di Benedetta Scapin
«La philologie est une pensée bourgeoise, paternaliste et hygiéniste de la famille, qui chérit la filiation, pourchasse l’adultère, s’effraie de la contamination».1
Nel sentire comune, i più associano il concetto di filologia ad una non meglio precisata attività pedante, anacronistica, poco utile e molto elitaria in quanto mera curiosità erudita. Questo pensiero, inoltre, è diffuso non solo tra coloro che hanno poca dimestichezza con un approccio scientifico allo studio del testo letterario, ma anche tra studenti e studentesse delle facoltà umanistiche. Eppure, a ben guardare, è possibile argomentare che, oggi, la filologia
«gioca un ruolo fondamentale: la promozione di questo approccio epistemologico nelle scuole e nella società del futuro prossimo sarà determinante per la difesa delle libertà d’espressione, e dunque sarà fondamentale per la difesa delle democrazie e la loro (forse mai raggiunta) piena attuazione».2
Cerchiamo di capirne il motivo.
In primo luogo, il mondo contemporaneo risulta appiattito da una mancanza di problematizzazione del reale: il dibattito pubblico e politico, nonché l’informazione, tendono a sostenere un pensiero binario, che oscilla solo tra bianco o nero, vero o falso, senza mettere in luce la zona grigia tra i due opposti. Si percepisce, anzi, una crescente volontà di celare la natura complessa e multiforme della realtà in cui viviamo. In una prospettiva diametralmente opposta alla polarizzazione contemporanea si colloca, invece, la scienza filologica: se si pensa, per esempio, alle prime nozioni esposte nei corsi di filologia, si scopre che un qualsiasi testo, nonostante la communis opinio, per sua natura, non è fisso e stabile, bensì fluido. Di certo è intuitivo comprendere che, per quanto concerne opere quali l’Eneide o l’Orlando furioso, il testo non è sempre stato tale e quale a quello che oggi è presente nelle edizioni della nostra libreria o in biblioteca. La trasmissione manoscritta, infatti, determina la genesi di innovazioni -o errori- involontarie (come una brachilogia sciolta in modo errato, che comporta una scorretta interpretazione di un lemma) o volontarie (quali espunzioni, sintesi, ampliamenti, ecc… di alcuni passi). Più difficile, forse, è immaginare in che termini un testo stampato possa dirsi fluido. Per spiegare questo concetto, si considerino le edizioni di Il nome della rosa di Umberto Eco. La prima, datata 1980, presenta corposi passi di tema teologico scritti interamente in latino. Al contrario, la traduzione inglese uscita a soli tre anni di distanza, nel 1983, espunge queste parti, in quanto il pubblico britannico veniva considerato interessato più alla vocazione di thriller dell’opera che a quella filosofica. Nel 2011, poi, il romanzo è stampato in Italia una seconda volta, quando Eco decide di adeguarlo alla versione inglese. Non viene però segnalata l’eliminazione dei passi in lingua latina. Di conseguenza, se non fosse stato intrapreso uno studio filologico sul testo, questo dato non sarebbe emerso. Ecco, dunque, che si evince un primo elemento che lo studio filologico insegna: di fronte a un dato che consideriamo certo, fisso e incontrovertibile, è necessario chiedersi quale sia il processo dietro a questo. Più in generale, è possibile affermare che, mentre l’informazione e la comunicazione odierne offrono qualsiasi conoscenza- apparente o meno che sia- già “confezionata”, la filologia, invece, mette in luce che è fondamentale capire come si è arrivati a una certa conclusione, quali siano state le tappe del percorso e perché si sia pervenuti a un determinato risultato. Dobbiamo, quindi, liberarci dall’idea che gli eventi siano inequivocabili, abituandoci a far affiorare la complessità del dato cui applicare il nostro «esercizio critico applicato, cioè lealmente impegnato nella realtà e non in fuga da essa»3. E questo esercizio è offerto proprio dalla filologia.
L’interesse per il processo e non per il risultato, però, non sembra essere molto attuale: se si considera il mondo dell’informazione, la vittoria della quantità sulla qualità, oggi, implica non solo che tutti dobbiamo essere sempre – e sempre più – produttivi, ma obbliga anche a una immediatezza nell’ottenere una notizia, per esempio, di politica estera o interna, di economia o di scienza. La rapidità dell’informazione, d’altro canto, provoca due conseguenze non irrilevanti: da un lato, la comunicazione si è fatta progressivamente più breve e concisa, spesso limitata a una frase in un post Instagram, cosicché la possibilità di comprendere i dettagli e la complessità della stessa sia preclusa; dall’altro, etimologicamente, l’aggettivo immediato significa ‘non mediato’, cioè, appunto, non presentato attraverso il filtro di una fonte autorevole, un esperto che presenti il dato nel suo formarsi, nelle sue cause, conseguenze e sfumature. A tal proposito, il celebre filologo Paolo Chiesa scrive:
«Diverso, e certo più importante, è il tema dell’importanza della filologia, come metodo generale di approccio ai testi, ma forse anche più in generale come metodo critico di interpretazione della realtà. La mentalità comune, al giorno d’oggi, pare quanto mai lontana dagli atteggiamenti filologici: le persone sono bombardate di informazioni, ma non sono interessate a decodificarne il percorso, che è invece quanto fa la filologia; la conoscenza storica – e la filologia è una forma di conoscenza storica, o un metodo per produrre conoscenza storica – è ridotta al rango di curiosità culturale, ma non è più fondamento della civiltà».4
Similmente, secondo Lagomarsini, l’interesse minore nei confronti dello studio filologico è ricollegabile alla scarsa capacità e/o volontà di riconoscere, in una notizia, la sua natura di fake news:
«Mentalità o cultura filologica sono cose diverse (più profonde) rispetto alla filologia, che per vocazione si occupa soprattutto di testi letterari. Il rapporto tra cultura dei testi e filologia è lo stesso che esiste tra cultura del cibo e alta cucina, tra cultura della salute e medicina. Se il secondo polo (quello della ricerca specialistica) viene meno, è difficile che il primo (quello della cultura condivisa) continui a prosperare da solo».5
Un antidoto, quindi, è l’acquisizione di un abito mentale tale da chiedersi costantemente quale sia il testimone che tramanda una certa informazione, definirne la validità, confrontandola pure con altre fonti e infine elaborare una propria scelta in merito. In tal modo, si applica una ricostruzione del testo, qualsiasi natura esso abbia,
«senza i fraintendimenti dovuti a successive interpretazioni e senza le confusioni che si possono generare frapponendo diversi strati del testo», cosicché sia possibile «far parlare i testi con il linguaggio e i modi dell’autore, senza le interferenze della storia».6
Il filologo e quanti, più in generale, acquisiscono una forma mentis filologica sono in grado di ricostruire un’informazione in modo limpido e coerente, similmente all’attività del medico che dona nuova vita alle membra strappate di un corpo, secondo la seguente metafora di Poliziano:
«Ciceronis liber secundus de deorum natura non minus lacer in omnibus novis, vetustis etiam exemplaribus reperitur quam olim fuerit Hyppolitus turbatis distractus equis; cuius deinde avulsa passim membra, sicuti fabulae ferunt, Aesculapius ille collegit, reposuit, vitae reddidit».7
Il processo in questione, però, necessita di tempo: le istituzioni, le voci autorevoli e i canali d’informazione accreditati non possono confermare o smentire un fatto nell’immediato, affinché l’approccio epistemologico richiede tempo, pazienza e lentezza, per sua natura.
Un esempio di come il metodo filologico offra strumenti più acuti per approcciarsi in modo ragionato alla comunicazione odierna è il funzionamento di Wikipedia. Lagomarsini riconosce un chiaro parallelismo tra la tradizione attiva di epoca medievale e la trasmissione delle informazioni in questa risorsa. In primis, in ambo i casi, gli autori sono anonimi: come gli utenti di Wikipedia adoperano spesso uno pseudonimo, similmente i copisti medievali non inseriscono il loro nome, oppure, anche quando esso è presente, non offrono ulteriori dati sulla loro figura. Al contrario, le grandi enciclopedie blasonate e scientificamente credibili riportano il nome dell’autore di ciascuna voce, in virtù anche dell’auctoritas dello studioso cui viene affidato un lemma. Di conseguenza, il problema che si pone per quanto concerne Wikipedia riguarda l’affidabilità della voce redatta. Inoltre, Lagomarsini paragona la recensione aperta medievale alla redazione delle pagine di Wikipedia. Con recensione aperta, in filologia, si intende che, ricostruiti i rapporti tra i vari testimoni di un’opera all’interno dello stemma codicum, la scelta della lezione da inserire a testo non può basarsi sul criterio meccanico della legge della maggioranza – come previsto dal metodo lachmanniano – bensì sullo «iudicium», secondo il quale il filologo lavora attuando una scelta
«sul fondamento di criteri prevalentemente interni tra due (o più) lezioni, nessuna delle quali è dimostrata secondaria dal criterio esterno, genealogico».8
Un ultimo punto di contatto tra la tradizione attiva e Wikipedia è la percezione di libertà che copisti o utenti provano nel modificare il testo. Il filologo romanzo cita, exempli gratia, la tradizione del Roman d’Alexandre: il testo è stato composto prima in octosyllabes, poi trasposto in endecasillabi e infine, per adeguarlo al gusto dominante, in versi alessandrini. Un rimaneggiamento simile è riconoscibile nelle voci di Wikipedia: queste sono l’esito di correzioni, glosse, fraintendimenti e contaminazioni. Di conseguenza, tanto per i testi letterari quanto per le voci di Wikipedia si può distinguere tra tradizione quiescente e tradizione attiva. La prima indica l’assenza di rielaborazioni nell’opera: ciò, nel caso dell’enciclopedia libera, avviene quando la voce non ha un interesse rilevante sull’opinione pubblica. La tradizione attiva, invece, riguarda temi di maggiore attualità: ne è un esempio evidente la voce della nave Sea-Watch 3, esistente dal gennaio 2019, quando la stessa è stata protagonista del dibattito politico italiano. In questa data, infatti, l’imbarcazione salva quasi cinquanta migranti naufragati al largo del mare libico. Alla SW3 viene impedito di approdare nel territorio italiano: la situazione si conclude alla fine dello stesso mese, quando essa attracca a Catania. Si riporta ora l’analisi, operata da Lagomarsini, della stesura del testo di Wikipedia, con l’indicazione della data di modifica da parte degli utenti del corpo del testo:
[28.1.2019, ore 14:11]
«La Sea-Watch 3 è una imbarcazione utilizzata per il salvataggio di rifugiati nel Mar Mediterraneo, che è gestita dall’organizzazione non governativa Sea-Watch con sede a Berlino. La nave è lunga circa 50 metri e registrata come uno yacht nei Paesi Bassi». Poco dopo viene aggiunta una specifica più tecnica dell’oggetto in questione, e cioè che «La nave è alimentata da due motori diesel a sei cilindri […]».
Il filologo definisce questa aggiunta fredda, perché offre dei dettagli tecnici e, dunque, neutri. Il terreno di scontro tra gli utenti, invece, sarà rappresentato da termini caldi, quali, in particolare, rifugiati, oppure dalla contingenza nelle quali la nave ha operato:
[01.02.2019, ore 13.55]
in merito al fermo amministrativo dell’imbarcazione, si legge che ciò è avvenuto
«per violazioni delle norme in materia di sicurezza della navigazione e di tutela dell’ambiente marino».
[26.06.2019, ore 13.09, dove su noti la sostituzione di rifugiati con immigrati]
«Registrata come yacht da diporto (pleasure yacht) tramite la Watersportverbond e sul Kadaster (catasto olandese) con Zeebrief (documento di nazionalità di un’unità marittima) dal Det Norske Veritas-Germanischer Lloyd (DNV•GL), è utilizzata per la ricerca e salvataggio (SAR) di immigrati nel Mar Mediterraneo».
[26.06.2019, tarda serata. L’aggiunta viene eliminata da un altro utente mezz’ora più tardi]
«Il 26 Giugno 2019 infrange la legge della Repubblica Italiana entrando senza autorizzazione nel porto di Lampedusa».
[27.06.2019, ore 9:57, rimosso alle 10.09 da un altro utente]
«Coi recenti fatti, tutt’ora in corso, la nave tedesca che batte bandiera olandese, si svela al mondo intero quale nave pirata negriera, che sta trattenendo da 15 giorni in ostaggio 42 esseri viventi che avrebbero potuto sbarcare in un qualsiasi altro porto più vicino rispetto all’Italia e che nello stesso tempo avrebbe potuto circumnavigare l’Europa e raggiungere nondimeno la Patria di cui batte bandiera. Le indagini sono in corso».
[27.06.2019, ore 18:33]
Al termine «migranti» viene aggiunto «clandestini».
[28.06.2019, ore 6:57]
«Registrata come yacht da diporto (pleasure yacht) tramite la Watersportverbond e sul Kadaster (catasto olandese) con Zeebrief (documento di nazionalità di un’unità marittima) dal Det Norske Veritas-Germanischer Lloyd (DNV•GL), è utilizzata per la ricerca e salvataggio (SAR) di extracomunitari che vogliono immigrare illegalmente nell’Unione Europea attraverso il Mar Mediterraneo».
[28.06.2019, primo pomeriggio. Questa versione viene rimossa poco dopo, mentre viene ripristinata quella precedente]
«[…] per la ricerca e salvataggio di profughi e naufraghi nelle zone antistanti le coste Libiche»
Il conflitto tra gli utenti prosegue: vengono continuamente applicate modifiche volte a definire le persone sulla SW3 o come «extracomunitari che tentano di [oppure vogliono] immigrare illegalmente», oppure come «profughi» o «naufraghi».
[28.06.2019, ore 14:41, rimossa alle 17:25]
«Il Ministro Salvini ribadisce che non darà mai l’autorizzazione alla Sea-Watch 3 il permesso [sic] di entrare nelle acque italiane, in quanto avrebbe virato senza alcuna logica verso l’italia [sic], al posto di andare al porto piu [sic] vicino situato in Tunisia».
Alle 20:20 viene aggiunto l’aggettivo «clandestini» di fianco ad ogni menzione del termine «migranti», ma alle 20:37 viene ripristinata la versione precedente. Quando, poi, alle 21:32 un utente segnale la voce, questa diventa protetta: appartiene, cioè, a una categoria di articoli non modificabili da utenti non convalidati. Per questo, da settembre 2019 la voce è rimasta quiescente.
Se ne conclude che Wikipedia, nonostante alcune voci siano estremamente precise e valide, non offre tanto una libertà, quanto una licentia: la mancanza di un controllo autorevole sulle informazioni, infatti, implica che, senza alcuna regolamentazione, chiunque possa modificare una voce anche in modo fazioso. Oltre all’esempio sopra riportato, si può citare il seguente caso notato da Lagomarsini: nella pagina di Wikipedia di “A. S. Roma”, nel 2012, un utente anonimo sostituisce tale lemma con “Rommerdisti fate schifo!!!!”. Il filologo compara questo modus operandi con un manoscritto pisano del Guiron le courtois (oggi a Venezia, Bibl. Naz. Marciana, fr. IX), dove, verosimilmente a seguito della battaglia della Meloria, avvenuta nel 1284, quando la flotta genovese vince su quella pisana, si legge: «Esti soun stati li malvasi cam Pisan smargarizay ch’àno le boxie qui sono in esto libro» (“Sono stati quei malvagi cani sbattezzati dei Pisani che hanno le bugie che si trovano in questo libro”). Questi due casi dimostrano la tendenziosità del testo, cui si può porre rimedio solo a seguito di una oculata lettura dello stesso. Per quanto banali, questi esempi sono illuminanti perché, come in ogni epoca, anche oggi un qualsiasi testo, scritto come anche orale, può essere non obiettivo. La differenza, però, ai nostri giorni, è che, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, una notizia ingannevole si diffonde maggiormente nel tempo e nello spazio. È dunque la filologia a offrire un rimedio contro discorsi illusori. Pertanto, quella che appare una scienza relegata nello studio del filologo di turno, elitaria e avulsa dal mondo, è in realtà
«un esercizio critico applicato, cioè lealmente impegnato nella realtà e non in fuga da essa, a cui noi sappiamo e possiamo rispondere».9
Infine, è bene ricordare che la scienza filologica, in quanto tale, presenta due aspetti peculiari: da un lato, essa si serve di un metodo, attraverso il quale le conclusioni cui lo studioso perviene possono essere ricostruite in ogni tappa grazie alle informazioni enucleate nell’apparato critico dell’edizione; dall’altro, la scienza non pretende di giungere a una verità assoluta, bensì a una forma di certezza testuale che, tuttavia, può – anzi, deve- costantemente essere messa in discussione e dibattuta proprio in virtù della sua fondatezza argomentativa e della chiarezza espositiva dei risultati. Questo atteggiamento epistemologico, quindi, risulta fondamentale per ogni forma di comunicazione nella nostra vita di tutti i giorni:
«Ciò che è in gioco nel nostro caso non sono le singole nozioni. Anche i filologi, come tutti, hanno delle responsabilità verso la società in cui vivono e sono all’altezza di queste responsabilità se assolvono a due compiti […]. In primo luogo il filologo insegna (dovrebbe insegnare) ad avere la massima cura per la trasmissione dei testi, orali o scritti che siano; in secondo luogo insegna (dovrebbe insegnare) quanto sia delicato e complesso interpretarli correttamente. Questo vale per Omero e Virgilio come per Arbasino ed Eco, ma anche per le dichiarazioni di un ministro o per le memorie di una stella del cinema».10
Bibliografia
- V. Branca, La incompiuta seconda centuria dei Miscellanea di Angelo Poliziano, Firenze, Olschki, 1961.
- L. Canfora, Filologia e libertà : la più eversiva delle discipline, l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità, Milano, Mondadori, 2008.
- B. Cerquiglini, Éloge de La Variante: Histoire Critique de La Philologie, Parigi, Le Seuil, 1989.
- S. Cerullo, et al, Fictio, falso, fake. Sul buon uso della filologia, Milano, Ledizioni, 2022.
- P. Chiesa, Elementi di critica testuale, Bologna, Patron, 2012.
- P. Chiesa, Filologia mediolatina, «Prassi Ecdotiche della Modernità Letteraria», 2, 2017, pp. 435-439.
- G. Folena, Filologia e umanità, Vicenza, Neri Pozza, 1993.
- C. Lagomarsini, I filologi e le Fake News, IlPost.it, 04.01.2017.
- C. Lagomarsini, Wikipedia e la «tradizione aperta», Le Parole e le cose, 04.09.2012.
- M. Losacco, «Madre e maestra delle altre materie»: la filologia classica come scienza e metodo, «Methodologica» – Referato «Griseldaonline» 18, 2, 2019.
- P. Maninchedda, Perché lo stato dovrebbe ancora pagare gli stipendi ai professori universitari di filologia?, Firenze, Olschki, Belfagor, Vol. 66, No. 2, 2011, pp. 222-230.
- G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Milano, Mondadori, 1974.
- S. Pollock, Future Philology? The Fate of a Soft Science in a Hard World, «Critical Inquiry» Vol. 35, No. 4, 2009, pp. 931-961.
- A. Vàrvaro, Prima lezione di filologia, Roma Bari, GLF editori Laterza, 2012.
Note
- Bernard Cerquiglini, Éloge de La Variante: Histoire Critique de La Philologie, Parigi, Le Seuil, 1989, p. 73. «La filologia è un pensiero borghese, paternalista e igienista della famiglia, che ha a cuore la filiazione, dà la caccia all’adulterio e aborre la contaminazione. ↩︎
- Speranza Cerullo, et al, Fictio, falso, fake: sul buon uso della filologia, Milano, Ledizioni, 2022, p. 50. ↩︎
- Paolo Maninchedda, Perché lo stato dovrebbe ancora pagare gli stipendi ai professori universitari di filologia?, Firenze, Olschki, Belfagor, Vol. 66, No. 2, 2011, pp. 222-230, p. 223. ↩︎
- Paolo Chiesa, Filologia mediolatina, «Prassi Ecdotiche della Modernità Letteraria», 2, 2017, pp. 435-439, p. 438-439. ↩︎
- Claudio Lagomarsini, I filologi e le Fake News, IlPost.it, 04.01.2017, p. 12. ↩︎
- Paolo Chiesa, Filologia mediolatina, «Prassi Ecdotiche della Modernità Letteraria», 2, 2017, pp. 435-439, p. 439. ↩︎
- Vittore Branca, La incompiuta seconda centuria dei Miscellanea di Angelo Poliziano, Firenze, Olschki, 1961, p. 3. «Il secondo libro del De natura deorum di Cicerone si trova rovinato in ogni esemplare nuovo, ma pure negli antichi, non meno di quanto un tempo Ippolito sia stato fatto a pezzi dai cavalli impazziti; infine quel famoso Esculapio ha raccolto, risistemato e fatto tornare in vita le membra di questi, disperse dovunque» (traduzione a opera dell’autrice del testo, B. Scapin). ↩︎
- Giorgio Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Milano, Mondadori, 1974, p. 146. ↩︎
- Maninchedda, Perché lo stato dovrebbe ancora pagare gli stipendi ai professori universitari di filologia?, Firenze, Olschki, Belfagor, Vol. 66, No. 2, 2011, pp. 222-230, p. 223. ↩︎
- Alberto Vàrvaro, Prima lezione di filologia, Roma Bari, GLF editori Laterza, 2012, p. 142. ↩︎




Lascia un commento