di Lara Stradiotto
Nel rileggere X Agosto di Giovanni Pascoli durante il 15 marzo, giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, non intendo forzare il testo in un’allegoria arbitraria, né proporre un’analisi psicanalitica della poesia. Non pretendo di riscrivere l’intento del poeta. Piuttosto, scelgo consapevolmente di
attraversarlo con uno sguardo ulteriore, più personale.
Senza negare la lettura tradizionale del lutto e dell’ingiustizia, vi intravedo una costellazione simbolica capace di illuminare un’altra forma di dolore, più silenziosa e contemporanea.
Questa è una riflessione soggettiva che accosta il dramma pascoliano alla clinica del vuoto e che tenta di pensare, attraverso la poesia, la ferita della fame che non viene saziata.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla arde e cade,
perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Vi è, nella notte di San Lorenzo evocata da Giovanni Pascoli, un pianto cosmico che non si limita a fendere il cielo, ma lo incrina.
Le stelle non cadono, si distaccano, si spengono nel loro stesso ardere, precipitano come lacrime incandescenti di una trascendenza che assiste impotente ad un gesto di auto-consunzione.
L’atomo è la Terra, la piccolezza rispetto al chiarore remoto degli astri, ma è anche, secondo questo gioco ermeneutico, il corpo ridotto a particella, a cifra, a numero da sottrarre. È l’identità che si contrae fino a diventare nucleo opaco, sottratto alla luce del legame. È la messa in scena di un desiderio di sparire, di un’aspirazione a diventare invisibili nel momento stesso in cui si brilla.
L’ardere e il cadere delle stelle coincidono, come coincidenti sono l’ideale di leggerezza e la gravità della distruzione.
La notte pascoliana diventa allora metafora di una clinica del vuoto: un universo che piange mentre assiste alla progressiva rarefazione di un corpo che, nel tentativo di sottrarsi al dolore, finisce per identificarsi con la sua opacità. Non è la magrezza l’obiettivo, ma l’evaporazione; non è la forma, ma l’assenza.
La rondine ritorna al tetto. Nel becco reca un insetto: un frammento minimo di vita destinato a farsi nutrimento. E tuttavia cade, trafitta, «come in croce», mentre tende quel verme ad un cielo lontano. Il gesto resta incompiuto, il cibo non giunge ai piccoli che attendono nell’ombra.
Non è il nutrimento ad essere rifiutato, ma la possibilità stessa del legame che esso implica.
Nutrire significa riconoscere la dipendenza, accettare che la vita non si fonda sull’autosufficienza, ma sull’alterità. L’anoressia, se interrogata nella sua struttura più profonda, non si lascia comprendere soltanto come rapporto patologico con il cibo o con l’immagine corporea: essa è, innanzitutto, un dramma dell’estraneità. Il rifiuto del nutrimento non è mai un gesto puramente fisiologico, è un atto simbolico che si inscrive nel campo della relazione. Mangiare significa accogliere ciò che proviene dall’altro, lasciarsi attraversare da qualcosa che non coincide con il proprio controllo. Il cibo entra nel corpo, lo modifica, lo espone alla trasformazione.
Nell’anoressia tutto questo è una minaccia. Non si tratta solamente di paura dell’aumento di peso, ma di angoscia rispetto all’intrusione.
Il nutrimento viene reinterpretato come imposizione. Rifiutarlo significa tentare di ripristinare un confine assoluto, una sovranità sul proprio corpo che escluda ogni dipendenza.
L’alterità si costituisce, fin dall’origine, come condizione della vita: il neonato sopravvive perché un’altra lo nutre, lo guarda, lo riconosce. In questa dipendenza primaria si gioca la possibilità stessa dell’identità del singolo. Il paradosso è che, nel rifiutare l’altro, chi soffre di anoressia resta interamente catturato dal suo sguardo. L’alterità non viene eliminata, ma interiorizzata come istanza impositiva.
Tuttavia, chi crede che la magrezza sia il solo scopo dell’anoressia confonde il segno con la conseguenza. L’assenza di carne non è un trofeo, bensì un linguaggio.
Un linguaggio che però non riesce a comunicare. Alla domanda: «Perché vuoi essere magra?» segue il silenzio, od una risposta che talvolta non persuade nemmeno chi la pronuncia. Non vi è compiacimento nell’essere lodati per un miglioramento corporeo: ogni commento è un tradimento, poiché migliorare significa apparire ed apparire significa fallire nel compito più segreto: quello di scomparire.
Intanto, il nido, quella «cellula di caldo conforto», attende. I rondinini pigolano sempre più piano: è la voce dell’istinto che si affievolisce, è la domanda elementare del corpo che viene ridotta al silenzio.
Questa attenuazione non è assenza di bisogno, ma la sua radicalizzazione. Ritirarsi nel silenzio è un segnale d’aiuto: non lo si fa perché non si abbia più nulla da dire, ma perché parlare peserebbe troppo. Il bisogno, non potendo essere riconosciuto senza minacciare l’ideale di autosufficienza, viene convertito in controllo.
E come nel nido pascoliano l’attesa si fa sempre più fievole, così il contatto razionale con la propria fame, fisica ed emotiva, si attenua fino quasi a spegnersi. Ma ciò che si volatilizza non è soltanto l’appetito: è la fiducia nel legame.
Chi soffre di anoressia nervosa si orienta verso la sparizione. A volte lambisce l’idea della morte. Ma questo movimento non coincide sempre con un rifiuto della vita: è piuttosto un modo estremo di trattarla, di stringerla fino quasi a spegnerla. Nella sua persona convive un impulso a ridursi ed una domanda bruciante di intensità. Non vuole semplicemente non essere, vuole sottrarsi ad una modalità di esistenza che sente ingestibile, estranea, opaca.
Il corpo, come la rondine colpita in volo, conosce un istante di vertigine prima della caduta. Che cosa accade in quell’attimo? C’è un riflesso cieco, un irrigidirsi, come se le ali potessero ancora sostenersi su ciò che non offre appiglio. Ma l’aria non trattiene.
Il corpo sa di cadere prima che la mente lo ammetta.
Il digiuno non è semplice rifiuto, è un atto di definizione. Attraverso la privazione il soggetto tenta di darsi contorno, di delimitarsi. È un gesto che incide sul corpo modificandone la percezione, alterando il modo in cui la vita vi circola. Non si raggiunge mai l’immagine ideale, ma una soglia diversa del sentire. Riducendo il nutrimento, si modifica il rapporto con il tempo, con la fatica, con l’emozione. Il corpo che si assottiglia non è soltanto un corpo che scompare: è un corpo che cambia stato, che entra in una zona di sospensione.
La fame non è cancellata.
Si può desiderare di sparire e, nello stesso tempo, aggrapparsi a quella tensione come prova di essere ancora vivi.
«Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero»
Tornare al nido significa avvicinarsi alla propria materia, sentirne il peso, percepirne il limite, riconoscere ogni fibra come propria, ogni battito come testimonianza della vita in atto. L’uccisione interrompe questo gesto: non solo il movimento si spezza, ma il corpo stesso diventa luogo inabitabile. Non è più dimora, è una stanza estranea e vuota, uno spazio che respinge chi lo abita.
Le due bambole possono essere considerate come figure emblematiche del corpo sdoppiato, terreno di conflitto tra ciò che è realmente e ciò che appare distorto ed estraneo a chi lo abita, che nega ogni familiarità. Il corpo vissuto è alieno, percepito come intrusivo, inaccettabile, fonte di disgusto; il corpo reale sembra appartenere ad un altro, come se fosse prigioniero di leggi incomprensibili.
Il gesto dell’additare «le bambole al cielo lontano» lo traduce simbolicamente: quello che dovrebbe essere integrato, riconosciuto, accettato, rimane sospeso, separato, idealizzato, distante dalla carne che lo abita. Il corpo reale e l’immagine del corpo si guardano, si riconoscono come estranei.
In questa frattura, il soggetto non è sempre disconnesso dal proprio corpo: ne è ossessivamente consapevole, ma il riconoscimento è sempre filtrato dal giudizio interno, dalla colpa originaria («Perdono» al verso quattordicesimo), dalla paura di perdere il controllo.
Il mondo esterno è animato dalla violenza, è rischioso. Ogni sguardo, ogni parola, ogni contesto sociale, ogni offerta di cibo sono percepiti come perturbazione. La fuga verso l’interiorità si offre come unico rifugio.
Paradossalmente, nell’anoressia, chiudendosi in se stessi ci si assottiglia, ci si fa quasi trasparenti e ci si distacca: si finisce per rifiutare la legge della carne, così vicina e insistente, aspirando al cielo e tentando di negare l’atomo opaco che si è.
Straziati, si è spinti a ricercare la morte, affamandosi di vita.
Il 15 marzo, nel segno del fiocchetto lilla, non si celebra una vittoria estetica, né una disciplina del corpo: ricordiamo la rondine ed il suo gesto interrotto. Ricordiamo che ogni essere umano, anche quando ricerca la libertà nella catena, conserva nel becco un frammento di vita da offrire.
Bibliografia
G. Pascoli, X Agosto, in G. Lavezzi (a cura di), Myricae, Milano, BUR Rizzoli, 2015.

Lascia un commento