Il Roman d’Énéas è un poema anonimo in octosyllabes in rima baciata, che rielabora in antico francese le vicende narrate da Virgilio nell’Eneide. Nell’opera in volgare, la storia di Enea è modulata attraverso una serie di processi che ne trasformano forma e contenuti: l’espansione della narrazione, il passaggio dalla retorica classica a quella medievale, la cortesizzazione e la cristianizzazione.1 In un primo momento, una critica ancora ben salda alla poesia classica latina ha considerato tali cambiamenti come fraintendimenti e distorsioni del modello virgiliano. Progressivamente, è emerso che il divario tra il testo antico e la sua riproposizione medievale non sono il frutto di un anacronismo ingenuo, ma l’esito di un intervento deliberato e consapevole, volto ad adattare la materia antica al nuovo contesto culturale.2 In questa prospettiva, le tematiche antiche non sono meri elementi da riprodurre o destinati alla banalizzazione, ma materiali da rielaborare in modo creativo, così da essere adeguati alle potenzialità espressive delle nuove lingue volgari e alle esigenze di una società feudale-cortigiana.3
Il presente articolo è il secondo di una triade che si propone di evidenziare come la materia classica sia stata plasmata dalla mente di uno scrittore medievale. Esempio significativo di questo processo di reinvenzione è il personaggio di Camilla/Camille. L’analisi che segue si concentrerà sulla seconda apparizione di Camille, nel campo di battaglia; la precedente riguarda la sua prima apparizione, in veste di regina in parata (clicca qui), mentre la successiva tratterà la scena tragica della morte.
Seconda apparizione: Camille guerriera
Talmente straordinaria è la figura di Camille che l’autore medievale le riserva una seconda presentazione: dopo quella in veste regale, segue infatti quella in abiti guerrieri (vv. 6823-6850). Camille appare ora alla testa di tremila cavalieri, con un mantello di ermellino bordato di color cremisi, una lancia, uno scudo d’avorio e un elmo scintillante. Pur essendo già stata ampiamente presentata al lettore, il cambio d’abito giustifica una nuova descrizione, a conferma dell’attenzione che si vuole dedicare al personaggio.
Tuttavia, il trattamento che è riservato all’armatura di Camille non è paragonabile alla minuziosità con cui è stato scritto il suo ritratto precedente né a quello dedicato agli eroi di sesso maschile, le cui corazze sono descritte in modo da metterne in evidenza le ricche decorazioni e le pietre preziose che le adornano. Si può pertanto ipotizzare che tali pietre non costituiscano un semplice dettaglio ornamentale.4 Nella logica narrativa del Roman d’Énéas, sarà proprio il desiderio di impossessarsi di un elmo particolarmente splendente a condurre Camille alla morte, ed è proprio la mancanza di sfarzo nella propria armatura a rendere plausibile che quel luccichio eserciti su di lei un’attrazione fatale. In una prospettiva di genere, è poi significativo che l’autore scelga di concentrare l’attenzione non sull’equipaggiamento militare della guerriera, ma sull’abito regale e sessualizzato che ella indossa durante la parata.
Nell’Eneide, Camilla giunge al campo nel momento in cui Turno ha appena terminato di armarsi per la battaglia, e gli rivolge con decisione, ma anche arroganza, la richiesta di essere la prima ad affrontare i nemici. La scena è significativa perché mette in luce l’autorevolezza della guerriera: non solo Turno accetta la proposta, ma le offre il privilegio di condividere il comando militare, e nessuno tra gli altri combattenti disapprova tale decisione. Nel Roman d’Énéas, invece, Camille attende l’arrivo di Turnus5 nel campo e, quando egli finalmente giunge, lo rimprovera (vv. 6851-6894): sostiene che, se fosse arrivato prima, avrebbero già ucciso trecento nemici; mentre, a causa del ritardo, erano rimasti l’intera giornata ad aspettarlo, comportamento che lei interpreta come segno di codardia. Turnus la rassicura, spiegandole che prenderà un sentiero nel bosco, dove intende tendere un’imboscata a Enea, in ritardo nel suo viaggio. A Camille viene dunque affidato il compito di restare nel campo e combattere insieme agli altri cavalieri. Sebbene in questa versione la guerriera non sia propositiva come nel testo virgiliano, ma si limiti a ricevere ed eseguire gli ordini, il dialogo con Turnus rimane un’occasione per porre l’accento sulla sua personalità: anche in questo caso, infatti, emergono il desiderio impaziente di entrare quanto prima in battaglia, e un temperamento audace e impulsivo che, infine, sarà ciò che la condurrà alla morte.
A questo punto, nell’Eneide, avviene una digressione sull’infanzia di Camilla (XI, 532-596). È la stessa Diana a prendere parola per raccontare alla ninfa Opis come Metabo, dopo essere stato respinto dai cittadini su cui regnava, le abbia consacrato la figlia Camilla, poi allevata in contesto selvatico. La scena assolve a più funzioni: anticipa la tragica fine di Camilla, poiché Diana, dea della caccia, non può proteggerla in contesto bellico;6 e rassicura il lettore sul destino del suo corpo, che non sarà esibito come trofeo dal nemico, poiché la dea afferma che provvederà a portarlo al sicuro e vendicarlo. Nel Roman d’Énéas, nel tentativo di cristianizzare il modello eliminando gli elementi pagani, questo episodio viene del tutto omesso. Ne consegue che il lettore medievale, privo di familiarità con il testo virgiliano, non disponga di alcuna informazione sulle origini della guerriera. In questo modo, non potendo stabilire nemmeno quali siano i limiti del suo valore guerriero, è indotto ad attribuire a Camille invincibilità in battaglia e a percepirla ancor di più come una creatura superiore all’umano. Non è dunque la capacità bellica a renderla straordinaria, ma è la sua intrinseca straordinarietà a renderla un’avversaria temibile.7
Ha dunque inizio la battaglia (vv. 6895-6952). Sul campo, i Troiani scambiano Camille e le cento guerriere che ha deciso di portare con sé per divinità venute in difesa della città, al punto di fuggire senza neppure tentare di opporre resistenza. Solo quando Orsileüs8 uccide la guerriera Larine con una freccia, i Troiani comprendono che stanno affrontando combattenti in carne ed ossa e danno il via al contrattacco, respingendole entro le mura. Per quattro volte i Troiani fanno rientrare le avversarie in città e altrettante volte vengono spinti all’esterno. Questo movimento ondulatorio, che ricorda il moto del mare, è presente anche nell’Eneide. Anzi, Virgilio rende la metafora ben più esplicita, paragonando in modo diretto l’avanzare e il rifluire delle masse degli eserciti al mare che si innalza e si abbassa, così da ottenere un effetto sublime attraverso la somiglianza alle forze della natura:
qualis ubi alterno procurrens gurgite pontus
nunc ruit ad terram scopulosque superiicit unda
spumeus extremamque sinu perfundit harenam,
nunc rapidus retro atque aestu revoluta resorbens
saxa fugit litusque vado labente relinquit.
Bis Tusci Rutulos egere ad moenia versos,
bis reiecti armis respectant terga tagentes.
(vv. 624-630) 9
Fors as plains chans sont revenu,
Si rest comanciez li tornoiz
Et li josters; par quatre foiz
Les menerent an tel meniere
Ferant an la cité arciere,
Et cil toz tens les ramenoient
Fors as chans, ou il tornooient.
(vv. 6946-6952) 10
In entrambe le opere questo primo momento di scontro prepara all’aristia di Camilla/Camille. Nell’Eneide (XI, 648-724), Virgilio concentra in questa sezione una serie di riferimenti che permettono di percepire Camilla come una vera e propria regina Amazzone, alla pari di Pentesilea o Ippolita. Ad esempio, ella combatte con una mammella scoperta, caratterizzazione in linea con le comuni rappresentazioni delle Amazzoni.11 Inoltre, il lessico scelto da Virgilio la presenta come una combattente temibile e instancabile, degna di essere accostata ai più grandi eroi del poema, come Enea e Turno.12 Nel Roman d’Énéas (vv. 6953-6978) Camille abbatte cento cavalieri, prima con la lancia e poi con la spada, disseminando morte ovunque si muova; e lo stesso vale per le sue compagne, tanto che i Troiani sono costretti alla fuga. Ancora una volta, si può notare come il modello virgiliano sia stato adattato a un contesto feudale-cortese: il fatto che Camille sia una regina guerriera permette un’implicita assimilazione alle Amazzoni, ma nel testo non sono presenti elementi che possano ricondurla in modo diretto a quell’immaginario né viene mai utilizzato il termine amazzone.13 In ogni caso, Camille conserva la stessa aura di temibilità con cui Virgilio la caratterizza:
Camile point parmi les rens,
Sovant joste o les Troïens;
Tex .C. an i a fet verser,
Onc ne lor lut puis relever.
Bien fiert de lance et mialz d’espee,
A grant mervoille fu dotee.
Ne giete pas son cop an vain:
Qui feruz estoit de sa main
Ne languissoit pas longuement;
Mire ne li valoit noiant,
La mort suoit son cop toz tens.
N’i avoit noiant de desfens
Por bon halberc, por fort escu:
Ele i feroit de grant vertu.
(vv. 6953-6966) 14
Un episodio significativo, assente nell’Eneide ma introdotto nel Roman d’Énéas,15 è il dialogo tra Camille e Tarcons16 (vv. 6979-7056). Il troiano le rivolge un discorso apertamente di odio verso il genere femminile: prima sostiene che una donna non dovrebbe combattere, perché dovrebbe dedicarsi solo alle attività domestiche; poi passa alla provocazione diretta, chiedendole se si trova sul campo di battaglia solo per esibire il proprio corpo e offrendole quattro monete d’oro in cambio di prestazioni sessuali per sé e per i propri compagni.
Le parole di Tarcons costituiscono una traduzione fedele di alcuni epiteti che Giovenale utilizza nella sesta satira, testo in cui il poeta latino attacca i comportamenti delle donne romane attraverso una lente politico-sociologica conservatrice. Nella sua prospettiva, esse sono agenti di corruzione morale, inclini alle mollezza e al lusso, motivo di disfacimento dell’ordine sociale, il cui obiettivo è prendere il sopravvento sull’uomo romano:
et lassata viris necdum satiata recessit
(VI, v. 130) 17
Vos porrïez estre lassee,
Pas n’en serïez saolee.»
(vv. 7023-7024) 18
Il discorso fa leva anche su topoi tipici della misoginia medievale, come l’idea dell’insaziabilità del desiderio sessuale femminile e il timore che esso possa prosciugare sia le forze fisiche sia le risorse economiche dell’uomo. Nello specifico, l’idea di donna-oggetto trasferibile da un uomo all’altro è una ripresa della prima lirica trobadorica. Ad esempio, in Companho, farai un vers qu’er covinen, Guglielmo IX scrive: «Dos cavalhs ai a ma sselha, ben e gen; / bon son ez ardit per armas e valen; / mas no·ls puesc tener amdos, que l’uns l’autre non cossen»,19 in cui i dos cavals non sono altro che due donne tra cui il trovatore è indeciso, e ardit per armas è un allusione all’attività erotica nascosta dal campo semantico bellico. La presenza “animalesca” di Camille non viene interpretata da Tarcons in chiave meravigliosa o fantastica, bensì nel suo grado più basso di bestialità e sessualità sfrenata. In questa prospettiva degradante, la guerriera viene ridotta a una prostituta, ovvero l’unica tipologia di donna che poteva seguire gli eserciti.20
A queste parole, Camille prova rabbia e vergogna. Reagisce allora con forza, ribadendo che non è lì come prostituta, ma come cavaliere, e grazie all’aiuto delle compagne riesce a sconfiggere Tarcons e il suo seguito. Negando di appartenere alla categoria femminile a cui è stata associata, Camille rifiuta lo schema feudale di donna-signora per collocare se stessa nell’emergente spazio della poesia epica volgare, in cui le donne combattono realmente sul campo21 (anticipando così la linea narrativa che, nei secoli successivi, condurrà a figure come quelle di Bradamante e Marfisa):
«Ne ving pas ça por moi mostrer
Ne por putage demener,
Mais por fere chevalerie.
De voz deniers ne voil ge mie,
Trop avez fait fole bargaigne!
Ge ne vif pas de tel gaaigne.
Mialz sai abatre un chevalier
Que acoler ne dosnoier;
Ne me sai pas combatre anverse.»
(vv. 7035-7043) 22
Continua a leggere: la terza e ultima parte dell’articolo verrà pubblicata lunedì 9 Marzo.
Leggi anche: Prima apparizione: Camille regina.
Note bibliografiche:
In foto: Battaglia tra Camilla ed Enea, Domenico di Michelino.
- C. Latella, «Giovane donna in mezzo ’l campo apparse». Figure di donne guerriere nella tradizione letteraria occidentale, tesi di dottorato, relatrice M. T. Giaveri, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, 2009, p. 91. ↩︎
- W. Besnardeau (a cura di), F. Mora-Lebrun (a cura di), Le Roman d’Énéas: édition bilingue, Paris, Champion, 2018, p. 87. ↩︎
- E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, Feltrinelli, 1960, p. 192. ↩︎
- L. K. Stock, ‘Arms and the (Wo)man’ in Medieval Romance: The Gendered Arming of Female Warriors in the “Roman d’Eneas” and Heldris’s “Roman de Silence”, in «Arthuriana», vol. 5, fasc. 4, 1995. ↩︎
- Si è scelto di mantenere la forma francese per i nomi propri del Roman d’Énéas e di conservare le desinenze -s/-z del nominativo, poiché di molteplici nomi non sono attestate forme in caso obliquo. ↩︎
- G. Arrigoni, Camilla, amazzone e sacerdotessa di Diana, Milano, Cisalpino-Goliardica, 1982, p. 94. ↩︎
- C. Latella, «Giovane donna in mezzo ’l campo apparse», cit., p, 101. ↩︎
- Nell’Eneide, Orsiloco è una vittima di Camilla. ↩︎
- E. Paratore (a cura di), P. V. Marone, Eneide, Milano, Mondadori, 2007, p. 572. ↩︎
- W. Besnardeau (a cura di), F. Mora-Lebrun (a cura di), Le Roman d’Énéas: édition bilingue, cit., p. 558. ↩︎
- Per approfondire: G. Arrigoni, L’aristia, in Camilla, amazzone e sacerdotessa di Diana, cit. ↩︎
- Per approfondire: W. P. Basson, Vergil’s Camilla: a Paradoxical Character, in «Acta Classica», vol. 29, 1986. ↩︎
- W. Besnardeau (a cura di), F. Mora-Lebrun (a cura di), Le Roman d’Énéas, cit., p. 389. ↩︎
- Ivi, p. 558. ↩︎
- Ad eccezione del manoscritto Londra, British Library, fondo 34114, in cui il copista tende a eliminare i passi narrativi con una connotazione sessuale marcata. Da: ivi, p. 561. ↩︎
- Nome molto simile alla forma originale latina Tarchon. Altre forme attestate: Carcons, Tarcon, Pars, Toran, Torans, Marcon, Aireus, Akeus. Da: ibidem. ↩︎
- G. Viansino (a cura di), D. G. Giovenale, Satire, Milano, Mondadori, 2007, pp. 317-319. ↩︎
- W. Besnardeau (a cura di), F. Mora-Lebrun (a cura di), Le Roman d’Énéas, cit., p. 562. ↩︎
- G. E. Sansone (a cura di), La poesia dell’antica Provenza. Testi e storia dei trovatori. Volume primo, Parma, Guanda, 1984, p. 74. ↩︎
- C. Latella, «Giovane donna in mezzo ’l campo apparse», cit., p. 99. ↩︎
- Ivi, p. 101. ↩︎
- W. Besnardeau (a cura di), F. Mora-Lebrun (a cura di), Le Roman d’Énéas, cit., p. 562. ↩︎

Lascia un commento