
Un uomo comparve in fondo alla via, così repentinamente da far pensare che fosse emerso dal sottosuolo. Si avviò verso la fermata del bus poco distante, lo scricchiolio dei granelli di sabbia e delle foglie secche a scandire i suoi passi.
C’erano due banchetti identici, uno accanto all’altro, e sopra ognuno una cartella da bingo ingiallita e una biro rossa. Seduta allo sgabello del banchetto di sinistra, una donna dai lunghi capelli biondi aveva lo sguardo fisso nella direzione opposta a quella da cui lui era arrivato. Indossava un vestito grigio, che forse un tempo era stato azzurro. O forse era colpa della luce livida del cielo, che scoloriva persino i suoi capelli. Teneva le mani serrate ai bordi del banchetto, pronta a scattare in piedi. Quando la salutò, lei non diede segno di aver sentito.
L’uomo si sedette al banchetto libero e osservò la cartella ingiallita. Era la numero 28, con una griglia di 5 file e 5 colonne, per un totale di 24 numeri. Il riquadro centrale riportava la scritta “DA VALIDARE”.
Non ricordava come fosse arrivato fin lì. C’era solo una strada asfaltata, circondata da palazzine disabitate, grigie anch’esse, e da alberi spogli. Il palo della fermata, piegato come per testimoniare lo scontro con un veicolo, recitava: LINEA 50 – SOLA ANDATA.
Si udì in lontananza il rombo di un motore a scoppio, stanco e borbottante. La donna scattò in avanti, la penna pronta tra le dita, e lui la imitò. Il bus apparve all’orizzonte come un guscio metallico arrugginito e scricchiolante. Non sembrava esserci un conducente. Sbigottito, l’uomo quasi non si accorse del numero scritto sul cartoncino appeso al parabrezza.
«Trentasei!», gridò la donna. Poi si corresse: «No, no, trentasette!». E tracciò una grande X sul numero corrispondente sulla propria cartella.
Non appena fu più vicino, vide che era, in effetti, il bus della linea 37. Il veicolo passò senza fermarsi, lasciando una scia di denso fumo nero che si levò verso l’alto, dissolvendosi nel grigiore dell’aria. Scomparve dietro l’angolo e l’eco del motore cominciò a scemare, fino a cessare del tutto.
«Le mancano cinque numeri», osservò l’uomo, sbirciando la cartella della donna. Lei aveva di nuovo puntato lo sguardo verso l’orizzonte, ora sgombro, e non rispose.
«Cosa succede quando si completa la cartella?», insistette.
La donna si voltò a fissarlo. Gli occhi verdi, che apparivano enormi sul viso scarno, erano circondati da ciglia incrostate di sabbia e la linea sottile delle labbra era corrugata in una smorfia di disappunto.
«Non lo so», gracchiò, con il raspare secco di corde vocali impolverate dal tempo. «Ma continuo a sperare».
E tornò a fissare la linea sfumata tra l’asfalto e il cielo.
Passarono giorni, forse settimane. Il cielo non mutava mai, sempre dello stesso grigio piatto, e l’assenza di sole rendeva impossibile calcolare lo scorrere del tempo. Ogni tanto un autobus attraversava la strada e uno dei due giocatori gridava per primo il numero, che quasi mai era presente in entrambe le cartella. Al rombo del motore e all’avvicinarsi dell’autobus, uno si accasciava con delusione sul banchetto, mentre l’altro tracciava, esultante, un segno sulla carta ingiallita.
Parlavano poco e, quando lui si sforzava di intavolare una conversazione, la donna le lasciava morire dopo un paio di risposte laconiche.
«Da quanto tempo sei qui?», le chiese una volta.
«Da sempre, credo».
Un giorno – se questo poteva ancora esistere –, il cielo cambiò colore e il grigio sfumò in una tinta color ruggine. Nel mentre, l’ennesimo scarrozzare metallico si levò dal fondo della strada. Quando l’autobus fu sufficientemente vicino, l’uomo lasciò cadere la penna sul banco e la donna urlò con foga rabbiosa, dissonante col suo corpo gracile.
«Cinquantadue! Cinquantadue!». E completò la cartella.
Non appena levò la penna dal foglio, questa sembrò sciogliersi tra le sue dita e cadde sul cemento del marciapiede in una miriade di granelli di sabbia. La donna, con un gemito, osservò la bruciatura lasciata sul palmo della mano dal contatto con la sabbia bollente.
Fu allora che due figure comparvero ai lati della strada. L’uomo ebbe la sensazione che fossero sempre state lì, invisibili. Indossavano uniformi grigie e i loro volti, identici, erano vacui e inespressivi. Una delle guardie afferrò un braccio della donna con la mano guantata. L’altra esaminò la cartella ingiallita, annuì e tirò fuori dalla giacca una obliteratrice dorata. La pinza scattò con un suono secco, lasciando un foro sulla casella centrale. Le guardie fecero cenno alla donna di seguirli e lei non oppose resistenza. Si voltò solo un istante verso l’uomo, che vide nei suoi occhi un riflesso di vittoria, le labbra vagamente incurvate in un sorriso.
Il gruppo si incamminò e scomparve oltre l’orizzonte in un battito di ciglia. L’uomo osservò sovrappensiero la biro rossa tra le proprie dita e si disse che, quando sarebbe giunto il suo turno, l’avrebbe fatta cadere prima che si disgregasse.
Rimase solo.
All’inizio pensò che sarebbe arrivato presto un altro compagno di gioco. Guardò a lungo la direzione in cui la donna era scomparsa, ma la strada rimaneva deserta. Ben presto il vento si alzò, portando con sé un odore acre di ferro. Sentì la sabbia pungergli il viso e gli occhi, e fu costretto a riportare lo sguardo verso l’altro lato della strada, dove un nuovo autobus era appena comparso. Sbarrò il numero 89. Mancavano ancora 4 numeri.
Gli autobus cominciarono a passare sempre più di rado. A volte ne udiva il borbottio a distanza per un tempo indefinito, senza vederli davvero arrivare. Altre volte comparivano all’improvviso, lanciati a tutta velocità, senza numero, come bestie cieche e sferraglianti.
Passò ore – o forse secoli – a fissare la cartella con una tale intensità da far perdere di senso a quelle linee di inchiostro. Cominciò a scrivere numeri ovunque: ai margini della cartella, sul retro, sul banco, sulle braccia. I numeri 33 e 42 si moltiplicarono fino a tappezzargli la pelle.
Quando passò l’autobus numero 42, sbarrò la casella corrispondente con mano tremante. Un numero. Mancava solo un numero.
Cominciò ad avvertire la mancanza delle parole. La scritta DA VALIDARE sulla cartella era ormai divenuta illeggibile, coperta dalle cifre che aveva ossessivamente tracciato. Anche l’insegna sul palo, LINEA 50 – SOLA ANDATA, era svanita. Della donna rimanevano soltanto un banchetto vuoto e il ricordo di un 55, il numero della sua cartella. Si rese conto in quel momento di non averle mai chiesto il suo nome. Aveva l’impressione che, in ogni caso, lei non avrebbe saputo dargli una risposta: lui stesso non ricordava più il proprio. Eppure, sapeva che esisteva ancora, da qualche parte, occorreva solo scriverlo. Ma, quando tentava di scrivere una parola, di tracciare anche solo una lettera, l’inchiostro rosso della biro disegnava cifre prive di alcun significato.
Quando finalmente avvistò l’autobus numero 33, non provò alcuna gioia. Non ebbe neanche l’accortezza di lasciar cadere la penna, che, dissolvendosi, gli lasciò una sottile linea rossa sul palmo della mano.
Le guardie riemersero dal fondo della strada, come se non se ne fossero mai andate. Una validò la cartella con l’obliteratrice, l’altra indicò la direzione da seguire. L’uomo si alzò e si lasciò condurre verso l’angolo della strada dove la donna e gli autobus erano spariti. Oltre l’ultimo edificio c’era una landa di pietre e sabbia.
Camminarono a lungo, ma l’uomo non avvertì alcuna fatica. L’unico rumore era dato dallo scricchiolare delle pietre e dei granelli di sabbia sotto la suola delle scarpe. I passi dei suoi accompagnatori non emettevano alcun suono.
Ad un tratto, vide delinearsi in lontananza il contorno di una strada. Arrivarono ad un’altra fermata, identica alla prima: stesso sgabello, stesso banchetto, stesso palo storto privo di insegna, stesso odore acre di ferro. Ma non c’erano né una penna, né una cartella. Le guardie si allontanarono, in silenzio come erano arrivate.
L’uomo si sedette. Guardò il cielo rossastro e si chiese quanto tempo potesse essere trascorso. Udì in lontananza il rombo di un motore a scoppio e scattò in piedi. Il frastuono si acuì per poi scemare, senza che comparisse alcun autobus. Quando svanì del tutto, si accasciò sullo sgabello.
Attese, cominciando a contare i rumori che si alternavano in lontananza. 1, 2, 3, …, 57, …, 86, …, 153. Ma di carcasse metalliche arrugginite neanche l’ombra.
Al rombo di motore numero 435, un altro suono lo fece sobbalzare. Sopra di lui, tra i rami dell’albero che gettava un’ombra perfettamente circolare sulla fermata, un gatto nero lo osservava.
«Ti sei perso?», chiese l’uomo.
«No», rispose il gatto. «Io so sempre dove sono».
L’uomo non si scompose. «E dove siamo, allora?».
«Alla fermata dell’autobus numero cinquanta».
L’uomo guardò il palo privo di insegna e il gatto scese con grazia dall’albero, atterrando vicino al banchetto.
«Passerà mai?», chiese l’uomo, tornando a fissare il suo interlocutore.
«“Mai” è un periodo di tempo sufficientemente lungo per aspettare».
«Temo di non capire».
Il gatto sbadigliò. «Chi è lei, signore?».
«Nessuno».
«Il che equivale a dire che lei potrebbe essere chiunque», ribatté, leccandosi una zampa per poi passarla sul muso affilato.
L’uomo lo fissò in silenzio.
«Certo», aggiunse il gatto, «l’Inferno può fare questo effetto».
Alle sue spalle, il rombo di un motore preannunciò l’arrivo dell’autobus numero 37. Sul banchetto erano comparsi una biro rossa e un foglio bianco. Preso dalla disperazione, l’uomo tracciò una griglia 5×5 e scrisse numeri a caso nei riquadri. Numerò la cartella con il 50.
Il gatto lo osservò affaccendarsi, poi socchiuse gli occhi, soddisfatto. Si voltò, attraversò la strada e scomparve dietro l’angolo con un guizzo della coda.

Lascia un commento