila imperiale presso la città di Alba Longa e, a seguito della lotta tra tre Orazi romani e tre Curiazi albani, il suo stabilimento a Roma, quindi l’episodio del Ratto delle Sabine, la vicenda di Lucrezia, fino a pervenire ad un’ibridazione tra leggenda e storia mediante la menzione dei Sette re e delle prime manovre di espansione territoriale (vv. 41-42).
Nei versi seguenti (vv. 43-45), la componente leggendaria cede il posto alla storia, rievocata attraverso le sconfitte inferte dai Romani ai Galli di Brenno, a Pirro, nonché alle vittorie su altri Principati e Repubbliche, mentre, nei vv. 46-54, viene offerto un elenco di personalità e di eventi che hanno segnato la gloria militare romana, tra cui spiccano le figure di Tito Manlio Torquato senior, Lucio Quinzio Cincinnato, i Deci, i Fabi, Scipione, Pompeo; viene anche ricordata la travagliata vittoria nella Seconda Guerra Punica e la punizione riservata a Fiesole per aver dato asilo a Catilina17, località presentata da Dante come «[…] quel colle / sotto ’l qual tu nascesti […]»18.
I versi immediatamente successivi (vv. 55-72) costituiscono una luogo testuale di massima efficacia per l’approfondimento delle influenze reciproche tra le diverse componenti proprie di questa rappresentazione del principato:
Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle / redur lo mondo a suo modo sereno, / Cesare per voler di Roma il tolle. / E quel che fé da Varo infino a Reno, / Isara vide ed Era e vide Senna / e ogne valle onde Rodano è pieno. / Quel che fé poi ch’el’uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna. / Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, / poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse / sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. / Antandro e Simeonta, onde si mosse, / rivide e là dove Ettore si cuba; / e mal per Tolomeo poscia si scosse. / Da indi scese folgorando a Iuba; / onde si volse nel vostro occidente, / ove senta la pompeiana tuba19.
Al di là di alcuni accorgimenti stilistici proposti dalla critica, primo tra tutti, la particolarità di certe descrizioni basate sull’estensione geografica e sulla fulmineità della rassegna, con le quali, con ogni probabilità, si è confrontato Alessandro Manzoni per i versi de Il Cinque Maggio dedicati al ricordo delle campagne di Napoleone20, vanno messe in evidenza un paio di questioni.
La prima consiste nella presentazione di Giulio Cesare nei panni del primo princeps della storia romana ad irrimediabile discapito di Augusto, quest’ultimo correttamente riconosciuto dalla storiografia contemporanea, nonché dalle Historiae (I, 1) di Tacito. Come si approfondirà di seguito, tanto nella Commedia quanto nel prologo delle Historiae, il discorso verte sulla reductio ad unum del potere, al fine di garantire la pacificazione dell’assetto politico internazionale, anche se, nuovamente, a variare sono le coordinate cronologiche che sanciscono un simile cambiamento21. Nello specifico, quest’anticipazione del Principato all’età di Cesare non costituisce un’invenzione dantesca, bensì la restituzione di una nota fonte storiografica, ovvero il De vita Caesarum di Svetonio, il quale, nel presentare l’elenco dei Caesares, esordisce proprio con il nome di Cesare e prosegue la serie con Augusto ed i rispettivi successori. Si ricordi, inoltre, come anche all’interno del De Monarchia (I, XVI, 1-2) a Cesare sia riservato lo stesso trattamento.
La seconda questione, invece, assegna alle crescenti brame di potere di Cesare, alla guerra civile da lui innescata, alla sua vittoria definitiva su Pompeo e, più in generale, alle sue acquisizioni territoriali, una legittimità fondata sulla Provvidenza, come anche una coerenza rispetto alle ambizioni divine che puntavano a trasmettere al mondo la serenità celeste in virtù dell’imminente venuta di Cristo. In altre parole, la realizzazione del volere di Dio e dell’aquila imperiale sono sfociate nella presa del potere da parte di Cesare, nel suo consolidamento nel segno dei successi militari e della vittoria su Pompeo. Come si è in parte anticipato, non è un caso se i versi dedicati a questa formulazione ricalcano in maniera piuttosto fedele il dettato di Tacito (Hist., I, 1), salvo, ovviamente, riconvertirlo in un’ottica provvidenziale22. A questo punto, si intuisce una conoscenza dell’opera dello storiografo latino abbastanza puntuale da parte di Dante, nonostante le modalità con cui vi è materialmente entrato in contatto risultino ancora poco chiare23.
A riprova del peso del passo riportato, si presti particolare attenzione ai toponimi Antandro e Simeonta del v. 67, come anche al ricordo del luogo che custodisce il sepolcro dell’eroe troiano per eccellenza caduto per la patria, Ettore, dal momento che sono tutti elementi che confermano nuovamente il solido legame tra l’Impero e le origini leggendarie: il primo termine, infatti, riferisce il porto della Frigia dal quale sarebbe salpato Enea alla volta del Lazio, mentre il secondo riguarda un piccolo fiume troiano.
In seguito, la trattazione riservata a Cesare volge al termine e si passa al suo baiulus24 – ci si riferisce al lemma «baiulo»25 del v. 73 – Ottaviano Augusto: si ricordano la vittoria a Filippi contro i repubblicani Bruto e Cassio, da allora condannati a pendere in eterno tra le fauci di Lucifero26, gli schiaccianti successi militari a Modena e Perugia contro Marco Antonio e la definitiva battaglia di Azio che ha comportato il suicidio di Cleopatra VII27 fino al momento in cui l’aquila «con costui pose il mondo in tanta pace, / che fu serrato a Iano il suo delubro»28, con riferimento alla chiusura delle porte del tempio di Giano a sancire l’inizio del periodo di stabilità compreso tra Azio e la morte dello stesso imperatore noto come pax augusta.
Seguono i versi dedicati al principato di Tiberio (vv. 82-90), il quale, rispetto al suo glorioso predecessore, può vantare una fama addirittura superiore, dal momento che la Passione di Cristo – e quindi la Redenzione offerta dal suo sacrificio in opposizione al Peccato Originale (v. 90) – ha avuto luogo in quegli anni. A seguire, il resoconto dell’esperienza di Tito al soglio imperiale (vv. 91-93) accentua il portato glorioso che l’aquila andava accumulando tramite il ricordo della conquista di Gerusalemme del 70 d.C., presentata come il compimento di un’ulteriore «vendetta» rispetto a quella ottenuta all’epoca di Tiberio29.
Successivamente (vv. 94-96), la variazione della cronologia storica risulta considerevole: si narra, infatti, di Carlo Magno e della sua difesa vittoriosa dei territori della Chiesa ai danni dell’espansione longobarda nella Penisola. Ma non è tutto; in questo passo, infatti, la componente invettiva fa ritorno e si esprime con forza maggiore: a fronte della panoramica offerta da Giustiniano sugli sviluppi di un Impero tanto pregno di esemplarità, al personaggio Dante non resta che giudicare lo sbaglio dei guelfi (vv. 100-101, 106-111), i quali oppongono all’aquila lo stemma della casata francese – in Italia impersonata da Carlo II d’Angiò, menzionato al v. 106 – come anche quello dei ghibellini (v. 101, 103-105), i quali sfruttano il simbolo imperiale come emblema di una fazione, venendo dunque meno ai presupposti di pace e di giustizia da esso veicolati. A fronte di una situazione simile, secondo il parere di Giustiniano – come anche, in maniera più o meno cifrata, a detta di Dante – risulta piuttosto arduo stabilire quale errore appaia più grave (v. 102).
In seguito (vv. 112-117), Giustiniano vaglia con profondità maggiore il rapporto che sussiste tra una retta condotta morale, animata dal desiderio di gloria terrena, ed il grado di beatitudine che vi corrisponde nella vita ultraterrena: «Questa picciola stella si correda / de’ buoni spirti che son stati attivi / perché onore e fama li succeda: / e quando li disir’ poggiano quivi, / sì disiando, pur conven ch’i raggi / del vero amore in su poggi men vivi»30. Si presti attenzione all’originalità di una simile formulazione, la quale differisce considerevolmente dal pensiero di Francesco Petrarca a seguito della cosiddetta mutatio animi, che porta l’Aretino a preoccuparsi profondamente della propria Redenzione, a discapito, quindi, della fama letteraria e dell’amore terreno, come anche dei diversi ritratti di sé allestiti all’interno della sua produzione31. Dalle parole dell’imperatore, infatti, si apprende come nel cielo di Mercurio trovino una collocazione le anime che, mosse dall’aspirazione all’onore e alla fama, si sono adoperate per il conseguimento della giustizia; nondimeno, responsabili di aver sviato in parte dalla volontà divina, in seguito alla morte, appaiono meritevoli di un grado di beatitudine inferiore rispetto a quello riservato ad altri cieli, nonostante, come precisato nei versi a seguire, anche quella luce più sottile contribuisca attivamente al tripudio celeste32.
Nella porzione finale del canto (vv. 127-142), Giustiniano presenta a Dante la figura di Romeo di Villanova, il quale, secondo la versione leggendaria tràdita dalla Cronica di Villani33 cui l’autore aderisce, si sarebbe distinto in qualità di ministro del conte Raimondo Berengario IV di Provenza, al punto da divenire oggetto di invidia da parte degli altri cortigiani, responsabili della sua dipartita e della condizione di povertà a cui è andato incontro. Nello specifico, questi versi appaiono decisamente di rilievo dal momento che, attraverso il filtro della leggenda e della letteratura, riflettono la condizione di esule che è toccata a Dante, non senza un certo senso di rivalsa34.
Nel complesso, osservando il testo da altre angolature, una rapida rassegna del lessico implicato nello sviluppo dell’allegoria35 è sufficiente a confermare l’evoluzione di un discorso letterario che affonda le proprie radici nella leggenda, prosegue il proprio avanzamento nella storia, continua con la propria legittimazione in una prospettiva religiosa, con le ripetizioni e le ibridazioni di cui si è discusso, fino a culminare in una polemica politica che non può prescindere dal riferire le vicende della contemporaneità, della vita dell’autore e delle conseguenti aspirazioni legate ad un progetto imperiale con Arrigo VII, protagonista, quest’ultimo, sorprendentemente rimasto privo di menzione.
Note:
- A titolo di esempio, si rammenti l’articolo pubblicato da Edoardo Semmola in data 16 febbraio 2024 nel «Corriere Fiorentino», intitolato Dal Codice da Vinci al Codice di Dante: svelato dopo 700 anni il significato religioso (nascosto) della Divina Commedia, all’interno del quale si argomenta la funzione di sorgente di schemi di natura matematico-combinatoria di cui Purg, XVII sembra investirsi. ↩︎
- Dante Alighieri, Commedia, VI, v. 32, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2001, p. 407 ↩︎
- Come nota puntualmente Luciano Canfora in Id., Dante e la libertà, Milano, Solferino, 2023, p. 8, Par., VI rappresenta un unicum all’interno dell’opera dantesca, dal momento in cui si tratta dell’unico canto che articola un discorso di tipo diretto per tutta la sua lunghezza (142 versi). ↩︎
- Si tratta del secondo Cielo, laddove risiedono i beati che in vita si sono distinti per aver amato attivamente la gloria e la fama terrene. ↩︎
- Si tratta di Eraclito Grammatico (studioso del I secolo d.C.) e non dell’omonimo filosofo (535-475 a.C.). ↩︎
- Michel Zink, La letteratura francese del Medioevo. Bologna: il Mulino, 2003, pp. 117-119. In sintesi, si ricordi come Aristotele, in una prospettiva di tipo retorico, definisse l’allegoria come metafora prolungata all’interno di un testo, mentre Eraclito preferisse indicarla come un tropo attraverso il quale un testo intende veicolare un significato altro rispetto a quello espresso sul piano letterale. ↩︎
- «ma non so chi tu sei’ né perché aggi, / anima degna, il grado de la spera / che si vela a’ mortai con altrui raggi», in Dante Alighieri, Paradiso, V, vv. 127-129, in Id., Divina Commedia, a cura di Giovanni Fallani e Silvio Zennaro, Roma, Newton Compton, «I Mammut», 2018, p. 466. ↩︎
- Dante Alighieri, Paradiso, VI, v. 1, in Id., Divina Commedia, a cura di Giovanni Fallani e Silvio Zennaro, cit., p. 467. Si noti come nel testo dell’edizione critica di Sanguineti si adotti il lemma «l’aguglia», in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 406. ↩︎
- «[…] l’antico che Lavinia tolse», in Id., Paradiso, VI, v. 3, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 406. Come proposto da Canfora in Id., Dante e la libertà, cit., p. 45, il verso può essere parafrasato nella maniera seguente: “il progenitore che ha preso in moglie Lavinia”. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, v. 10-12, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 406. ↩︎
- L’opera è nota con il seguente titolo vulgato partire dall’edizione a stampa del giurista francese Dionisio Gotofredo (1533). ↩︎
- Il quale aderisce alla notizia riportata da Paolo Diacono (VIII sec.) e da Anastasio bibliotecario (IX sec.), convinti dell’adesione da parte di Giustiniano e della moglie Teodora all’eresia monofisita propugnata dal teologo Eutiche (V sec.). Se, nel caso di Teodora, la storiografia ha confermato tale notizia per un periodo limitato della sua biografia, per Giustiniano, al contrario, non sussiste prova alcuna. In sintesi, la dottrina di Eutiche, condannata nel 451 dal concilio di Calcedonia, riteneva che la figura di Cristo si caratterizzasse per la sola natura divina. ↩︎
- In carica dal giugno 535 all’aprile 536. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, vv. 25-27, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 407. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, v. 32, 33, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 407. ↩︎
- «Vedi quanta vertù l’à fatto degno / di reverenza; […]», in Id., Paradiso, VI, vv. 34-35, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 407. ↩︎
- Secondo la versione offerta dalla Cronica (I, 36) di Giovanni Villani (1280 ca. – 1348), durante la guerra contro Catilina, Fiesole sarebbe andata distrutta e a tale campagna avrebbe partecipato anche Pompeo. Storicamente, tuttavia, non si è mai potuta accertare la distruzione di Fiesole ad opera dei Romani in tale occasione, nonostante la storiografia sia concorde nell’affermare che essa sia stata vittima di una manovra punitiva. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, vv. 53-54, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 408. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, vv. 55-72, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 408. ↩︎
- Luciano Canfora, Dante e la libertà, cit., p. 12. ↩︎
- In Dante, come visibile nei vv. 55-72 di Par., VI, la soglia simbolica può essere riconosciuta nell’uccisione a tradimento di Pompeo, rifugiatosi in Egitto, mentre, in Tacito, il riferimento cronologico che viene esplicitato nell’opera è la battaglia di Azio. ↩︎
- «[…] postquam bellatum apud Actium atque omnem potentiam ad unum conferri pacis interfuit […]», in Cornelii Taciti Historiarum libri, vol. I (libri I-II), edizione scolastica di von Dr. Carl Heraeus, Leipzig, Teubner, 1864, p. 1. Per quanto concerne la traduzione, quella proposta da Canfora in Luciano Canfora, Dante e la libertà, cit., pp. 13-14 risulta particolarmente efficace: “Dopo che si combatté la battaglia di Azio e che fu nell’interesse della pacificazione il fatto che in un’unica persona si ascrivesse la totalità del potere”. ↩︎
- Id., Dante e la libertà, cit., pp. 12-16. Nel complesso, va ricordato come Dante possa essere entrato in contatto con qualche estratto delle Historiae, come puntualmente segnalato in Monica Berté, Marco Petoletti, La filologia medievale e umanistica, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 65. ↩︎
- In Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, Torino, Loescher, 2019 (IV edizione), p. 154, limitatamente alla prima occorrenza: baiulus, i, m., «Portatore di pesi, facchino». Pertanto, considerando l’etimologia del termine visibile, va notato come si insista sul peso e sull’eredità di cui andava investendosi Ottaviano al momento dell’acquisizione del potere. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, v. 73, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 408. ↩︎
- Inf., XXXIV, vv. 64-67. ↩︎
- Per chi volesse approfondire, nella storiografia moderna è degna di nota la particolare posizione di Francesca Cenerini, la quale ritiene che molte figure femminili descritte dalla tradizione letteraria come portatrici di tratti da meretrix più o meno spiccati, Cleopatra e Messalina in primis, di fatto, fossero solamente artefici di progetti politici indipendenti rispetto a quelli di parte maschile e, pertanto, osteggiati. La repressione nei confronti di queste figure, dunque, oltre che su un piano civile e politico, ha interessato anche il piano letterario, il quale, da un punto di vista storico, non è in grado di restituire queste personalità femminili in modo autentico. Per approfondire: Francesca Cenerini, Messalina: Leggenda e storia di una donna pericolosa, Roma, Laterza, 2024. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, vv. 80-81, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 409. ↩︎
- «poscia con Tito a far vendetta corse / de la vendetta del peccato antico», in Id., Paradiso, VI, vv. 92-93, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 409. Per approfondire, Luciano Canfora, Dante e la libertà, cit., p. 55. ↩︎
- Id., Paradiso, VI, vv. 112-117, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 410. ↩︎
- Si mantengano in qualità di riferimento soprattutto gli sviluppi lirico-narrativi del Canzoniere che culminano nella preghiera alla Vergine che chiude il liber (Rvf 366) e le auto-rappresentazioni che sussistono nelle raccolte epistolari delle Familiares e delle Seniles. ↩︎
- «Diverse voci fanno dolci note; / così diversi scanni in nostra vita / rendon dolce armonia tra queste rote », in Id., Paradiso, VI, vv. 124-126, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 410. ↩︎
- Cfr. Giovanni Villani, Cron., VI, 90. ↩︎
- «indi partissi povero e vetusto: / e se ’l mondo savesse il cuor ch’egli ebbe / mendicando sua vita a frusto a frusto, / asai lo loda, e più lo loderebbe», in Id., Paradiso, VI, vv. 139-142, in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., p. 411. ↩︎
- Si presti attenzione alla seguente evoluzione lessicale: «l’aguglia» (v. 1), «l’ucel di Dio» (v. 4), «’l sacrosanto segno» (v. 32), «’l segno» (v. 82), «publico segno» (v. 100) in Dantis Alaghierii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, cit., pp. 406-411. ↩︎
Bibliografia:
- Antonello, Pieraolo e Webb, Heather, Mimesis, desire and the novel: René Girard and literary criticism, East Lansing, Michigan State University Press, 2015, pp. 113-131.
- Berté, Monica e Petoletti, Marco, La filologia medievale e umanistica, Bologna, Il Mulino, 2017, pp. 62-65.
- Canfora, Luciano, Dante e la libertà, Milano, Solferino, 2023.
- Alighieri, Dante, Paradiso, a cura di Daniele Mattalia, Milano, Rizzoli, 1975.
- Alighieri, Dante, Divina Commedia, a cura di Giovanni Fallani e Silvio Zennaro, Roma, Newton Compton, «I Mammut», 2018.
- Vallone, Aldo, Studi sulla Divina Commedia, Firenze, Olschki, 1955.
- Zink, Michel, La letteratura francese del Medioevo. Bologna: il Mulino, 2003, pp. 117-132.
Immagine tratta da https://www.ravennaedintorni.it/cronaca/2024/01/14/arredo-urbano-rotonda-ravenna-mosaico-galla-placidia/





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