
di Elisa Giacomini e Manuela Solano
Si ringraziano il contributo anonimo per l’immagine di copertina e tutti coloro che hanno partecipato all’intervista.
Introduzione
Il 31 marzo 2025 abbiamo pubblicato Lo spaesamento del fuorisede, una breve riflessione sul disorientamento e la malinconia di chi, per varie contingenze, si trova a vivere lontano dal luogo che definisce “casa”. A seguito di diversi riscontri e commenti da parte dei nostri lettori, abbiamo deciso di condurre una “intervista diffusa” sul tema dell’essere fuorisede e della casa. L’obiettivo che ci siamo poste è quello di riflettere sulle principali sfumature inerenti l’argomento, pur consapevoli che, secondo un innegabile principio di individualità dei sentimenti, esse sono e saranno tanto varie e diverse quanto saranno i fuorisede nel mondo.
1. Il fenomeno e il target
1.1 Definizione di fuorisede
Generalmente, si definisce fuorisede lo studente che frequenta istituti di istruzione superiore ad una considerevole distanza dal luogo di residenza. Più raramente, il termine si può estendere a coloro che si allontanano da casa per motivi lavorativi.1
Secondo i dati messi a disposizione dal MIUR2, nell’anno accademico 2023-2024 gli studenti frequentanti un ateneo al di fuori della propria regione sono stati 401.720, di cui 57.490 provenienti dall’estero. Si tratta del 24% degli studenti universitari, il che implica che 1 studente su 4 sia classificabile come fuorisede.
Le analisi statistiche rese pubbliche dall’Università di Padova3 rendono noto che nell’anno accademico 2023-2024 il totale degli studenti iscritti ha raggiunto la quota di 70.786. Di questi, 51.949 sono residenti in Veneto, contro i 14.893 provenienti da altre regioni italiane e 3.994 provenienti dall’estero. La percentuale di studenti fuorisede italiani o esteri all’Università di Padova risulta, dunque, essere del 26,7%, in linea con la percentuale nazionale.
1.2 Il sentimento fuorisede
In Lo spaesamento del fuorisede si è deciso di contrassegnare l’esperienza del fuorisede con il termine “spaesamento”, parola che nel suo senso letterale può fare riferimento ad una condizione di disorientamento, ma che nel suo significato etimologico si configura come l’essere “privi di paese”. Essere fuorisede è uno “sradicamento”, un imparare ad adattarsi in un luogo inizialmente estraneo.
Nel corso dell’ultimo secolo, la nostra Penisola è stata attraversata da continui flussi migratori interni ed esterni (seppure, in questo articolo, vogliamo concentrarci solo sui primi), che hanno contribuito a modellare una società sempre più eterogenea. Questi movimenti hanno dato origine a nuovi “riti” ed esperienze collettive, divenuti nel tempo elementi distintivi e, grazie ai social network, oggetto di diffusione, celebrità e, talvolta, di parodizzazioni.
Particolarmente significativa, in questo contesto, è la produzione del collettivo Casa Surace, che ha costruito la sua identità artistica attorno alla rappresentazione ironica degli stereotipi legati alle differenze tra Nord e Sud Italia. Attraverso i propri video, il gruppo esplora con leggerezza il vissuto del fuorisede meridionale, mettendo in scena dinamiche quotidiane di contrasti culturali e, talvolta, linguistici. Esempi emblematici sono Il ritorno al Nord del terrone, in cui si racconta la preparazione del fuorisede al rientro al Nord, e Come preparare il pacco da giù, che, tra affetto e ironia, descrive uno dei simboli più iconici del fuorisede meridionale: la spedizione di una scatola colma di cibo, ma soprattutto di affetto, in cui si ritrova il legame con le proprie origini.
Tra le figure più rappresentative del racconto dell’esperienza da fuorisede spicca Stefano Maiolica, fondatore del blog Un terrone a Milano. Il progetto, nato dalla necessità di condividere la propria esperienza, si è evoluto fino a dare vita a una iniziativa concreta per rispondere alle esigenze dei fuorisede: l’AttraversaTAM4, un autobus gratuito che, dal 2019, riporta a casa circa 150 studenti e lavoratori nel periodo natalizio, offrendo un’alternativa solidale al rincaro dei trasporti. Maiolica comprende pienamente il sentimento di chi vive lontano da casa e ha coniato l’espressione “sindrome di Nettuno” per descrivere la nostalgia del mare che accompagna chi è cresciuto in una città costiera e vive lontano da essa.
Alla luce di questi esempi, si può evincere come il fenomeno del “sentirsi fuorisede” sembri coinvolgere in modo più evidente, nelle rappresentazioni mediatiche e nel senso comune, coloro che si spostano dal Sud al Nord Italia. Tuttavia, i dati ci mostrano una realtà più articolata: all’interno dell’Università di Padova, nell’anno accademico 2023-2024, gli studenti provenienti da altre regioni del Nord (9037) superano di gran lunga quelli dal Centro-Sud Italia (4393).
È proprio da queste osservazioni che nasce la riflessione alla base dell’ “intervista diffusa”: esiste una distanza oggettiva capace di segnare il confine tra “in sede” e “fuorisede”? O, più che di chilometri, si tratta di un sentimento, di una percezione soggettiva legata al modo in cui ciascuno vive lo spostamento? Ci si può sentire fuorisede anche restando relativamente vicini a casa? E, soprattutto, quando ci si allontana dal luogo in cui si è nati e cresciuti, cosa diventa, esattamente, casa?
2. L’intervista diffusa
L’intervista si è articolata in due momenti. Un primo questionario Google Form è stato sottoposto in data 08/05/2025 agli studenti dell’insegnamento di Geografia letteraria a cura della professoressa Peterle5 (che si ringrazia vivamente per il supporto e i preziosi consigli), raccogliendo 42 risposte. Da lì si è delineato un questionario aggiornato, con nuove domande e opzioni emerse dalle risposte ottenute e dal riscontro diretto con i soggetti coinvolti.
Il secondo questionario Google Form, aperto a tutti gli studenti del Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari (DiSLL) di Padova, ha raccolto 53 risposte dal 26/05/2025 al 04/07/2025.
Il campione analizzato è composto, dunque, da 95 partecipanti. La maggioranza (79) è iscritta a un corso di laurea triennale, con un contributo particolarmente significativo dal corso di Lettere (61). Tra gli studenti dei corsi di laurea magistrale, le presenze si registrano nei corsi di Filologia moderna e Linguistica.
Per quanto riguarda il genere, 82 partecipanti si identificano nel genere femminile, 10 in quello maschile, 2 come non-binary, mentre 1 ha preferito non rispondere.
In merito alla fascia d’età, si contano 56 partecipanti tra i 18 e i 21 anni, 37 partecipanti tra i 22 e i 25, 1 partecipante tra i 26 e i 29 e 1 partecipante con più di 34 anni. La maggioranza (32) si è immatricolata per la prima volta all’Università di Padova nell’anno accademico 2022/2023, seguita dagli iscritti dell’A.A. 2023/2024 (30) e dell’A.A. 2024/2025 (16).
3. Sezione “Fuorisede”
3.1 Le distanze
Dei 95 partecipanti intervistati, la distribuzione del domicilio risulta essere così composta:
- 36 risiedono abitualmente nel comune di Padova;
- 17 nella provincia di Padova;
- 27 in altre province in Veneto;
- 15 in un’altra regione.

Questa suddivisione mostra una prevalenza di studenti che vivono stabilmente nel padovano.
Adottando le dovute approssimazioni6, il raggio medio del comune di Padova può essere stimato in circa 5.4 km, mentre quello della provincia si attesta sui 25,5 km.
Dal confronto tra i dati riportati nella tabella 3.1.1 Domicilio e la tabella 3.1.2 Distanza residenza-università, emerge che, a fronte di un 56% di studenti domiciliati entro la provincia di Padova, solo il 29% risulta effettivamente residente entro 20 km dall’Ateneo (le sedi del DiSLL si trovano all’interno del comune di Padova). Inoltre, sebbene il 16% dichiari un domicilio in un’altra regione, circa il 34% ha la residenza al di fuori del Veneto. Questo scarto suggerisce che una parte consistente degli studenti mantenga legami amministrativi con il luogo d’origine, pur vivendo stabilmente in prossimità dell’università.

3.2 “Essere” o “sentirsi” fuorisede
La prima domanda rivolta ai partecipanti della sezione dedicata all’essere fuorisede è stata: “In base al tuo sentire personale, ti identifichi come fuorisede?”
Sul totale di 95 partecipanti, le risposte si sono così distribuite:
- 50 “sì”,
- 35 “no”,
- 10 “non saprei”.

Successivamente è stata proposta la definizione ufficiale adottata dall’Università di Padova, secondo la quale è considerato fuorisede «la studentessa o lo studente con nucleo familiare residente in un luogo distante più di 80 km dalla sede del corso di studi o che impiegano più di 80 minuti a percorrere la tratta con mezzi pubblici, e che per tale motivo prende alloggio a titolo oneroso nei pressi di tale sede, utilizzando le strutture residenziali pubbliche o alloggi privati per un periodo non inferiore a 10 mesi»7.
Dopo aver condiviso questa definizione, agli intervistati è stato chiesto: “In base ai criteri posti dall’Università di Padova, sei classificabile come studente/ssa fuorisede?”

A fronte di 49 risposte negative (comprendenti i 10 partecipanti che avevano risposto “non saprei” alla domanda precedente), si sono registrate 46 risposte affermative.
6 partecipanti, pur non rientrando formalmente nella definizione istituzionale di fuorisede, si percepiscono come tali; al contrario, 2 partecipanti che soddisfano i criteri ufficiali non si riconoscono in questa categoria.
Anche i 10 partecipanti incerti nel definirsi fuorisede offrono uno spunto interessante: la loro esitazione suggerisce l’esistenza di una condizione intermedia e la possibile crisi del senso di appartenenza.
Queste discrepanze tra classificazione oggettiva e percezione personale confermano come il fenomeno del “sentirsi fuorisede” sfugga a schemi rigidi e non sempre trovi una diretta corrispondenza con l’“essere fuorisede”. Si tratta, piuttosto, di un’esperienza identitaria complessa, influenzata da diversi fattori.
3.3 I fattori che influenzano la scelta
Appurato che il fenomeno dei fuorisede non è definito esclusivamente da un criterio formale, ma rappresenta soprattutto una percezione soggettiva, per le domande relative ai fattori che spingono gli studenti a spostarsi si è scelto di includere sia coloro che sono classificabili come fuorisede, sia coloro che si identificano come tali (da qui in avanti definiti generalmente “fuorisede”, come gruppo unico). L’intento ultimo è stato quello di ricostruire un quadro quanto più completo e sfaccettato possibile, che tenesse conto non solo della condizione oggettiva dei partecipanti, ma anche del loro vissuto personale e della dimensione emotiva.
La prima domanda della sezione indaga se i fuorisede hanno potuto prendere parte al processo decisionale che li ha portati ad esserlo. Le risposte hanno registrato 12 “no” e 46 “sì”. Questo dato suggerisce che non sempre l’essere fuorisede è una scelta pienamente voluta o consapevole: in alcuni casi può essere percepita come una condizione imposta da circostanze esterne, familiari o economiche. Le motivazioni di queste risposte sono emerse con maggiore chiarezza nelle domande successive, dedicate alle ragioni dello spostamento e al luogo in cui si vorrebbe vivere in futuro.

Alla domanda “Se sei classificabile e/o ti identifichi come fuorisede, quali aspetti sono stati presi maggiormente in considerazione nella decisione di spostarsi per proseguire gli studi?” (grafico 3.3.1), è stata data ai partecipanti la possibilità di selezione fino a tre opzioni, con la possibilità di aggiungere liberamente un’ulteriore motivazione nella voce “altro”, che tuttavia non è stata utilizzata.
Il prestigio dell’Università di Padova e la qualità della sua offerta formativa rappresentano la motivazione maggiormente votata, con ben 76 preferenze. Alcuni partecipanti hanno sottolineato, in particolare, l’assenza del corso di laurea desiderato nell’offerta formativa degli atenei delle proprie città d’origine.
Al secondo posto si colloca la vita culturale e notturna, con 17 voti, seguita dai “servizi” offerti dalla città di Padova. Questi aspetti sembrano essere particolarmente rilevanti per gli studenti, che spesso li associano a una migliore qualità della vita, a opportunità lavorative più vantaggiose e a una esperienza universitaria più completa:
Nel mio paese non c’è spazio per i giovani, è una bolla, non è il mondo reale.
Non c’è molta opportunità di lavoro, soprattutto in ambito umanistico.
Scarsità di servizi e di opportunità lavorative e di crescita.
Mancanza di opportunità e scarsa vivibilità del territorio.
Perché l’ambiente mi sta stretto, non ci sono possibilità lavorative ed è una città non improntata sui giovani.
Un dato significativo riguarda la scarsità di voti assegnati al costo della vita, che ha ricevuto solo due preferenze, alla pari con la voce “sicurezza”.
Tale risultato può sicuramente essere letto alla luce della crisi abitativa che, a partire dalla fine del lockdown, ha interessato molte città italiane, tra cui Padova8. Gli studentati pubblici, infatti, non sono in grado di coprire tutte le richieste, generando la condizione di “studenti idonei non beneficiari”. In risposta alla domanda crescente, nell’ultimo anno i prezzi degli affitti sono aumentati del 6,77%, con un costo medio mensile di 14 euro al metro quadrato9. Le tariffe più elevate si registrano proprio nelle zone del centro, dove, per altro, si concentrano molti poli universitari, creando un ostacolo economico significativo per le famiglie e un possibile disincentivo alla scelta di trasferirsi a Padova per motivi di studio.
È interessante notare, inoltre, come il numero di studenti che si sono trasferiti per motivi di vicinanza da casa sia quasi pari a quello di chi ha scelto di allontanarsi deliberatamente. Per alcuni, infatti, diventare fuorisede rappresenta un’opportunità di crescita e autonomia; per altri, è l’unico modo per sfuggire a contesti familiari o sociali difficili.
[…] Inoltre, trovo la mia città (e regione) di origine abbastanza ristretta, sia mentalmente che fisicamente – solo per uscire dalla Puglia occorrono 4 ore dalla mia residenza, mentre qui con le stesse tempistiche potrei andare e tornare da Milano, Udine o Bologna -.
In certi casi, il disagio legato alla propria città d’origine può arrivare fino a generare timore per la propria incolumità:
Quel posto mi è così stretto addosso, che se ci torno ho non ironicamente paura di morire.
La domanda “Se sei classificabile e/o ti identifichi come fuorisede, in futuro dove pensi di abitare?” è stata introdotta nel secondo questionario su suggerimento dei partecipanti al primo. Le risposte mostrano una notevole varietà di prospettive.
Il 43,6% degli intervistati si dichiara ancora indeciso, motivando spesso questa incertezza con le prospettive lavorative e l’esito di concorsi pubblici.
Solo 2 partecipanti hanno espresso l’intenzione di rimanere stabilmente a Padova o in Veneto, mentre il 28,2% desidera tornare nella città o regione d’origine.
Il 12,8% ha manifestato la volontà di trasferirsi all’estero, spinto dal timore di una mancanza di prospettive in Italia e dal desiderio di una migliore qualità di vita.
In Italia abbiamo salari esigui, difficoltà a trovare un lavoro congruo alla laurea conseguita e c’è poca considerazione dei giovani. Vorrei conoscere nuovi Paesi e fare esperienze formative che in Italia scarseggiano. In più, in alcuni Paesi esteri i giovani godono di notevoli agevolazioni (ad es. in Francia fino ai 25 anni i musei sono gratis). Infine, l’estero offre una maggiore qualità della vita (equilibrio tra vita privata e lavorativa; città più sicure; modernità a livello costituzionale, tipo leggi su aborto, adozioni…) e, aggiungerei, maggiore serietà delle persone al governo.
E, ancora:
Per lo stipendio e le opportunità lavorative in primis. In secondo luogo, mi fa paura un futuro in Italia e non so se vorrò farmi una famiglia qui.
Un’ulteriore domanda, anch’essa suggerita dai primi partecipanti, ha indagato le modalità del trasferimento: il 77,8% degli studenti dichiara di essersi trasferito da solo. Per qualcuno questa condizione rappresenta una sfida, ma anche una forma di emancipazione, vissuta come occasione per riscoprirsi, maturare e costruire una nuova indipendenza:
Mi piace il fatto di essermi costruita qua il mio mondo da zero, non attraverso contatti con la mia famiglia o conoscenti vari. Quando sono arrivata a Padova, ero solo io e nessun altro. […] A tutto ciò [ndr: ad altre motivazioni] si aggiunge una situazione con mio padre non facilissima, per cui mi capita di soffrire molto e la distanza, in questo senso, ha senz’altro aiutato. Dopotutto, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
4. Il senso della casa
4.1 Cenni storici
L’intervista è proseguita, coinvolgendo anche coloro che non si identificano come fuorisede, indagando il rapporto dei partecipanti con la loro casa. Per comprendere le risposte alle domande che abbiamo avanzato risulta d’obbligo un’indagine circa l’evoluzione del senso comune dell’ “abitare”. Come nota Mauro Varotto (2006), l’atto di abitare ha superato il riferimento alla casa come mero oggetto, in favore di un’interpretazione volta a mettere al centro, piuttosto che l’edificio, le relazioni. Ma non è sempre stato così.
In Italia, l’interesse per il tema si è sviluppato negli anni Venti del Novecento con particolare attenzione al solo dato materiale. Ne risultano ricerche limitanti, rigide, incapaci di osservare il contesto nel quale prendono avvio i cambiamenti. Una svolta di metodo avviene con Lucio Gambi, che adotta una prospettiva storica che, scrive a tal proposito Varotto, gli «consente di avvicinarsi allo studio non solo di dimore “morte” ma anche di quelle situazioni “vive” che sempre più caratterizzano la campagna in rapida evoluzione negli anni del boom economico»10. La casa è stavolta intesa rispetto alle sue funzioni. Gli studiosi sono ora attenti ai dati sociali, economici e naturali che costituiscono le dimore rurali. Anche questo approccio, però, risulta problematico: «una casa intesa quale prodotto socio-politico-economico non ha ragione di esistere nel momento in cui il suo potere o la sua funzione produttiva viene a mancare: l’assetto insediativo appare dunque conseguenza di quello produttivo, e mai viceversa»11. Per uscire dalla retorica della casa intesa come oggetto, occorre addentrarsi nella strada spianata dal pensiero filosofico di Heidegger, il quale è tra i primi a ripensare profondamente il senso dell’abitare. Il filosofo mette in luce «la mancanza di consapevolezza del significato dell’essenza dell’abitare da parte dell’uomo moderno, ossessionato dal lavoro, dalla ricerca del successo, succube dell’industria del tempo libero»12. Da questo momento, abitare vuol dire prestare attenzione alle relazioni con la e nella casa-terra. È Bachelard che, anni dopo Heidegger, indaga la casa come entità che trascende la geometria in favore di un abitare che implica la considerazione delle dialettiche della vita.
4.2 L’importanza delle relazioni interpersonali
La percezione della casa è dunque evoluta, al che, oggi, le relazioni interpersonali e la sfera emotiva hanno un ruolo rilevante nel definire “casa” come “luogo”. Si noti che la Geografia culturale, con luogo, intende un punto nello spazio nel quale i singoli e la collettività proiettano significati, valori e memorie, emozioni ed esperienze.
A dimostrazione di ciò, alla domanda: “Per te, le relazioni interpersonali influenzano il definire “casa” un luogo?”, tutti i partecipanti, seppur in misura diversa, hanno risposto positivamente:

In aggiunta, alla domanda “Cosa ti viene in mente quando pensi a casa tua?”, la maggioranza dei partecipanti ha fornito risposte che coinvolgono il dato emotivo:
Un contesto creato da persone che mi rendono felice.
Il luogo dove riesco ad essere me stessa e a sentirmi in pace.
Un luogo di relazioni, di benessere e di crescita personale.
Le persone a cui voglio bene.
Un luogo che mi fa stare bene, serena e senza preoccupazioni, in cui, se ho voglia, posso isolarmi per pensare a me; ma, se penso a casa, penso anche alle persone che mi fanno stare bene e che mi capiscono.
4.3 L’influenza della globalizzazione e degli spostamenti
Alcuni partecipanti, tuttavia, pensando a casa propria, non fanno riferimento ad un unico luogo:
Il posto in cui mi sento bene, non giudicato e libero. Penso a persone più che a luoghi, a relazioni più che a ubicazioni. Per me casa è l’aula studio che frequento con gli amici, il chiostro dove bevo il caffè con i compagni di corso, la cucina in cui ceno e bevo con i coinquilini, il balcone dove parlo con i nonni, la camera in cui dormo con la mia ragazza.
“Casa” è un concetto ambiguo. In questi anni da fuorisede ho maturato sempre di più l’idea che forse per me casa sarà sempre un insieme di luoghi, di esperienze, di persone e non una città specifica nel suo complesso. Quando penso a casa mia ricordo la mia infanzia nella mia città d’origine, i momenti che ho passato a Padova con le persone che mi hanno mostrato quanto amore c’è nel mondo, le esperienze che mi sono più care. Credo che casa sia un sovrapporsi di immagini diverse, legate a luoghi separati, unite da una strana sensazione indefinibile di appartenenza.
In questo momento ho più case, tutte fatte di persone e ambienti amici e familiari. Sono mia mamma, mia sorella, il marito di mia mamma, i miei animali, che però sono a Lecce; è mio nonno Italo che è il mio rifugio protetto, la mia ancora a Milano; sempre a Milano ho un gruppo di persone con cui ho lavorato che mi hanno fatta sentire accolta; è la mia migliore amica, che, non importa dove sia, è sempre casa; è dove abito a Padova con le mie coinquiline, ma anche la stessa città con il suo mercato, il ghetto, il Santo, il bar dove sanno già che cosa ordinerò; è il Beato Pellegrino che mette pace al mio cuore; in sessione è casa di Rebecca, l’amica con cui preparo gli esami.
Nel tempo, infatti, anche il concetto di luogo è cambiato. Si tratta di un’evoluzione risultante dalle nuove premesse poste dalla globalizzazione. Se la casa è un luogo, essa si è adattata a tale evoluzione. Abbiamo quindi chiesto ai partecipanti se, per loro, fosse possibile sentirsi a casa in più luoghi contemporaneamente, e il 92.5% ha risposto in modo affermativo.
4.4 Casa come non luogo
D’altro canto, una buona percentuale dei partecipanti, non identifica nessun luogo come casa. Si noti che l’opzione “non identifico nessun luogo come casa” è stata aggiunta solo nel secondo questionario (grafico 4.4.2), dietro suggerimento dei partecipanti al primo (grafico 4.4.1):


In aggiunta, quando abbiamo chiesto ai partecipanti di descrivere ciò che veniva loro in mente pensando alla propria casa, non ci sono arrivate solo le risposte positive sopracitate. Per alcuni, casa è “confusione”. Non bisogna dunque cadere nell’errore di romanticizzare la relazione degli individui con la propria abitazione. È infatti possibile considerare quest’ultima non come rifugio sicuro, ma come uno spazio che veicola un senso di spaesamento. In riferimento al grafico 4.4.2, si noti che per il 13,2% dei partecipanti, l’idea di casa come proiezione di relazioni e significati entra in crisi, come se la casa perdesse la propria identità e diventasse, riprendendo la definizione di Marc Augé, un “non luogo”.
Conclusioni
Da questa intervista diffusa emerge come l’esperienza del fuorisede, così come quella dell’abitare, non possano essere ridotte a definizioni rigide o confini geografici prestabiliti, ma vadano comprese come fenomeni complessi, in cui la dimensione soggettiva prevale su quella oggettiva.
L’identità del fuorisede si costruisce nello “spazio vissuto”, diviso tra la città di origine e quella di arrivo, in una continua ridefinizione del concetto di “casa” e di rinnovamento della rete affettiva e sociale, che diviene più ampia e complessa, influenzata da fattori eterogenei e interdipendenti.
“Sentirsi fuorisede” coincide, allora, con la sfida di imparare a ricreare un senso di appartenenza in luoghi sconosciuti, trasformando lo “spaesamento” in possibilità.
Note:
- Treccani. (s.d.). «Fuorisede», in Vocabolario Treccani online. Fuorisède – Significato ed etimologia – Vocabolario – Treccani, data di ultima consultazione: 09/10/2025 ↩︎
- Fonte: Portale dei Dati dell’istruzione superiore – MUR, data di ultima consultazione: 09/10/2025 ↩︎
- Fonte: dati statistici iscritti – UniPD, data di ultima consultazione: 09/10/2025 ↩︎
- L’autobus che riporta a casa gratis i fuorisede per Natale, in La Stampa, 22/12/2022 ↩︎
- Giada Peterle, dopo la laurea in Filologia moderna, consegue il dottorato in Historical, Geographical and Anthropological Studies nel 2017 presso l’Università degli Studi di Padova, dove ricopre attualmente il ruolo di ricercatrice a tempo determinato e di direttrice del Museo di Geografia. Ad oggi si occupa degli insegnamenti di Geografia letteraria e Narrative geographies and landscape storytelling. ↩︎
- L’area complessiva del comune di Padova è di 92 km^2 (fonte). Approssimando la sua estensione ad un cerchio, si ottiene un raggio di circa 5.4 km. Per calcolare il raggio medio della provincia di Padova (estensione di 2142 km^2, fonte) e della regione Veneto (estensione di 18399 km^2, fonte) si è proceduto con la medesima approssimazione, calcolando un raggio di circa 25,5 km per la prima e di 76,5 km per la seconda.
↩︎ - Fonte: UniPD – Tabella delle distanze geografiche 2025-2026 ↩︎
- Crisi abitativa: quasi mille studenti senza casa, in TV7, 10/09/2025 ↩︎
- C. Francesconi, Padova, il mattone a peso d’oro: ecco i prezzi in città, in Il Mattino di Padova, 15/09/2025 ↩︎
- M. Varotto, Abitare oltre le abitazioni: aperture geografiche (1), in «Rivista Geografica Italiana», vol. 113, 2006, pp. 261-284. ↩︎
- Ivi, p. 264-265. ↩︎
- Ivi, p. 268. ↩︎
Lascia un commento