Di cosa parleresti con un poeta se ti dedicasse mezz’ora del suo tempo?
Eravamo solo io e lui: la sua figura era tanto piccola rispetto alle grandi colonne.
Un brivido di eccitazione mi attraversa la schiena al ricordo.
Mi dava le spalle, ma al suono dei miei passi, vidi la sua testa ricoperta di folti riccioli inclinarsi leggermente verso sinistra.
Mi avvicinai incerta e mi fermai accanto a lui, a qualche passo di distanza; l’uomo guardava la tomba davanti a sé con dolcezza, quasi vi riposasse un caro amico.
Una cornucopia, alcune maschere, un paio di corone d’alloro e una donna coronata col capo chino. L’Italia e il figlio illustre.
Victorivs Alferivs Astensis
Nessuno dei due parlò per diversi minuti: si doveva rispettare il silenzio di un lutto. Fu lui a spezzare per primo la quiete di quel momento.
«Non avrei mai pensato che le mie spoglie potessero un giorno riposare nello stesso luogo dei grandi Buonarroti e Galilei… e di Vittorio.»
L’uomo si voltò nella mia direzione. Una nota malinconica non nascondeva la curiosità nel sentire la risposta alla sua implicita domanda. Perché sono sepolto qui?
«La finta modestia non vi si addice. Vi siete reso immortale con le vostre parole e voi lo sapete bene.»
Un sorriso appena accennato.
«Non mi adulate per cortesia.»
«Non l’ho fatto. Ho solo constatato un fatto.»
Fluiscono i ricordi dei bei tempi passati sulle sedie di scuola e i versi che con diligenza venivano recitati in classe.
La sua fronte si aggrottò sul momento. Tante domande per ogni piega sul suo volto.
«Come è la situazione attuale dell’Italia? Anche Firenze è stata ceduta agli austriaci? O i francesi hanno imposto nuove assurde regole alla nostra gloriosa patria?»
Borbottò l’ultima domanda come se non si aspettasse altro dai francesi. Sorrisi. Non gli era ancora passata l’indignazione nonostante fossero passati più di due secoli.
«Non penso che l’Italia abbia intenzione di cedere Firenze agli austriaci e quello che accade in Francia lasciamo che rimanga in Francia. A ognuno il suo.»
Continuai.
«Guerre, pandemie, rivolte… La violenza è quello che accade, in tutto il mondo. Voi non siete sconosciuto a questo tipo di realtà.»
Osservai il crocifisso sopra all’altare. Ora più che mai le ferite dei chiodi mi apparivano tanto dolorose.
Non mi fermai nel mio discorso.
«Mi chiedo quanti ancora dovranno piangere sopra una fredda lapide; hanno avuto l’occasione di salutare i loro cari prima che chiudessero gli occhi per l’ultima volta e fossero adagiati in un eterno letto? Maledirei quelle tombe che tengono prigionieri i miei cari. È dimenticare forse la soluzione per non provare più così tanto dolore?»
Una madre che non aspettava altro che rivedere i propri figli ormai diventati adulti; un padre che non ha potuto salutare la moglie nei suoi ultimi secondi di vita; un figlio rimasto orfano nel giro di pochi giorni. Il mondo offre loro, in quegli attimi, le sue condoglianze. Ma non è abbastanza.
Il mio interlocutore sembrò riflettere sulle mie parole. I suoi occhi ammiravano gli affreschi restaurati da poco.
«Ricordate l’editto di Saint-Cloud?»
Annuì. Lo ricordavo: proibiva le sepolture nei centri abitati e limitava le iscrizioni sulle lapidi.
Siamo diversi da vivi, ma uguali da morti.
Pensa ai vivi, non ricordarti dei morti.
Il dolore non è produttivo; la vita va avanti.
Va’ avanti, il tempo cura le ferite.
Le ferite si cicatrizzano, però.
Continuò.
«La tomba è una buca o una cassa di legno; la lapide un pezzo di marmo. Non servono al morto, cosa dovrebbe farsene? Si butti il cadavere in una fossa comune e non se ne renderà neppure conto. Ma il fratello, il padre, la madre, la sorella, l’amico e la sposa del morto, loro sì che protesteranno a tale empia decisione. Lapidi e tombe sono costruite per i vivi, perché è necessario un posto in cui riunirsi quando la morte separa gli affetti.»
Sospirò e proseguì.
«La natura dell’uomo è insolita. Creiamo violenza e ci sorprendiamo quando arrivano le conseguenze. Vogliamo vivere felici, ma desideriamo provare anche il dispiacere. E se questo non arriva creiamo un motivo per piangere e struggerci. Auguriamo la morte agli altri e a noi stessi, ma ci terrorizza l’idea di non essere ricordati, di vivere inutilmente, di essere uno tra tanti. Nei nostri gesti più eclatanti un po’ speriamo nella buona memoria dei nostri cari, ma anche in quella di perfetti sconosciuti. Tanto più se siamo persone che in vita hanno fatto grandi imprese: Buonarroti, Alighieri, Galilei, Vittorio, Parini… Ditemi, è stato sepolto Parini?»
«Mi sembra di ricordare che la sua tomba si trovi in un cimitero di Milano.»
Il mio interlocutore scosse la testa. I ciuffi ribelli non furono contenti di quel movimento.
«Un grande essere umano può essere riconosciuto dalla tomba in cui riposa, ma anche da ciò che ha donato al mondo, se quest’ultimo è una bellezza imperitura, sia chiaro. Sono di parte: la libera poesia e l’arte portano all’immortalità dell’uomo. Voi avete affermato che le mie parole mi hanno reso immortale, mi avete reso felice, lo sapete? La mia poesia mi ha portato a essere sepolto qui, tra i grandi della Storia. Verrò ricordato, spero, per molti altri anni.»
Gli si illuminò il volto di orgoglio. Poi si ricompose, un velo rosso sulle guance.
«Ma tornando a noi, tanto più se voi siete un esempio da emulare è necessario che ci sia una lapide in cui venga inciso il vostro nome; abbiamo inoltre necessità di una tomba dentro cui posare il corpo di una persona così illustre ed emerita. Non amiamo le fosse comuni, no? Su questo siamo d’accordo. E senza lapide come posso riconoscervi tra tanti altri? Non volete forse vedere in futuro un nuovo Vittorio, un nuovo Alighieri? Guardate la tomba di Vittorio e iniziate a scrivere una tragedia su un tiranno diviso nella lotta tra sé stesso e Dio. Domandatevi quale sia il finale adatto alla vostra tragedia.»
La mia tragedia…
«E a una persona comune, mi si perdoni il termine, una tomba è necessaria, perché le generazioni future della sua famiglia possano ricordarsi di lui come un degno antenato o anche solo un caro amico. Altrimenti, alla morte dei suoi cari più stretti, se ne andrebbe anche la sua memoria e la natura farebbe il suo corso, cibandosi della carne che resta. Povero, piccolo uomo dimenticato e apolide. Di chi è questo corpo senza nome e senza casa? Chi lo ha lasciato da solo al freddo delle intemperie? Come potete consolarvi in altro modo quando pensate alla morte che è prossima se non augurandovi che qualcuno si ricorderà di voi?»
Un fiume di parole.
Attende una mia risposta: ora tocca a me.
«Tombe e lapidi, non sono mai state per me degli spunti di riflessione. Ho sempre considerato la morte come qualcosa di strettamente personale: una volta morta, perché dovrei desiderare che qualcuno pianga per me sopra una tomba e che, nel pensare al mio ricordo, a ciò che ho lasciato, provi tristezza? Sono morta, è giusto che tolga il disturbo e che lasci i miei cari andare avanti con le loro vite. E anche se fossi una persona importante non vorrei che qualcuno mi cercasse e piangesse per me solo dopo la mia morte; sono sicura che tra tante buone azioni ci sarebbe qualcuno che emulerebbe i miei sbagli. Lasciatemi perciò al freddo e alla fame dei cani, non mi riguarda più.»
Scosse lentamente la testa.
«Pensate a un vostro caro, a un vostro familiare, a una persona che prova un amore profondo per voi. Nella quotidianità vedranno che voi non ci siete più, nelle piccole cose che avete lasciato alle spalle: in un letto disfatto, in un nastro perduto e poi ritrovato, in un disegno appena abbozzato, in un quaderno dalle frasi lasciate a metà. Lasciate loro almeno un luogo in cui sanno di potervi trovare; lasciate che vi salutino e vi raccontino di come sta andando la loro vita, soprattutto se i vivi non permettono loro di raccontarlo. Si faccia loro questo favore. Dormite nel sonno eterno della morte; qualcuno si prenderà cura di voi qui tra i vivi.»
Mi appoggiò una mano sulla spalla. Aveva la voce carica di emozione, perché anche lui voleva credere alle sue stesse parole.
Fa paura la morte, ma non quanto non sapere che cosa essa comporterà a chi resta.
«Non mi avete completamente convinta.»
C’era piena onestà nelle mie parole.
«E mentre io guardo la tua pace, dorme / Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.»
Gli sorrisi.
«La morte porta davvero riposo? E quale spirito guerriero? Mi fanno paura gli insetti.» Una mezza risata, il tono della voce che trasmetteva solo dolcezza.
«Quando arriveremo alla sera della nostra esistenza smetteremo di soffrire. Auguriamoci di ritornare nel grembo della nostra amata terra natia. Nel frattempo prendetevi cura dei vostri amici e continuate a leggere poesie. Rendete la vostra vita più sopportabile e provate a diventare la persona che vorreste avere al vostro fianco in punto di morte.»
Scoprire le virtù migliori e il bello in questa esistenza…
Sospirai.
«Voi vivete di illusioni.»
«Non tanto quanto il caro Leopardi.»
«Mi devo aspettare una sua visita?»
«La desiderate?»
«Ovviamente.»
«Vedrò cosa si può fare al riguardo. Oh, si è fatta sera! Devo lasciarvi. Riguardatevi!» E come iniziò la nostra chiacchierata, così Ugo Foscolo la terminò. Che parlantina.





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