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Mafie: sostantivo femminile plurale?

Se si pensa ai fenomeni mafiosi circoscritti all’area italiana, difficilmente ci si soffermerà sul ruolo delle donne all’interno delle attività illecite delle diverse mafie, se non nei termini di figure sottomesse al potere patriarcale dell’uomo. In effetti, l’attenzione sul tema è recente: si pensi al titolo del lavoro di Giovanna Fiume, Ci sono donne nella mafia?1, che pone la questione come domanda. Nel presente contributo, dunque, si vuole non tanto tracciare una panoramica sui dati relativi all’attività svolta da donne mafiose2, quanto porre l’accento su alcuni aspetti della
narrazione relativa al fenomeno.

In primo luogo, sembra rilevarsi un certo imbarazzo nell’ammettere che anche il sesso femminile può essere un elemento attivo dei fenomeni di mafia: anzi, l’espressione “donna mafiosa” appare quasi un ossimoro. Infatti, il femminile è tendenzialmente relegato alla dimensione del focolare domestico, dove è chiamato a esercitare il proprio ruolo di cura, senza alcuna possibilità o capacità di conoscere dinamiche esterne alla casa. È questa la direzione in cui si muovono alcuni ritratti di donne invischiate negli affari di mafia: proprio perché una madre, una moglie, una sorella non può per natura compiere azioni delittuose o esserne correa al compagno, viene lasciata sullo sfondo. Non a caso, i titoli di giornale sottolineano unicamente il legame maschile delle donne: non sono mai Antonietta Bagarella o Rosa Messina, bensì, rispettivamente, “la compagna di Salvatore Riina” o “la madre delle due giovani vittime della faida della borgata napoletana, Giuseppe e Paolino Roccobono”. Paradigmatico è il seguente passo:

La chiamano la vedova della mafia. Ebbe uccisi il figlio e il padre di suo figlio; decise di vendicarsi di tutto e di tutti e cominciò ad accusare senza pietà. Da quel giorno è diventata la testimone numero uno di una lunga serie di processi a carico di mafiosi. Ora è qui, che attende in uno stanzino nascosto dietro l’aula della Corte di assise di Viterbo: domani sarà a Perugia, poi a Palermo e il suo nome verrà fatto ancora, nei prossimi giorni, davanti alla suprema Corte di Cassazione che dovrà fissare la sede di un nuovo processo contro una banda di mafiosi. Due anni fa questa donna entrò in un’aula di giustizia, avvolta in uno scialle nero, mostrò alla Corte una fotografia del figlio ucciso e, in ginocchio, urlò che l’avrebbe vendicato, a costo della sua stessa vita.
Serafina Battaglia ha mantenuto la sua promessa3.

L’imputata è ricordata per nome solo nell’ultima riga, e la sua descrizione è incentrata unicamente sui tratti psicologici e comportamentali, all’insegna di uno spiccato patetismo. Questo perché «la donna non può essere mafiosa, lo dicono gli stessi boss, lo dicono le donne coinvolte, lo dice l’opinione pubblica, lo dicono polizia e magistratura»4. Il punto di vista, dunque, della madre di famiglia si rispecchia pure sull’atteggiamento tenuto dalle donne durante i processi: l’omertà, infatti, è un valore nella misura in cui corrisponde alla
protezione dei figli o del marito, nel rispetto della sacralità familiare di cui una moglie è responsabile. Pertanto, il loro ruolo è di attrici involontarie, che niente possono sapere di questioni da uomini:

Quelle donne, fra cui due nipoti del trafitto, appena s’avvidero che c’era da fare i testimoni, sollevarono i peli come l’istrice alla vista del cane e strepitavano il doppio a non volerne intendere, giuravano sui Vangeli che nulla sapevano, ciascuna era assente al momento del crimine, e a coro se la pigliavano col destino, coi mariti, coi querelanti, e finalmente contro l’anima stessa del morto per aver procacciato loro, colla dabbenaggine di farsi uccidere, tanto disturbo, tanto pericolo di dover testimoniare in giustizia5.

In questo passaggio si mostra una totale estraneità ai fatti da parte delle testimoni, che anzi provano vergogna per il fatto di doversi mostrare in un contesto pubblico, lontano dal loro presunto luogo naturale, quale la famiglia o la casa. Il dettaglio della fede religiosa, inoltre, inquadra perfettamente il femminile nella sfera della devozione a Dio, secondo il rigido schematismo patriarcale cui devono e vogliono soggiacere.

Nonostante la maschera finora delineata, esistono casi in cui la donna rappresenta una parte attiva nell’attività mafiosa: in questo caso, dunque, viene meno al paradigma della donna di casa, moglie fedele dedita unicamente all’educazione – secondo il codice d’onore – dei figli. Allora, la donna non è più donna: pur di non ammettere che pure il genere femminile può macchiarsi di tali reati, la vox populi rappresenta questi soggetti come «fallen women. Unruly women. Deviant women. Women who kill. They are dark creatures, dark characters who disturb and fascinate»6. Degli scherzi della natura, dunque. Le descrizioni riportate dalle testate giornalistiche, tra gli anni Settanta e Ottanta, di donne costrette a comparire dinanzi a un tribunale nell’ambito di processi per mafia, afferiscono a tale visione: si tratta di persone poco femminili, arcigne, streghe contemporanee. Si consideri a riguardo la seguente descrizione di Antonina Scira:

Ecco la mafiosa, personaggio nuovo per questo imprevedibile paese. […] Che Antonina Scira fosse una donna violenta, una attaccabrighe con i pantaloni sotto la gonna, un tipo dal quale era meglio stare alla larga, a Tusa lo sapevano anche i cani e i gatti. Nessuno l’amava, neppure il cognato che con lei ce l’ha a morte per una infamante accusa, e quando la si poteva scansare si tirava un gran sospiro di sollievo. Aveva una lingua lunga e se qualcuno non le andava a genio per un motivo o per l’altro il meno che potesse capitargli – mi dicono i vicini di casa della virago – era una sonora cascata di insulti feroci e pittoreschi. Sembra star bene, invece, con la gente peggiore del paese, con quelli che – più torti di lei – non hanno nulla da perdere e in un angolino della coscienza qualcosa da nascondere. […] In quegli ambienti arcaici, la sua sottana non costituiva un ostacolo per gli affari: tanto da lei c’era ben poco da sperare dal lato sessuale. Se un uomo le piaceva, se lo prendeva senza tanti complimenti e senza neanche dargli la minima illusione di aver compiuto una conquista: se non le piaceva non esisteva somma di danaro che le facesse mutar parere, e l’incauto
corteggiatore era costretto a fare marcia indietro con le pive nel sacco7.

“Il boss in gonnella” è caratterizzato da una femminilità assente, sostituita da una mascolinità spiccata che si unisce alla deformazione delle abitudini sessuali: la donna appare una predatrice, attributo, invece, ammissibile e anzi lodevole per un uomo. Il soggetto è quindi un monstrum, che incarna un paradigma maschile pur in un corpo femminile.

Alla stessa conclusione si può giungere leggendo il seguente ritratto di Maria Genova:

Me ne avevano parlato, prima che la vedessi, come di una donna terribile, che si aggira di notte, vestita da uomo, nei pressi di casa Ferrante, che è alla periferia del paese. Anni addietro – mi hanno pure raccontato – chiamata in caserma per essere interrogata in merito a non so quale reato, riusciva a sottrarsi ai carabinieri lanciandosi dalla terrazza alta dieci metri. È di grande statura, tutta vestita a nero come le altre donne. Il suo volto magro ravvivato da due chiazze rosse sugli zigomi, è come consumato da una febbre perenne; il suo sguardo è penetrante, inquieto, tagliente. Un non so che di indomito e una certa
affascinante barbarica nobiltà spira da tutta la sua persona. Nella guerra con i Ferrante ha perduto un fratello e tre nipoti. Parla di questi suoi morti con grande orgoglio e con poca pietà8.

In conclusione, l’articolo si propone di mettere in luce alcuni elementi topici della rappresentazione femminile nello specifico contesto delle mafie: emergono, infatti, chiare dinamiche patriarcali sia nel primo modello sia nel secondo. La donna che afferma di non essere a conoscenza delle azioni del marito o della famiglia rappresenta in toto il potere femminile recluso unicamente entro le sole mura domestiche, mentre la belva, proprio perché straordinario elemento operoso nelle questioni mafiose, non è una donna, ma anzi rispecchia tratti comportamentali prettamente maschili. Questo, forse, appare il dato più interessante: non emancipata in qualità di parte attiva dell’usus mafioso, né coraggiosa per essere venuta meno al ruolo sociale prestabilito, bensì scherzo della natura.

  1. in “Meridiana”, 7-8, 1990, pp. 293-302 ↩︎
  2. A riguardo, invece, si vedano i seguenti lavori: Gemma Marotta, La criminalità femminile in Italia. Caratteri quantitativi e aspetti qualitativi, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 1987; Renate Siebert, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994; Teresa Principato, Alessandra Dino, Mafia donna. Le vestali del sacro e dell’onore, Flaccovio, Palermo, 1997. ↩︎
  3. De Toni 2012, p. 19. ↩︎
  4. Ibidem, p. 120. ↩︎
  5. Ibidem, p. 92. ↩︎
  6. Burfoot – Lord 2006, p. 3. ↩︎
  7. De Toni 2012, p. 45. ↩︎
  8. Ibidem, p. 30. ↩︎

BIBLIOGRAFIA

Annette Burfoot, Susan Lord, Killing Women. The visual culture of gender and violence, Wilfried Laurier University Press, Waterloo, 2006.

Alice De Toni, Dolentissime donne : la rappresentazione giornalistica delle donne di mafia, CLUEB, Bologna 2012.

Gemma Marotta, La criminalità femminile in Italia. Caratteri quantitativi e aspetti qualitativi, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 1987.

Renate Siebert, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994.

Teresa Principato, Alessandra Dino, Mafia donna. Le vestali del sacro e dell’onore, Flaccovio, Palermo, 1997.

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