di Eva Pavanello
La biblioteca di Port Talbot, santuario di silenzio e polvere, era una tra le più antiche e fornite della zona. I suoi scaffali, carichi di volumi consunti, attiravano studiosi e ricercatori da ogni angolo del Galles, anime curiose che speravano di scovare in quelle pagine ingiallite frammenti di verità dimenticate.
L’edificio era situato accanto alla St. Hilary’s School, e non era raro che gruppi di studenti vi fossero inviati per partecipare ad alcuni progetti o per accumulare crediti extra, al fine di ottenere le famigerate borse di studio annuali.
Charles Rowlands era uno di loro. Per quanto non amasse leggere, la biblioteca era stata la sua prima scelta per due motivazioni: non avrebbe dovuto interagire con molte persone e gli avrebbe permesso di stare lontano dagli allenamenti di baseball per almeno due mesi.
Quel giorno, l’afflusso di visitatori era insolitamente scarso, tanto che le persone che occupavano i grandi tavoli di mogano si potevano contare sulle dita di una mano.
Charles, come di consueto, sedeva alla scrivania della segreteria, occupandosi delle mansioni del bibliotecario mentre cercava di svolgere qualche saggio accademico, quando il suono del campanello della porta d’ingresso lo distolse dai suoi pensieri.
La biblioteca avrebbe chiuso di lì a poco; entrare a quell’ora per studiare non sarebbe stata una mossa molto geniale. O almeno era quello che Charles pensava.
Un giovane fece la sua comparsa e gli occhi di Charles si posarono su di lui. Era abbastanza alto, con i capelli impomatati e una cartella di pelle che gli pendeva dalla spalla. Ma ciò che catturò davvero la sua attenzione fu l’abbigliamento: pareva, infatti, uscito da un dagherrotipo.1
Indossava una camicia di cotone candido, con colletto alto e rigido, che gli accarezzava il collo come fosse un’armatura di protocollo Edoardiano,2 ricreata con una cura talmente maniacale da sembrare frutto di una macchina del tempo.
Sotto una giacca di tweed dal taglio sartoriale, un blazer a quadri classico, ben strutturato sulle spalle, spuntava un gilet dalle tonalità scure, perfettamente aderente, con bottoni antichi e punte arrotondate che ne celavano la fastosa sobrietà.
I pantaloni, abbinati, erano di lana pesante: dritti e scuri, con taglio regolare e risvolto moderato.
Charles non poté che rimanere a bocca aperta davanti alla sua figura, chiedendosi se fosse vittima di un’allucinazione dovuta al troppo studio, o di un sogno incredibilmente realistico.
Il ragazzo non lo degnò nemmeno di uno sguardo e si accomodò all’ultimo tavolo, nell’angolo più remoto della sala, con una grazia che pareva studiata, quasi rituale.
Accavallò le gambe con lentezza, aprendo la cartella di pelle con gesti misurati, ogni movimento dettato da un codice d’altri tempi. Ne estrasse un tomo imponente, le cui pagine si dispiegarono sotto le sue mani sottili, che sembravano quasi prive di calore, scolpite nella cera.
La luce del tramonto, filtrando dalle alte finestre, non lo illuminava, ma lo attraversava, come se il corpo non fosse che un fragile involucro di porcellana.
La pelle rifletteva il bagliore con una trasparenza inquietante, tanto che Charles ebbe l’impressione che un soffio d’aria potesse frantumarla.
Charles si guardò attorno per capire se anche le altre persone presenti avessero notato la figura, ma nessuno sembrava prestare attenzione a quel silenzioso ragazzo, anzi, sembravano più interessati a radunare i loro averi e dirigersi verso l’uscita.
I minuti trascorsero lentamente. Solo quando fu il momento di chiudere Charles si accorse che il ragazzo non si era ancora mosso dalla sua posizione e all’apparenza non sembrava nemmeno avesse intenzione di farlo presto.
Si mosse in punta di piedi, temendo di spaventarlo.
«Scusa,» disse con voce gentile, «suppongo che magari stai preparando un progetto importante, ma devo chiudere adesso.»
Il ragazzo parve destarsi di colpo, come se quelle parole lo avessero strappato da un sogno ad occhi aperti. Sollevò la testa con un movimento brusco, e i suoi occhi verdi incontrarono quelli di Charles. Erano occhi strani, profondi e velati di angoscia.
La bocca si aprì e si chiuse due volte, prima che riuscisse a parlare. Quando lo fece, la voce era bassa, impeccabile, ma timorosa.
«Mi scuso profondamente, signore. Non credevo fosse già giunta l’ora della chiusura. Tolgo subito il disturbo.»
Charles rimase interdetto. Quel modo di parlare, così formale e distante dalle abitudini dei ragazzi della sua età, lo colpì.
«Non c’è problema,» rispose, cercando di mascherare la curiosità. «Prenditi il tempo che ti serve.»
Il giovane chinò il capo in un gesto di cortesia, poi iniziò a riporre i suoi appunti con lentezza. Le mani scorrevano sulle pagine come se temesse di ferirle.
Charles, nell’attesa, notò il logo della sua stessa scuola, la St. Hilary’s School, sulla giacca del ragazzo, e la sua curiosità ebbe la meglio su di lui.
«Non sapevo frequentassi la St. Hilary’s. Non ti ho mai visto nei corridoi.» Il visitatore, non aspettandosi che la conversazione si protraesse oltre l’invito a liberare il tavolo, si pietrificò, fissando il vuoto per un paio di secondi prima di rispondere con voce appena percettibile: «Non la frequento più da tempo.»
Un silenzio pesante calò tra loro e lo sconosciuto abbassò lo sguardo, come se pronunciare quelle parole gli fosse costato uno sforzo immenso.
«Ora, mi perdoni,» aggiunse, con un tono che oscillava tra la cortesia e l’urgenza, «ma devo proprio andare. Le ho già sottratto più tempo del necessario.»
Senza attendere replica, chiuse la cartella e si allontanò verso l’uscita. Charles lo seguì con lo sguardo, immobile, mentre il campanello della porta suonava un’ultima volta. Poi, il silenzio tornò a regnare.
Quando fu il momento di prendere le chiavi ed uscire, Charles avvertì un pensiero insinuarsi nella sua mente con la stessa ostinazione di un tarlo che scava nel legno, un pensiero che non riusciva a scacciare nonostante il desiderio di lasciarsi alle spalle quella stanza soffocante: se lo sconosciuto aveva detto di aver frequentato la sua scuola non molto tempo prima, allora il suo volto doveva essere impresso in uno degli annuari scolastici, nascosto tra le pagine ingiallite che custodivano i ricordi di generazioni passate. Quell’idea, apparentemente banale, si trasformò in un’ossessione improvvisa da cui non riusciva a liberarsi.
Si mosse verso lo scaffale e le sue mani, tremanti per la tensione, iniziarono a scorrere sui dorsi degli annuari, aprendo uno dopo l’altro quei volumi impregnati di polvere e di un odore acre che gli riempiva le narici.
Consultò diversi registri, alla ricerca di quel volto, ma non trovò nulla, e ogni assenza era come un vuoto che si allargava dentro di lui, un silenzio che diventava più pesante, più minaccioso, fino a fargli pensare che forse il ragazzo aveva mentito, che quella giacca apparteneva a qualcun altro, e che la sua risposta era stata solo un modo per liberarsi di lui, ma anche questa spiegazione non bastava a placare la sensazione che qualcosa non tornasse.
Quando decise di rimettere l’ultimo annuario al suo posto, salì sulla scala a pioli, ma un piede scivolò sul gradino e d’impulso si aggrappò allo scaffale accanto. Fece tremare la struttura e provocò la caduta di diversi volumi, che si schiantarono sul pavimento con un tonfo sordo, sollevando una nuvola di polvere che gli graffiò la gola e gli fece pizzicare il naso, mentre il cuore gli martellava nel petto come se volesse sfondare le costole.
Si chinò per raccogliere i libri, rimettendoli al loro posto uno dopo l’altro, con gesti rapidi e irritati, finché non arrivò a quello che si era aperto a pancia in giù. Lo sollevò con cura, iniziando a lisciare le pieghe con i palmi, cercando di ridare ordine al tutto.
Quando arrivò alle ultime due facciate, il suo sguardo si fermò, inchiodato su una foto di gruppo in bianco e nero: tra quei volti anonimi uno lo colpì. Il respiro gli si mozzò, mentre le mani tremavano sempre di più, sfogliando le pagine successive con la disperazione di chi sa che sta per scoprire qualcosa che non dovrebbe sapere, finché non trovò ciò che stava cercando. In quell’istante il mondo sembrò fermarsi, il silenzio diventò assoluto, e il gelo gli scivolò lungo la schiena come un artiglio invisibile.
La piccola foto a lato raffigurava proprio il ragazzo che aveva visto pochi istanti prima, lo stesso sguardo, la stessa piega delle labbra. Ma quello che c’era scritto accanto lo paralizzò, perché le lettere nere erano lì, nette e inconfutabili, e riportavano:
Nome: Edwin
Cognome: Payn
Anno di nascita: 4 maggio 1901
Scuola frequentata: Collegio maschile di St. Hilary
Data di morte: 7 novembre 1916
Causa: Volere di Dio
Ulteriori annotazioni:
Nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1916, si sono diffuse voci circa un episodio di natura insolita che avrebbe coinvolto il giovane Edwin Payn. Secondo alcune testimonianze, egli sarebbe stato condotto nelle cantine da un gruppo di compagni, in circostanze che, sebbene non conformi alle consuetudini, paiono riconducibili a un fervore giovanile spinto oltre misura. Taluni hanno persino suggerito che l’intento fosse quello di dar corso a un rituale di carattere satanico, ipotesi che non ha trovato riscontro nelle verifiche effettuate. Durante il tragitto, si riferisce che sia stata ripetuta più volte la parola “Mary-Ann”,3 locuzione che, per quanto non improntata alla più alta urbanità, sembra riflettere certe consuetudini di spirito goliardico e, forse, un intento di scherno non privo di asprezza.
Nonostante le indagini interne, il corpo del signorino Payn non è stato rinvenuto né nei sotterranei né in altre aree dell’Istituto. Sono stati ritrovati soltanto alcuni oggetti di scarsa rilevanza: corde usurate e un panno bianco, macchiato di sostanze non meglio identificate. Gli studenti menzionati hanno negato ogni addebito e, in assenza di elementi probanti, sono stati reintegrati con piena fiducia.
La famiglia, con la dovuta sollecitudine, dichiarò di non desiderare né ulteriori indagini né il ritrovamento del corpo.
Alla luce di tale posizione, il caso è stato archiviato, evitando clamori che avrebbero potuto nuocere all’onorabilità dell’Istituto e alla memoria di chi vi appartiene.
Charles lasciò cadere il libro. Il cuore gli martellava nelle tempie, mentre il sangue gli si gelava nelle vene, e i suoi occhi correvano sulle righe: il nome, la data di nascita, la data di morte… tutto era lì, immobile e inconfutabile. Edwin Payn, morto nel 1916, eppure lui lo aveva visto, lo aveva ascoltato, lo aveva sfiorato con lo sguardo come si sfiora una presenza viva, e quella certezza lo colpì, terrorizzandolo.
Un brivido gli percorse la schiena mentre si voltava verso la porta, deciso a uscire, ma il campanello d’ingresso emise con un suono limpido e cristallino, propagandosi come un’eco innaturale che sembrava provenire da un luogo senza tempo; Charles si immobilizzò, poiché la porta era chiusa, non si era mossa, e tuttavia il tintinnio era reale.
Lentamente, con il respiro spezzato, si girò, e ciò che vide lo inchiodò al pavimento: il giovane era lì, in piedi, a pochi metri da lui, la pelle diafana come cera, gli occhi verdi fissi su di lui con la rigidità di lame di vetro, e le luci delle lampade tremolavano proiettando sagome contorte sulle pareti, ma attorno a Edwin non vi era ombra.
Charles sentì le parole giungere con calma glaciale, e ogni sillaba gli si insinuava nelle ossa come un presagio: «Non avreste dovuto cercare quel nome.»
Charles sentì la gola serrarsi. «Perché?»
Un silenzio gravò tra loro, poi la voce tornò, composta ma intrisa di un rancore che il tempo non aveva dissolto: «Perché ora sapete. E chi conosce la verità non trova pace.»
Charles fece un passo indietro, il fiato corto. «Chi erano? Chi vi ha fatto questo?»
Il giovane abbassò lo sguardo, e la risposta fu un sussurro che tradiva un tormento profondo: «I miei compagni di classe. Mi disprezzavano per ciò che ero. Mi chiamavano Mary-Ann, un insulto ignobile, riservato a chi non si conformava alle loro regole, a chi era diverso. Mi odiavano per tale ragione.»
La voce si incrinò, pur mantenendo una certa solennità: «Mi trascinarono giù, nelle cantine, ridendo. Dicevano che dovevo imparare a essere come loro. Non vi fu gioco, né goliardia. Solo crudeltà. E quando le luci si spensero… io non tornai mai.»
Charles fece un passo indietro, urtando lo scaffale, e i libri caddero di nuovo, ma il suono parve ovattato, come se l’aria stessa si fosse fatta densa, e il mondo intorno a lui non fosse che un involucro fragile pronto a sgretolarsi.
Il giovane inclinò appena il capo e il suo sguardo si abbassò, avvolto da un tormento che non apparteneva più alla vita; e allora Charles comprese, senza bisogno di domande, che quella figura non era un’apparizione casuale, ma il residuo di un’ingiustizia che non aveva mai trovato pace. Edwin non poteva partire, non poteva dimenticare.
Un silenzio irreale calò nella sala, le luci tremolarono e poi si spensero, e Charles sentì un mormorio crescere dalle pareti, dai libri, dall’aria stessa, un coro di voci spezzate che ripetevano ossessivamente: «Mary-Ann… Mary-Ann… Mary-Ann…»
Edwin sollevò lo sguardo, e nei suoi occhi brillò un dolore straziante e profondo, e il suo sorriso, fragile come nebbia, si dissolse mentre ogni bagliore svaniva, lasciando Charles immerso nel buio.
Quando la luce tornò, la biblioteca era vuota. Tra i volumi sparsi sul pavimento, lo sguardo di Charles si fermò sull’annuario, aperto sulla pagina che recava il nome di Edwin Payn, e accanto una macchia scura si stava allargando lentamente, come lacrime che il tempo non gli aveva mai permesso di versare.
Note:
In foto: Boy staring at an apparition, Francisco Goya.
- Dagherrotipo: immagine fotografica antica ottenuta tramite processo chimico sviluppato da Louis Daguerre nel 1839. Realizzata su una lastra di rame argentato, è caratterizzata da un’immagine unica, nitida e non riproducibile, custodita spesso sotto vetro e impressa da una luce riflessa simile a uno specchio 12. ↩︎
- Protocollo Edoardiano: l’insieme di norme sociali e comportamentali che regolavano l’abbigliamento e le buone maniere durante il regno di Edoardo VII (1901‐1910). Imponeva un’eleganza rigida e formale, cura estrema dell’abbigliamento (colletti perfettamente inamidati, giacche sartoriali) e un rigido rispetto gerarchico tramite i vestiti. ↩︎
- Mary‐Ann: nel tardo XIX-inizio XX secolo, nei contesti urbani inglesi ed edoardiani, era usato come insulto omofobo per descrivere uomini effeminati o omosessuali. Le cronache di strada e la letteratura gay dell’epoca ne documentano l’uso sprezzante: ad esempio, Green’s Dictionary of Slang riporta testimonianze dal 1868 (Londra, Parigi) in cui i ragazzi venivano chiamati Mary‐Anns come offesa, e testi come The Sins of the Cities of the Plain (1881) spiegano Mary‐Ann come sinonimo di prostituta maschile. ↩︎

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