
L’autore che scrive
Pio Rajna, filologo e critico letterario, afferma: «L’autore scrive»1.
Questa definizione è semplice da far vacillare: soprattutto prima dell’invenzione della stampa, gli autori di un testo potevano non avvicinarsi mai all’inchiostro, limitandosi a dettare le proprie parole a qualcun altro che le avrebbe scritte nel concreto.
Innumerevoli sono i casi in cui situazioni simili avvengono anche nella contemporaneità, e non solo in ambito letterario: libri pubblicati sotto un certo nome dietro cui si nasconde la figura di un ghostwriter2, canzoni associate a un cantante ma pensate da un compositore, registi considerati autori di un film la cui sceneggiatura è stata creata da qualcun altro, opere esposte con il nome del proprio ideatore ma realizzate da artigiani… Tutto ciò non può essere ridotto a un solo verbo.
Dunque, cos’è un autore? Per rispondere alla domanda, rimanendo in ambito della filologia, anzi più specificatamente della filologia d’autore, è d’aiuto il piccolo glossario Lessico filologico di Enrico Malato.
Paternità e volontà
autore: dal lat. auctor -orem, propriamente ‘colui che fa avanzare, fa crescere’ (da augere, ‘crescere, accrescere’, da cui anche augmentum, ‘aumento’, ecc.): è colui che ha la paternità del testo e ne rivendica la responsabilità; […] In quanto elaboratore del testo, di cui rivendica la responsabilità, nella pratica della critica del testo gli si riconosce il diritto di affermare una virtuale volontà dell’a., vincolante per chi si sia impegnato in attività editoriale.3
Questa definizione di “autore” rimanda ad altre due parole: paternità e volontà dell’autore.
paternità: è la qualità di autore di un’opera, che può essere incerta e più o meno fondatamente messa in discussione, facendo emergere a volte complessi problemi di filologia attributiva.4
Con questa spiegazione, Malato non offre più informazioni di quelle evincibili grazie alla propria logica: qualcuno è l’autore di un’opera solo se questa è di sua appartenenza. Il compito di capire a chi appartiene una determinata opera spetta ai filologi che, in mancanza di testi originali (e non solo), tentano di individuare tramite le copie rimaste quelle che più si avvicinano alla volontà dell’autore.
volontà dell’autore: riferito all’opera letteraria, indica la forma in cui l’autore ha voluto che il suo scritto fosse licenziato. Nell’uso si distingue una prima, una seconda, ecc., e una ultima volontà dell’autore: quest’ultima, definitiva elaborazione dell’opera, costituisce di norma l’obiettivo della edizione critica del testo.5
L’autore può decidere cosa fare della propria opera dall’inizio alla fine del processo di creazione. Non a caso, nel periodo medioevale, la figura dell’autore era molto legata al concetto di “autorità” (auctoritas). Dante riteneva infatti che gli autori fossero figure degne di essere credute e obbedite, come Virgilio, sua guida sia negli scritti che nel viaggio spirituale della Commedia (pur considerando il rapporto problematico che Dante instaura con le proprie fonti), e Dio, creatore di tutte le cose.
Terminato il processo di creazione, però, l’opera scivola dalle mani dell’autore. Al giorno d’oggi, il passaggio di un’opera dall’autore al lettore è molto più diretto rispetto al passato, in cui era necessario ricopiare parola per parola ogni manoscritto. Com’è noto anche a chi si è appena approcciato alla filologia, durante il processo di copiatura era comune che, volontariamente o meno, i copisti modificassero il testo commettendo degli errori. Questo non solo va contro la volontà dell’autore, ma è l’ennesima dimostrazione che «L’autore scrive» è una definizione riduttiva: in quanto scrittore e, con molta probabilità, anche modificatore di un’opera, il copista dovrebbe allora diventarne l’autore.
Alcuni autori hanno tentato di proteggere le proprie opere dagli errori dei copisti. Ad esempio, lo scrittore spagnolo Juan Manuel (1282-1348), poiché convinto che qualsiasi modifica alla propria opera ne avrebbe cambiato non solo il testo ma anche il senso, ha reso chiaro nel prologo del manoscritto contenente tutti i suoi lavori che quello era il solo testo revisionato da lui stesso.
Chiaramente, non bisogna intendere il lavoro dei copisti come qualcosa che snatura l’opera. Si tratta di un’operazione fondamentale, senza la quale un’immensa quantità di opere sarebbe andata perduta e alcune specializzazioni della filologia non avrebbero senso di esistere.
Attività scrittoria e originalità
scrittura: il prodotto dell’attività scrittoria dello scriba o amanuense o, con particolare riferimento alle opere non originali, del copista. […] «scriptor, cioè dello scriba che scribit aliena, nihil addendo vel mutando; […] colui che scribit et sua et aliena, sed sua tanquam principalia, e che perciò solo debet dici auctor» (Petrucci, Minuta, autografo, libro d’autore, p. 402).6
Non sorprende che, in ambito letterario, il termine “scrittura” sia quello che più si avvicina alla descrizione del processo di creazione di un’opera. Ed è proprio indagando su questa parola che si può comprendere il fulcro attorno cui ruota la differenza tra uno scrittore e un autore: l’originalità, che è presente nell’opera dell’autore, ma non in quella di uno scrittore, di un copista o di un commentatore.
«Un autore è tale nella misura in cui produce un testo originale, che sia dunque il frutto del suo proprio ingegno»7. Lo scrittore, invece, «può ben dire di non essere la fonte da cui sgorga la scrittura, di non essere l’identità da cui scaturisce l’unità e la singolarità dell’opera»8, non perché sia una figura poco rilevante, ma perché alle sue spalle ce n’è un’altra che possiede la paternità dell’opera.
Rajna non ha torto nell’affermare che l’autore scrive, ma oltre a ciò egli: pensa, corregge, detta, fa il possibile per esaudire le proprie volontà sull’opera creata e, infine, non può far altro che cedere il proprio lavoro al lettore. «L’autore è il re, non i suoi collaboratori che di fatto hanno scritto l’opera»9, non a caso la filologia differenzia tra una semplice copia e un vero e proprio “libro d’autore”.
libro d’autore: nella prassi tardoantica e altomedievale, per cui particolarmente nella elaborazione di testi complessi si ritiene che l’autore procedesse piuttosto per dettatura che per scrittura diretta della propria opera, l. d’a. è detto quello composto di proprio pugno dall’autore, dunque l’autografo, che in ragione di tale prassi scrittoria poteva essere esposto a interventi successivi dell’autore stesso, meno rilevanti nel testo scritto sotto dettatura.10
Opera d’autore, opera d’arte
Ma cosa, con esattezza, rende “opera” una creazione? Quando si diventa autori?
«Non è semplicemente una questione di paternità dell’opera […], ma innanzitutto di sua valorizzazione artistica (sapere se questo oggetto che ho di fronte è o non è un’opera d’arte). Per poter attribuire statuto d’arte non solo a un testo, ma anche a un quadro, a un film, a una fotografia, a una videoinstallazione, abbiamo bisogno di considerarli come il frutto di un’intenzione artistica. […] Di essi diremo allora, e non a caso, che sono d’autore.»11
Si ignorino per un po’ i testi della tradizione a favore di un esempio di opera ben più drastico: Comedian (o banana di Cattelan), la banana attaccata al muro con del nastro adesivo che, dal 2019, è ancora frutto di dibattito poiché considerata un’opera d’arte dal valore di 120mila dollari. Ciò che differenzia Comedian da un banale frutto è l’intenzione artistica: in questo caso, far capire come la società moderna attribuisca valore alle cose solo in base al contesto. Dietro un’immagine semplice è, dunque, nascosto qualcosa di più complesso.
Cattelan, invece di scrivere la propria opera, l’ha comprata al mercato a pochi centesimi e ha deciso di usarla per dire qualcosa. Per quanto questo possa dar fastidio a chi commenta «anche io avrei potuto farlo» davanti a ogni opera contemporanea, questa banana è arte: l’autore ha creato qualcosa di originale, di sua appartenenza e su cui ha espresso delle volontà, tra cui la propria intenzione artistica. I requisiti ci sono tutti.
Allora, forse, è proprio nell’artista che nasce l’autore.
Note
- P. Rajna, Testi Critici, in Guido Mazzoni, Avviamento allo studio critico delle lettere italiane, Firenze, Sansoni, 1906, pp. 207-17, poi in Id., Scritti di filologia e linguistica italiana e romanza, a cura di Guido Lucchini, Salerno Editrice, Roma, 1998, p. 996. ↩︎
- Chi, dietro compenso, scrive discorsi, articoli, interviste per conto di altra persona, che ne assume poi la paternità, o dà forma letteraria e compiuta a idee da essa abbozzate (Ghost-writer – Vocabolario – Treccani ultima consultazione 6 marzo 2025). ↩︎
- E. Malato, Lessico filologico. Un approccio alla filologia, Roma, Salerno Editrice, 2008, p. 26. ↩︎
- Ivi, p. 85. ↩︎
- Ivi, p. 103. ↩︎
- Ivi, pp. 92-93. ↩︎
- L. Leonardi, Filologia romanza 1. Critica del testo, Milano, Mondadori, 2022, p. 9. ↩︎
- C. Benedetti, L’ombra lunga dell’autore: indagine su una figura cancellata, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 58. ↩︎
- L. Leonardi, op. cit., p. 11. ↩︎
- E. Malato, op. cit., p. 75. ↩︎
- C. Benedetti, op. cit., p. 17. ↩︎
Bibliografia
C. Bendetti, L’ombra lunga dell’autore: indagine su una figura cancellata, Milano, Feltrinelli, 1999.
E. Malato, Lessico filologico. Un approccio alla filologia, Roma, Salerno Editrice, 2008.
L. Leonardi, Filologia romanza 1. Critica del testo, Milano, Mondadori, 2022.
P. Rajna, Testi Critici, in Guido Mazzoni, Avviamento allo studio critico delle lettere italiane, Firenze, Sansoni, 1906, poi in Id., Scritti di filologia e linguistica italiana e romanza, a cura di Guido Lucchini, Salerno Editrice, Roma, 1998.
Vocabolario Treccani, Ghost-writer, https://www.treccani.it, ultima consultazione 6 marzo 2025.
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