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per scoprire il mondo da una prospettiva umanistica


Triennale in Italian, Medieval and Renaissance Studies. Intervista al professore Luigi Marfè

Luigi Marfè è professore associato di Critica letteraria e letterature comparate, nonché presidente del corso di Laurea triennale in Italian, Medieval and Renaissance Studies e tutor per la Scuola Galileiana di Studi Superiori presso l’Università di Padova.

Per rompere il ghiaccio, Le chiederei di dirmi qual è il suo libro preferito. 

Non saprei dire il preferito, ma un romanzo cui sono affezionato è Ask the Dust (Chiedi alla polvere, 1939) di John Fante, autore italoamericano degli anni della Grande depressione. I suoi romanzi seguono la storia di un personaggio, Arturo Bandini, alter ego dell’autore. In Ask the Dust, Bandini è un giovane che vuole diventare uno scrittore; un editore pubblica il suo primo racconto, e lui si traferisce in California per coltivare il suo sogno. In un locale incontra una cameriera messicana e se ne si innamora, ma, impacciato com’è, la tratta con presunzione. La prospettiva, però, presto si inverte, per cui a dettare le regole nel loro rapporto sarà lei. Davanti alla fatica di scrivere, infatti, Bandini si rende conto che gli manca qualcosa; pensa al titolo (ridicolo) del suo primo (unico) racconto, “Il cagnolino rise”, e si accorge che lui stesso è solo come un cane. Tra esperienza e scrittura, scopre Bandini, intercorre un rapporto: per raccontare il mondo, deve prima un po’ conoscerlo. Così inizia la storia della sua formazione, che è anche la storia di un fallimento. Il titolo, Ask the Dust, sembra suggerire che l’esperienza ci fa sentire vivi, ma al tempo stesso ci consuma.

Il valore di un libro è un fatto personale, soggettivo, oppure esistono dei criteri utili a classificarlo?  

È difficile individuare criteri universali, dato che un libro, nel tempo, può essere inteso in modi molto diversi. Secondo Kant1, il giudizio estetico si riconoscerebbe a partire dal disinteresse di chi lo esprime: quando diciamo che qualcosa è bello, non miriamo a un vantaggio, e questo, in qualche modo, dovrebbe rendere condivisibile ciò che diciamo. Ma è una base fragile, come si può capire. Nel caso specifico del testo letterario, i teorici hanno proposto vari criteri, legati ad esempio al grado di elaborazione stilistica oppure agli effetti che produce in chi legge. Di certo, un’opera che ambisce al tempo grande della letteratura deve porsi oltre l’orizzonte d’attesa del pubblico, e provare in qualche modo a rinnovarlo, senza aderire troppo a mode che presto cambieranno. Tra il libro e i lettori si instaura una relazione individuale, una sorta di dialogo: troviamo il ‘nostro’ classico quando scopriamo un libro che risponde alle domande che gli poniamo con altre domande cui dobbiamo rispondere noi. 

Qual è stato il suo percorso accademico? E come ha capito che la ricerca sarebbe stato il suo lavoro? 

Ho studiato a Torino, dove ho svolto un dottorato di ricerca in letterature comparate. Dopo ho lavorato in varie università, a Torino, Parma e Siena. Sono stato a Warwick e a Lausanne per periodi di ricerca. Dal 2017 lavoro all’Università di Padova, dove ora sono professore associato. Di recente ho svolto periodi come visiting nelle università di Granada e Praga. La mobilità è una componente essenziale del percorso accademico. Riguardo all’altra domanda, invece, devo dire che per me (come credo per molte colleghe e molti colleghi) la ricerca non si pone esattamente nell’ambito del lavoro. Da ragazzo mi piaceva leggere, ma non ho mai pensato che fosse una carriera. Il mio consiglio per chi vuole fare ricerca è quello di coltivare la lettura e la scrittura come passioni. 

Oltre a fare ricerca, Lei insegna Teoria della letteratura ed Ermeneutica letteraria. Cosa vuol dire, per Lei, insegnare? 

Entrare in aula e dialogare sui libri con studentesse e studenti è qualcosa che mi fa stare bene. L’aula è uno spazio di felicità, che permette di costruire con il gruppo che si ha davanti, la comunità ermeneutica della classe, qualcosa che non si può prevedere ed è sempre diverso ogni volta. Secondo Proust2, il piacere della lettura dipende dal fatto ci fa stare soli con i nostri pensieri. A lezione, per me, succede qualcosa insieme di simile e di diverso: i libri sono l’innesco di un momento immaginativo, che poi viene condiviso. Il piacere della lezione rimanda alla possibilità di un confronto intersoggettivo.   

Quali sono stati i suoi maestri? Li considera un modello, un punto di riferimento? 

Molte persone sono state importanti per la mia formazione. A Torino ho lavorato con Franco Marenco3, che mi ha seguito negli anni del dottorato. Prima di tornare in Italia, Marenco aveva lavorato in Inghilterra con Luigi Meneghello4 e, a tal proposito, di recente è uscito un suo libro proprio sul rapporto con lo scrittore. Marenco ricorda come l’incontro con Meneghello l’abbia aiutato a riflettere sul proprio ruolo di insegnante; mentre leggevo il libro, pensavo a come lavorare con lui, per certi versi, sia stata la stessa cosa per me. Da lui ho imparato a credere nell’importanza del dialogo con le studentesse e con gli studenti, che ogni volta permette di apprendere qualcosa di nuovo. E mi hanno sempre colpito il suo understatement e la sua ironia. 

Che valore ha la critica letteraria nel mondo di oggi? È un’attività fine a se stessa oppure riveste un ruolo all’interno della società?

Da tempo è aperto un dibattito nella critica sul significato sociale della letteratura e, più in generale, delle discipline umanistiche. Suggerisco, su questo, la lettura de L’Avenir des humanités (Future umanità, 2010) di Yves Citton5. Sempre più spesso, purtroppo, si sente equiparare il valore di una disciplina alla sua spendibilità economica. In verità, il profitto delle discipline umanistiche non può essere misurato in termini economici immediati, ma va valutato altrimenti, su un tempo più lungo. Lo studio della letteratura aiuta a leggere il presente con maggiore consapevolezza, e questa attitudine favorisce (o almeno dovrebbe) la crescita democratica di una società. 

A questo punto mi viene da chiederle cosa sia, per Lei, la letteratura. 

Davanti alla domanda su cosa fosse l’arte, Nelson Goodman6 rispondeva che sarebbe stato opportuno sostituire il “cosa” con il “quando”: non “che cos’è l’arte?”, ma “quando è arte?”. Ciò che voglio dire è che l’esperienza estetica è, come tale, un’esperienza, e dunque va valutata sulla base dei momenti che è capace di produrre. Il piacere estetico è un piacere diverso dagli altri: ci fa vedere la realtà in modo diverso, trasportandoci in un mondo d’invenzione da cui torniamo un po’ cambiati. Non è detto che questo cambiamento sia conciliante rispetto al reale, anzi: a volte torniamo al reale con maggior consapevolezza delle sue ingiustizie. Secondo Theodor Adorno7, la vera arte, in questo senso, sarebbe quella capace di esprimere la promessa di un non ancora. 

Lei lavora anche nel campo della traduzione. Cosa vuol dire tradurre un’opera? A quale traduzione è più affezionato? A livello personale, cosa le dà tradurre un’opera? 

Tradurre, lo sappiamo, significa trasporre un testo da una lingua a un’altra. Secondo alcuni, quest’operazione avrebbe oggi meno significato rispetto al passato, perché ci sarebbe una più diffusa conoscenza delle lingue e strumenti artificiali offrirebbero supporti un tempo assenti. In realtà non è così, perché la traduzione, in particolare quella letteraria, implica sempre un atto interpretativo e ha bisogno di traduttrici e traduttori capaci di leggere criticamente i testi che devono trasporre. Tradurre, inoltre, ha a che fare con uno specifico pubblico e una specifica collocazione; per questo, la traduzione è una disciplina con una sua teoria, ma è anche una pratica empirica. 

La traduzione cui sono più affezionato è anche quella che mi ha richiesto più tempo, il Titus Andronicus di Shakespeare8, che ho preparato per un’edizione delle opere shakespeariane nella collana dei Classici della letteratura europea Bompiani. Confrontarsi con Shakespeare non è facile; la sua lingua ha una densità figurativa unica, con metafore che si innestano continuamente una sull’altra. Valerio Magrelli9 ha scritto che nella traduzione vale la regola del meno uno, per cui, quando si traduce, si perde sempre qualcosa rispetto all’originale. Per questo l’atto interpretativo è fondamentale, per riconoscere (e provare a mantenere) gli elementi essenziali del testo. Forse oggi farei quella traduzione in un modo diverso. Scherzosamente, Jorge Luis Borges10 ha scritto una volta che il concetto di testo definitivo non ha a che fare con la traduzione, ma con la stanchezza.

L’ultima traduzione che ho curato è invece quella del Diario d’Islanda di William Morris, artista visivo, poeta e narratore dell’Inghilterra vittoriana. Tra i membri della cerchia dei preraffaeliti, Morris era contrario ai processi di alienazione prodotti dalla rivoluzione industriale del suo tempo. Quando è andato in Islanda, non aveva in mente solo di vedere nuovi luoghi, ma pensava anche che il viaggio potesse essere un’occasione per immaginare un futuro libero dall’ingiustizia sociale. 

Lei è anche presidente del Corso di Laurea in Italian Medieval and Renaissance Studies. Quali sono i compiti che svolge come presidente di corso?

Il mio compito come presidente di Italian Medieval and Renaissance Studies è quello di coordinare le diverse attività del corso di laurea, come le ammissioni, l’orientamento, l’organizzazione didattica, le lauree e così via. 

Il corso di laurea è rivolto in primo luogo a studentesse e studenti internazionali. Il primo contatto con la platea di possibili interessati avviene attraverso incontri di orientamento online. Segue la fase di selezione delle domande, che ogni anno porta a formare una coorte di 40/50 matricole. Si tratta di studenti che affrontano un programma di mobilità internazionale, arrivando da sistemi educativi diversi al nostro: è, quindi, importante accompagnare le matricole in tutte le tappe del loro percorso, e garantire che la didattica del corso sia erogata in forma coerente ed efficace. Infine, il corso offre un supporto anche per l’orientamento in uscita, fornendo indicazioni per la scelta del percorso magistrale.

Studentesse e studenti di IMRS iniziano il percorso formativo in lingua inglese, per poi sostenere esami in italiano a partire dal secondo anno; anche la tesi è prevista in italiano. Il passaggio all’italiano è delicato: l’apprendimento di una lingua straniera può includere anche momenti di difficoltà, come quando si impara a nuotare o ad andare in bicicletta. D’altra parte, lo stesso termine ‘studio’, dal latino studium, rimanda non solo alla passione e all’interesse per una disciplina, ma anche all’impegno che ciò richiede. Sono due aspetti inscindibili di ogni esperienza di apprendimento.

Tra i vari ruoli che ricopre, Lei è anche tutor per la Scuola Galileiana di Studi Superiori. Cosa implica questo ruolo? Quali sono i punti di forza della Scuola?

La Scuola Galileiana di Studi Superiori è la scuola di eccellenza dell’Università di Padova, cui si accede tramite prove selettive che si svolgono nell’estate che precede l’ingresso all’università. Da qualche anno c’è anche un concorso per l’ammissione al percorso magistrale, tra il terzo e il quarto anno di università. Gli allievi galileiani hanno la possibilità di frequentare corsi ulteriori rispetto a quelli dei corsi di laurea. È un impegno supplementare, poiché implica l’obbligo di sostenere più esami rispetto al percorso tradizionale, rimanendo in regola con i crediti e mantenendo una media elevata, ma rappresenta anche un’opportunità per avvicinarsi al mondo della ricerca. La Scuola, inoltre, promuove numerosi progetti di scambio in ambito nazionale e internazionale.

La figura del tutore ha il compito di accompagnare e sostenere il percorso formativo delle allieve e degli allievi galileiani. In un contesto accademico internazionale, è intesa come una garanzia del successo formativo. Il tutore segue tutte le fasi della carriera delle studentesse e degli studenti, offrendo supporto e orientamento per il piano di studi, i percorsi di mobilità, la scelta dei corsi galileiani, la definizione della disciplina di tesi, i progetti di ricerca, l’orientamento in uscita. Anche per i tutori questa esperienza rappresenta un’opportunità significativa: permette di instaurare con gli allievi un rapporto meno formale, seguendone la crescita personale nell’arco degli anni. 

Cosa vuol dire, per uno studente, entrare in Galileiana? 

L’ammissione alla Scuola Galileiana offre la possibilità di studiare in un contesto di apprendimento ideale. I corsi, infatti, si svolgono in gruppi ristretti, il che favorisce un coinvolgimento personale maggiore; inoltre, si può imparare molto non solo dai docenti, ma anche dai propri pari, grazie al confronto quotidiano e al senso di comunità che si sviluppa. L’ambiente della Scuola è fortemente orientato alla ricerca e molti, tra le studentesse e gli studenti, una volta concluso il percorso, si cimentano con il tentativo di proseguire in ambito accademico. È importante, in questo senso, saper gestire le aspettative rispetto al futuro e comprendere che, nel percorso che caratterizza la carriera accademica, la collaborazione tra ricercatori permette di arrivare più lontano della competizione.

C’è un messaggio che vorrebbe lasciare agli studenti che ci leggono? 

L’esperienza universitaria dovrebbe essere prima di tutto un momento per coltivare il piacere della scoperta e la libertà intellettuale, lontano da istanze pragmatiche troppo stringenti. Se misuriamo l’effetto di ciò che facciamo sulla base dell’obiettivo più vicino, finiamo per perdere di vista obiettivi più grandi. Una lettura interessante, in questo senso, sono le Briefe an einen jungen Dichter (Lettere a un giovane poeta, 1903-1908) di Rainer Maria Rilke11. La creatività ha bisogno anche di momenti di dispersione e dell’esperienza che deriva dall’imprevisto.

Note:

  1. Immanuel Kant (1724-1804) è stato filosofo tedesco. Dapprima studioso di geofisica, dal 1770 intraprese la via del criticismo. Tra le sue opere maggiori Kritik der reinen Vernunft (Critica della ragion pura, 1781).
  2. Marcel Proust (1871-1922) è stato scrittore francese, autore della Recherche du temps perdu, opera in sette volumi alla cui stesura Proust dedicò la maggior parte della sua vita.
  3. (1935-) è professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato lingua e letteratura inglese e letterature comparate.
  4. (1922-2007) è stato scrittore italiano, originario di Malo. Al suo paese ha dedicato il celebre romanzo Libera nos a Malo (1963), il quale racchiude episodi autobiografici che spaziano dall’infanzia alla maturità della vita dell’autore.
  5. È docente di letteratura francese e media presso l’Università Paris 8 Vincennes-Saint Denis.
  6. (1906-1998) è stato filosofo statunitense, occupando una posizione di rilievo nel campo della filosofia analitica di orientamento pragmatista. Ha insegnato in varie università, dal 1968 al 1977 è stato docente presso la Harvard University.
  7. (1903-1969) è stato filosofo tedesco, tra i maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, ha criticato l’Illuminismo e la scienza moderna.
  8. William Shakespeare (1564-1616) è stato drammaturgo e poeta inglese.
  9. (1957-) è poeta, scrittore e critico letterario italiano. La sua prima raccolta in versi, Ora serrata retinae, esce nel 1980. Nel 1993 è direttore della serie trilingue della collana Einaudi “Scrittori tradotti da scrittori”.
  10. (1899-1986) è stato poeta e scrittore argentino di fama internazionale. Visse in Spagna, dove fu tra i promotori del movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Tornato in Argentina, negli anni Venti fondò due riviste letterarie.
  11. (1875-1926) è stato poeta boemo attivo in lingua tedesca.

Foto di copertina: Marc Chagall, Sulla città, 1918, olio su tela, 56x45cm, Mosca, Galleria Tretyakov.

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