inChiostro

per scoprire il mondo da una prospettiva umanistica


Magistrale in Filologia moderna. Intervista alla prof.ssa Francesca Gambino

di Benedetta Scapin e Manuela Solano

Per rompere il ghiaccio: qual è il Suo libro preferito?

Indicare un solo titolo non è semplice, ma sin dai tempi del liceo ho amato la Commedia di Dante, un’opera centrale per la mia formazione sia intellettuale che umana. Mi appassionano poi gli autori russi. Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij o Guerra e Pace di Lev Tolstoj sono, come la Commedia, opere-mondo che, lette da giovani e poi rilette nel corso degli anni, permettono ogni volta di (ri)trovare ciò che in quel particolare momento della vita si sta cercando e per questo continuano a parlare anche ai cuori contemporanei. Una risonanza intima e profonda ha avuto in me la lettura di Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, mentre una scoperta recente è stata Stoner di John Williams: chiunque lavori in ambito accademico dovrebbe leggere questo libro. Tra gli autori odierni che ho letto più di recente, per fare solo un paio di titoli, ho apprezzato La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo e Patria di Fernando Aramburu.

Di cosa si occupa? Qual è stato il percorso che L’ha portata a diventare docente?

Io sono una filologa romanza. È un’etichetta un po’ criptica, in particolar modo per l’aggettivo romanzo. In sintesi, mi occupo soprattutto di manoscritti medioevali e di testi antichi composti prevalentemente nelle lingue derivate dal latino. 

Ai tempi dell’Università avevo lavorato come giornalista per Il Gazzettino e l’ANSA, e, subito dopo la laurea, spinta dalla voglia di provare qualche cosa di nuovo e di più concreto, sono stata assunta come giornalista dalla televisione Antenna Tre1. Tuttavia, mi sono ben presto resa conto di quanto mi mancasse studiare e fare ricerca: così, dopo circa un anno e mezzo, ho provato a partecipare al concorso di dottorato e, anche con un pizzico di fortuna (una traccia dello scritto era sulla Vita nova di Dante), ho ottenuto una borsa. Aver avuto un’esperienza diversa dallo studio prima del dottorato è stato estremamente formativo, perché mi ha permesso di maturare una certa sicurezza su ciò che desideravo fare e questo mi ha consentito in seguito di avere la tenacia giusta nell’affrontare i periodi di incertezza, inevitabili in questo tipo di percorso.  

Ha quindi avuto modo di frequentare l’Università di Padova prima come studentessa e poi come docente. Come è stata la Sua esperienza? Come crede che sia cambiata l’Università in questi anni?

Studiare nel nostro Ateneo mi ha offerto la straordinaria opportunità di conoscere i grandi maestri del vecchio “Istituto di Neolatino” (Gianfranco Folena2, Furio Brugnolo3, Lorenzo Renzi4 e Pier Vincenzo Mengaldo5, solo per citare i nomi per me più importanti) e di partecipare alle sedute del “Circolo filologico”. Dopo il dottorato ho lavorato per un periodo a Parigi e avrei potuto continuare la carriera accademica all’estero, ma a un certo punto ho deciso di tornare in Italia e a Padova, perché questa scelta rispondeva a un desiderio di radicamento cui ho preferito non rinunciare. Altri colleghi e colleghe sono tornati a lavorare nell’Ateneo dove hanno studiato, il che risponde anche a un’idea di comunità che si struttura nel tempo. 

L’Università di Padova è cambiata in modo rilevante e, per alcuni aspetti, migliorata: credo che la differenza principale consista nella centralità data a studenti e studentesse. In passato, da un lato vi si potevano incontrare figure di intellettuali di spicco, quasi mitiche, ma, dall’altro, si poneva forse minore attenzione alle esigenze della didattica e i/le docenti si preoccupavano solo in parte di quanto si recepisse della spiegazione. Dal punto di vista più pratico, poi, ricordo esami come quello di latino: era considerato normale rimanere per giorni fuori dell’aula in attesa di essere chiamati per sostenere l’orale. Oggi mi pare che ci si interroghi di più sulla propria attività come docenti e sui modi per migliorarla. L’opinione di studenti e studentesse è sempre molto considerata. L’Università si struttura ormai come una comunità che consta di varie componenti in dialogo tra di loro: non solo professori e professoresse, ricercatori e ricercatrici, ma anche studenti e studentesse, dottorandi/e, assegnisti/e, nonché tutto il personale amministrativo. 

Un’altra differenza notevole riguarda l’internazionalizzazione. L’Università è molto più aperta al mondo rispetto a 30 anni fa: programmi di scambio come l’Erasmus sono diventati comuni e accessibili, alcuni corsi di laurea sono offerti in lingua inglese per attrarre studenti internazionali e le collaborazioni di ricerca tra Università di diversi paesi sono aumentate significativamente.

Al momento, su cosa si incentrano le Sue ricerche?

Ho vari fronti aperti. Uno degli ambiti nei quali ho investito più energie negli ultimi anni è quello del multilinguismo e della mescidanza culturale, in particolare nel fenomeno del franco-italiano.  All’inizio il mio interesse per questa lingua letteraria ibrida medievale era stato stimolato dal fatto che fosse ancora poco studiata e rimaneva, quindi, tanto da scoprire. La filologia romanza, nata in epoca romantica, aveva sempre prediletto lo studio di testi delle origini nella lingua nazionale di ogni singolo Paese come importante fattore di identità. Le opere scritte in una lingua mista – in questo caso né francese né italiano – consentono, tuttavia, di creare ponti tra culture, e si rivela fruttuosa una prospettiva comparatistica rispetto al presente: le ricerche sulle lingue creole, oppure su fenomeni di code-mixing e code-switching contemporanei, aiutano retrospettivamente a comprendere meglio la genesi del franco-italiano. Oggi quest’ambito di ricerca è diventato molto vitale: tra i risultati ottenuti, ricordo la costituzione di una banca dati (RIALFrI – Repertorio Informatizzato dell’Antica Letteratura Franco-Italiana), la nascita della rivista Francigena e il Seminario annuale sul franco-italiano, che quest’anno è giunto alla sua decima edizione. 

Un altro filone di ricerca è quello arturiano. Proprio un paio di mesi fa è stata pubblicata l’edizione da me curata del Conte du graal (Perceval) di Chrétien de Troyes per le Edizioni dell’Orso, frutto di un lavoro durato circa cinque anni. L’idea iniziale era quella di fornire ‘solamente’ una traduzione del testo, ma poi non ho resistito al desiderio di controllare anche i manoscritti latori dell’opera e di aggiungere un commento puntuale.  

Lei si è definita primariamente filologa romanza: quale è stato il momento in cui ha sentito Sua questa denominazione? 

L’essere una filologa è una sorta di istinto: si tratta soprattutto del desiderio di mantenere costantemente al centro dell’attenzione il testo e di risalire alle fonti. Forse la piena consapevolezza di esserlo diventata è arrivata quando ho cominciato a pubblicare i primi testi, soprattutto quelli inediti, quando si prova la soddisfazione di aver recuperato qualcosa che era caduto nell’oblio, che nessuno aveva più potuto leggere per centinaia di anni.

Cosa apprezza maggiormente del Suo lavoro da professoressa?

Mi piace molto sia fare ricerca che il rapporto con studenti e studentesse. Mi ritengo privilegiata ad avere la possibilità di vivere in un ambiente di giovani e mi impegno a fare del mio meglio per essere all’altezza del compito, anche se ho dovuto lavorare molto sulla mia indole riservata per imparare a parlare di fronte alle classi numerose che mi capita di avere durante le lezioni della triennale. 

Quali sono gli aspetti che trova più stimolanti nel Suo lavoro di ricercatrice e filologa?

L’emozione di sfogliare un manoscritto rimane impagabile e si rinnova ogni volta. Quando si va alle fonti e non ci si limita a rielaborare la bibliografia pregressa si finisce spesso per scoprire qualcosa di nuovo. I filologi sono un po’ come degli artigiani che si pongono al servizio del manoscritto e del dato testuale con pazienza e passione. Il fatto di dover consultare i manoscritti conservati in tutto il mondo offre poi la possibilità di viaggiare e, soprattutto ora che i figli sono cresciuti, cerco di approfittarne. 

Un aspetto meno positivo del lavoro è la burocrazia sempre più agguerrita, che sottrae molto tempo allo studio e ad altre attività senz’altro più utili. Un tempo i/le docenti si dedicavano interamente alle loro ricerche per mesi e oggi questo non è, ahimè, più possibile. 

Com’è stato il Suo primo approccio alla filologia da studentessa? Quali sono i consigli che darebbe a chi si approccia alla materia per la prima volta?

Ricordo ancora il momento in cui, dopo aver frequentato il liceo classico a Treviso, ho sfogliato per la prima volta il libretto cartaceo della Facoltà di Lettere e sono incappata con stupore nell’insegnamento di “Filologia romanza”, disciplina che non conoscevo affatto: mai avrei immaginato allora che sarebbe diventata il mio futuro. 

A chi si avvicina a un testo consiglio sempre di imparare a leggerlo più volte, come suggeriva di fare Spitzer6, alternando via via il riconoscimento dei dettagli alla visione dell’insieme. Il bravo filologo si distingue per la capacità di far dialogare i particolari con il senso complessivo del testo in un circolo ermeneutico che lega la comprensione della totalità dell’opera all’interpretazione delle sue singole parti, e a sua volta condiziona l’intelligenza di quest’ultime alla comprensione di tutto il testo.

La storia della filologia non vanta nomi femminili. Nella Sua percezione, la filologia o/e in generale gli studia humanitatis hanno registrato un aumento delle ‘quote rosa’ tra gli esperti? Quali sono gli elementi che hanno permesso o impedito un cambiamento? Da studentessa, ha accusato l’assenza di modelli femminili?

Mi sono sempre posta anche io questa domanda. Quando sono diventata professoressa, ho immaginato che alcune studentesse avrebbero potuto meglio identificarsi con me; eppure, la maggioranza degli studenti che mi chiedono la tesi sono dei ragazzi. In generale, ho notato che la filologia sembra attirare più il genere maschile, non saprei spiegarne bene il motivo. Sarà, forse, perché è percepita come materia molto tecnica e per retaggio culturale questo tipo di discipline sembra respingente per le donne. 

Quello della filologia è un ambiente a maggioranza maschile e, come in molti ambienti accademici, vi si entra anche per cooptazione e stima reciproca tra studente e docente. Questo meccanismo è inevitabile e di per sé non è negativo, ma lo diventa quando porta all’instaurarsi di un sistema chiuso. 

Da studentessa ho un po’ risentito della mancanza di modelli femminili e durante il mio percorso accademico mi sono sentita in difficoltà per il fatto di essere donna in un mondo di uomini. Ad esempio, durante la mia prima gravidanza non ero ancora strutturata e per alcuni questa era una buona ragione per escludermi dall’attribuzione di un assegno di ricerca. Poter continuare il mio lavoro durante le gravidanze e negli anni immediatamente successivi ha richiesto sforzi e sacrifici non indifferenti. 

I rapporti OCSE e i risultati dell’INVALSI degli ultimi anni mostrano come i giovani italiani abbiano, in media, sempre più difficoltà nell’interpretazione dei testi lunghi. Nella Sua esperienza da docente e da filologa, è vero? 

Sì, il livello di comprensione dei testi si sta purtroppo abbassando. Tuttavia, mi pare che, se da un lato gli studenti di oggi non hanno alcune delle nozioni che noi apprendevamo al liceo, è anche vero che posseggono altre conoscenze e abilità di cui la mia generazione non disponeva. 

Credo che il principale problema per le nuove generazioni sia sviluppare e allenare la capacità di concentrazione che conduce a una comprensione profonda delle cose. Anche noi docenti sperimentiamo in prima persona alcuni effetti negativi dei nuovi metodi di ricerca: dovendo costantemente far uso di una connessione a Internet, si è spesso distratti da un messaggio oppure una notifica, e l’attenzione è polverizzata da una serie di distrazioni e stimoli continui. 

Tra i vari impegni accademici, Lei è anche presidente del Corso di Laurea magistrale in Filologia moderna. Quali sono i vantaggi che può portare un percorso accademico di questo tipo? Quali opportunità offre agli studenti e le studentesse?

Il corso di Filologia moderna prepara non solo all’insegnamento e alla ricerca accademica, che rimangono i principali sbocchi lavorativi, ma si apre sempre di più anche ad altre possibili carriere.

Per questo, senza snaturare la natura letteraria del percorso, cercheremo in futuro di integrare nell’offerta formativa corsi di Archivistica, Biblioteconomia, Didattica dell’italiano e così via per offrire la possibilità di meglio integrare alcune competenze trasversali.

La cifra distintiva del nostro Corso rispetto ad altri Atenei è la profonda attenzione nei confronti del “testo”, analizzato e interpretato da tutti i possibili punti di vista. Il Dipartimento, poi, ha a disposizione una biblioteca ricchissima, unica nel suo genere per la possibilità di consultare tutti i libri a scaffale, il che è fondamentale, considerando che spesso, come diceva Aby Warburg,7 il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che stai cercando

Da valorizzare sono gli scambi con l’estero, con i due programmi Erasmus e Ulisse che permettono soggiorni di studio persino in Australia, a Sydney.

Un altro aspetto importante, infine, è l’ambiente del Dipartimento, molto partecipativo e vivace. Per tutto il mese di maggio, ad esempio, il Complesso Beato Pellegrino ospita il festival “Avvicinamenti: dire e disdire il male”, con un programma ricchissimo di incontri per tutti i gusti.

C’è un messaggio che vorrebbe lasciare agli studenti?

Siate voi stessi, abbiate fiducia nelle vostre possibilità! 

Chi si iscrive a Lettere ha già deciso di intraprendere un percorso spinto soprattutto dalla passione nei confronti delle materie umanistiche. Io ammiro e apprezzo molto gli studenti e le studentesse che frequentano il nostro Dipartimento, perché hanno avuto il coraggio di fare questa scelta anche se le prospettive di lavoro possono sembrare meno allettanti e remunerative. Direi loro di continuare su questa strada, perché sono convinta che chi segue la propria vocazione troverà il modo per valorizzarla, e alla fine la loro vita sarà probabilmente più realizzata rispetto a chi ha deciso di fare altro solo con obiettivi di tipo utilitaristico.

Note: 

  1.  Rete televisiva interregionale che trasmette in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Provincia Autonoma di Trento. ↩︎
  2. Gianfranco Folena (1920-1992) è stato linguista e filologo italiano, docente di Filologia romanza e Storia della lingua italiana presso l’Università degli Studi di Padova fino al 1990. ↩︎
  3. Furio Brugnolo è filologo italiano, professore emerito di Filologia romanza nell’Università di Padova, dove ha insegnato ininterrottamente dal 1987 al 2015. ↩︎
  4. Lorenzo Renzi (1939-) è linguista e filologo italiano, ha insegnato Filologia Romanza all’Università di Padova dal 1968 al 2009. ↩︎
  5. Pier Vincenzo Mengaldo (1936-), filologo, critico letterario e filologo italiano, è professore emerito di Storia della lingua italiana all’Università di Padova, dove ha insegnato fino al 2009. ↩︎
  6.  Leo Spitzer (1887-1960), linguista e filologo svizzero. ↩︎
  7. Aby Warburg (1866-1929), storico dell’arte e critico d’arte tedesco. ↩︎

Immagine di copertina tratta da https://ssu.elearning.unipd.it/course/view.php?id=984

Lascia un commento