di Francesco Spiandore
Piccoli circuiti s’affannano,
ligi
conduttori senza stanchezza (sembra
così alla macchina e così agli occhi loro)
che senza sosta bevono corrente
e mastican bits al comodo di quella
digitante mano pigra e vagamente
cosciente (se non per l’urlare a lei fioco
delle ventole) del lavoro che impone.
Affamati di corrente,
corrono
e si guardano alle spalle solo per
vedere chi e quanto stia dietro
(sia mai prenda il loro!), a sprone perpetuo.
Piccoli circuiti ci credono,
quando
raccontano del merito (logica
(pare) dominante la macchina),
esistere va guadagnato: e chi più suda
più ne avrà, e chi ha poco sudi di più, suvvia!
Sudditi dell’elettrico flusso, piegatevi
a ciò che vi giustifica, senza timori (ci sarà
sempre chi sta peggio di voi).
Da bravi, ci provano
ben sapendo
di calpestare (eppure è facile da non pensare)
attorno a sé e pure sé stessi. (Tacciamo
del calore che, versato nella stanza,
la rende pian piano invivibile)
Piccoli circuiti si bruciano
inevitabilmente.
Per cosa? Non una lode, un memento,
riconoscenza o vago affetto (ma chi di noi
apre un PC per guardare con dolcezza
quelle reti di plastica e rame?),
quanto fastidio per l’intoppo subìto:
la scheda si butta e poi un’altra
sarà spinta al limite e un’altra
seguirà, in un ripetersi a
cascata di piccoli sacrifici inutili.
Pezzi e poco altro
agli occhi
di chi digita, unica la preoccupazione:
che tutto funzioni senza che il lavoro sia
interrotto.
Piccoli circuiti si ignorano,
non considerando
che un transistor bruciacchiato
sia un danno di tutto l’insieme (perché
gareggiare, perché primeggiare, perché
accettare di consumarsi a profitto altrui?)
o che un condensatore avvitato sghembo
sia forse giusto aiutarlo a raddrizzarsi
(Solo che le PCB peccan d’occhi per
poter esprimere lungimiranza).
Che colpa ne hanno?
Così è, dalla loro formazione, schemi in schede:
macchine fanno altre macchine che macchine faranno: questa è la loro
forma, altre forme non contemplano.
Piccoli circuiti si dovrebbero
interrogare però
sulla discarica: è così male esistere senza
corollari? O riciclarsi in forme distanti da ciò
che impongon loro le stampanti?
E se si oppon che un circuito è artefatto umano:
in fondo l’uman stesso è fatto di mano umana.
Mi permetto di lasciare a lettrici e lettori una nota al testo, senza la pretesa di spiegarlo o giustificarlo nella sua interezza (non voglio togliere a nessuno il gusto di esplorarselo), ma ritengo sia necessario un primer per approcciarsi ad esso il meglio possibile.
L’idea per questa poesia è nata nel fermarmi a osservare la locandina di un contest poetico che mirava a celebrare l’imperfezione come espressione di sé e a decostruire la retorica dell’eccellenza e della competizione, mire che condivido da molto e con convinzione, rendendone poi spontaneo lo sviluppo.
E dunque per rappresentare questi due poli ho dedicato l’argomento della poesia alla decostruzione, mediante un’allegoria, mentre alla forma è toccata l’imperfezione. Credo che già a una prima lettura la cosa in qualche modo salti all’occhio, ma ritengo la mia idea essere un po’ meno superficiale del semplice scrivere male (anche se il risultato, forse, è lo stesso), ed è qui che giunge in aiuto a chi legge questo intervento autoriale: ciò che propongo non è un testo perfezionato, quanto l’esito di un processo di stesura interrottosi prima dell’interminabile (e, francamente, logorante) labor limae. In parole povere, è uno spaccato di come scrivo un testo poetico, a partire da una prima strofa con un suo metro, che via via va disgregandosi a causa del fastidio del sottoscritto nel dover sottostare a uno schema ostacolante l’espressione di ciò che voglio dire (e inoltre, i dinamismi in poesia mi intrigano assai). Ciò che resiste è la macrostruttura, più facile da rispettare e più pregna di significato, almeno per il mio modo di scrivere.
Concludendo, avete appena letto una poesia che racconta chi sono come poeta e come persona, fermando un meccanismo di ricerca della perfezione estetica che troppo spesso soffoca il pensiero. Aggiungo anche che il tema mi sta davvero molto a cuore e mi è stato perciò facile giustificare il ‘sacrificio’ formale, in favore della chiarezza di un messaggio ‘civile’.1
Non posso infine che ringraziarvi per avermi ascoltato e seguito nel mostrarvi un’opera cui, in fondo, sono molto affezionato e augurarmi che tutto ciò vi sia interessato, almeno un pochetto.2
Note:
PBC (Printed Circuit Board): circuito stampato sul quale vengono montati i componenti elettronici. Urge un mea culpa: ciò cui qui faccio riferimento sarebbe più correttamente una PCBA (Printed Circuit Board Assembly, ossia il circuito coi componenti montati), ma confesso di preferire la sonorità di ‘PCB’ e, al momento di scrivere, non ci avevo proprio pensato.
- Allora perché ammantarlo di un’allegoria, per quanto semanticamente ‘imperfetta’ e trasparente? Per vezzo soprattutto, ma sono anche nondimeno convinto del valore conoscitivo dei processi metaforici. ↩︎
- E se vi andasse di condividere i vostri pensieri con me, contattatemi pure su Instagram: @e.cas.la.lebre.ab.lo.bueu. ↩︎

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