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Maternità

Mi chiamo Maternità. O, almeno, così mi hanno battezzata. Osservo il mondo scorrere dal cortile esterno del reparto di ginecologia, tra gli alberi, le panchine e le rastrelliere per le biciclette, oltre l’inferriata grigia, oltre il traffico di autobus, macchine e ambulanze. Tengo in braccio un neonato. Mio figlio, suggerisce il mio nome. Una donna e un bambino: la maternità. Un’equazione antica.

Sono seduta, leggermente reclinata, le gambe sollevate a reggere il peso del bambino. Il mio creatore, c’è da riconoscerlo, è stato molto abile: sul mio viso bronzeo si leggono uno sguardo di affetto, un sorriso appena accennato, un’espressione serena. Un volto che ricorda le rappresentazioni religiose della Madonna col Bambino, simboli di bellezza idealizzata. Sono nuda, coperta solo parzialmente da un velo che serve più a mostrare che a celare, ad esaltare le curve sinuose, i seni scoperti, le gambe toniche e snelle: tutto ciò che dovrebbe identificarmi come donna.

La statua di un mio fratello, un padre, non sarebbe mai stata scelta per un reparto di andrologia e risulta difficile anche solo pensarlo. La salute maschile non viene rappresentata in questo modo, non è ridotta, semplificata, ammorbidita da un’immagine tanto precisa.

È ancora presto, oltre ai primi pazienti arriva il personale sanitario. Si riconosce subito, dalla camminata spedita, dallo sguardo dritto, i grandi zaini sulle spalle. I pazienti, invece, camminano più lentamente, si guardano intorno, lo sguardo confuso, i faldoni di impegnative e referti in mano. Ogni tanto qualcuno chiede indicazioni. Nessuno si ferma a osservarmi.

Ci sono molte giovani donne, qualche ragazza, ma anche diverse anziane; donne sole o accompagnate. Io parlo davvero a tutte loro? Sono tutte qui per cercare o portare a termine una gravidanza? Quante di loro sono qui perché figli non vogliono o non possono averne? Quante per la paura e il dolore di una diagnosi? Davanti a tutte loro, sembro sussurrare che il loro corpo e la loro identità siano racchiusi tutti lì: nell’ideale di maternità.

Non tutte sono madri. Non tutte vogliono esserlo. Non tutte possono esserlo. E io, con il mio sorriso sereno e il bimbo in grembo, resto qui, come a dire: «Questo è ciò che dovresti essere. Questo è ciò che dovresti voler essere».

Anche questa mattina sono rimasta sul mio piedistallo, in attesa di attenzioni, anche solo di uno sguardo distratto. Di donne in evidente stato di gravidanza o con un neonato in braccio, non ne ho vista neanche una.

In copertina: La Madonnina o La Madonna del riposo (1897), dipinto su tavola, Roberto Ferruzzi. (Fonte: Filiconia Mariana: Madonnina del Ferruzzi)

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