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Laboratorio di teatro in lingua portoghese. Intervista a Erica Taffara

Erica Taffara è attrice e regista teatrale, nonché formatrice. Ad oggi collabora con il DiSLL dell’Università degli Studi di Padova per il Laboratorio di Teatro in lingua portoghese e il Laboratorio di Teatro per il corso di laurea triennale in DAMS.

Come è nata l’idea di diventare attrice di teatro? Che percorso hai seguito?

Partivo già da una formazione artistica. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte, mi sono diplomata alla Scuola di Restauro di Botticino, e per anni ho lavorato in un laboratorio. Col tempo ho aperto una mia attività di restauro, in cui mi occupavo di dipinti, affreschi e sculture lignee e policrome, e mi dedicavo alla pittura. 

Poi, ho sempre fatto molto sport, fin da piccola. Il desiderio di fare teatro è quindi nato proprio dal bisogno di mettere insieme il lavoro fisico e il mio lato artistico. 

Ho frequentato un percorso di tre anni presso la Scuola di Teatro “Ulisses”, a cura dell’associazione Teatrocontinuo, che oggi non esiste più. Già al secondo anno, quando avevo ventisette anni, sono entrata in compagnia. Dopo un anno in cui mi sono divisa tra l’attività teatrale e il laboratorio di restauro, ho preso la decisione di dedicarmi interamente alla recitazione. 

Il mio è stato un percorso caratterizzato da una certa continuità. Da restauratrice lavoravo con le soprintendenze dei beni monumentali, in chiese e musei. Da attrice, ciò che inizialmente mi ha più colpito è stato proprio un percorso di spettacoli nelle aree archeologiche, con le soprintendenze per i beni archeologici della Campania, della Basilicata e della Calabria. Sono stati percorsi quasi pionieristici: abbiamo cominciato nel 1995, quando queste attività non erano così diffuse (ad esclusione, ovviamente, degli spazi strettamente deputati all’attività teatrale, come anfiteatri e teatri antichi).

Ad oggi fai parte di una compagnia? Quale?

Sono rimasta con Teatrocontinuo fino alla sua chiusura, avvenuta nel 2008, anno in cui il nostro regista, Angelo Nin Scolari1, è venuto a mancare. I miei ruoli spaziavano dalla recitazione alla formazione e dall’aiuto-regia alla scenografia. Il Teatrocontinuo nasce per volere di Scolari dal Teatro Popolare di Ricerca (fondato da Lorenzo Rizzato2). È stato per lungo tempo uno dei più importanti teatri di ricerca, ossia una forma di teatro che lavora fuori dai circuiti tradizionali, concentrandosi sulla sperimentazione e l’indagine di nuove forme di espressione e comprensione del linguaggio teatrale. Un esempio è il processo di training fondato da Nin, che unisce arti marziali varie, teatro kathakali3 e altre discipline teatrali. Seppur in minima parte, è una forma di training che cerco di passare agli studenti che frequentano i laboratori.

A seguito della morte di Nin, la moglie e collaboratrice Luciana Roma ha fondato un centro d’arte in via Riviera Paleocapa 74, raccogliendo e conservando i documenti e le testimonianze dell’operato di Scolari e degli spettacoli per Teatrocontinuo

Come compagnia, invece, abbiamo continuato il nostro lavoro con il nome di Talea Teatro. Il nome deriva dal titolo del primo spettacolo in Teatrocontinuo. Dopo qualche anno, nel 2014, abbiamo avuto l’opportunità di unirci al Teatro Popolare di Ricerca, grazie a Pierantonio Rizzato, e ad altre compagnie, tra cui Amistadteatro. Si tratta di un percorso di dieci anni, in cui le nostre produzioni si sono influenzate a vicenda, ma hanno anche mantenuto una certa indipendenza, fondando la cooperativa TOP – Teatri Off Padova. 

Abbiamo in repertorio diversi spettacoli collettivi, tra cui classici (come “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare, con traduzione a cura di Alessandra Petrina4). Tra gli spettacoli di TOP abbiamo, ad esempio, “Binario Vivo”, un testo di Ernesto Milanesi5 nell’ambito del teatro sociale: è ispirato alla storia vera di un immigrato che ha attraversato la Manica. 

Sempre nell’ambito del teatro sociale, ho collaborato con Medici senza Frontiere in progetti riguardanti l’immigrazione e il teatro al femminile, e porto avanti lo spettacolo “Cassandra”, monologo misto tra teatro antico e contemporaneo. 

Da una collaborazione tra Talea Teatro e TOP Teatri Off Padova è nato il progetto Thaleia, il Theatre Alive Experience to Innovate Audience, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando “Cultura Onlife 2022”. L’obiettivo del progetto è quello di promuovere il turismo culturale ed esperienziale nel padovano. Tra le proposte, c’è quella di congiungere i diversi musei della provincia di Padova con i Colli Euganei tramite pista ciclabile e percorso pedonale. 

Ad oggi stiamo preparando uno spettacolo da mettere in scena al museo di Montegrotto, dove mi occupo anche di attività laboratoriali per bambini: attraverso il teatro, arrivano a diventare i protagonisti e raccontare il museo agli adulti. Siamo riusciti ad includere anche gli studenti del DAMS dell’Università di Padova, ente sponsor del progetto. 

Anche per il progetto di Montegrotto siamo finanziati tramite due bandi, vinti col PNRR tramite l’Università Ca’ Foscari. Prevede un lavoro di indagine sul territorio con creazione di un database. Il 28 settembre sarà la giornata dell’acqua e Montegrotto ospiterà un convegno nazionale sull’acqua termale. Il giorno dopo metteremo in scena lo spettacolo in uno spazio aperto a tutta la cittadinanza. 

All’interno della compagnia coesistono realtà diverse. Ad esempio, Gianni Bozza (presidente di Talea Teatro) e Loris Contarini (presidente di Teatri Off Padova) lavorano molto con il teatro d’impresa e storytelling. Pierantonio Rizzato, invece, collabora con l’Università di Padova per i laboratori teatrali in lingua all’interno del DiSLL. 

Chi è l’attore di teatro? Cosa lo differenzia da altre forme interpretative?

Oggi diverse forme espressive e artistiche si stanno contaminando, grazie a un fenomeno nato negli anni ‘40-‘50. In un processo graduale e spontaneo, chi si occupava di cinema negli Stati Uniti ha cominciato a seguire anche il percorso Stanislavskij6.

Le tipologie di attori di teatro sono innumerevoli, che si tratti di teatro amatoriale, di Commedia dell’Arte, Antico, alla Peter Brook… Dipende molto dal regista con cui si lavora, dalla poetica che ha, da cosa predilige. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’ingresso delle tecnologie sul palco, con una prospettiva di “live” e “online” che si intersecano. 

Finché il pubblico dimostra interesse, qualsiasi forma di teatro e di recitazione ha senso di esistere. Personalmente, preferisco lavorare con forme di teatro in cui parola e corpo entrano in simbiosi, con un lavoro sull’intenzionalità della parola trasmessa attraverso la corporeità. Ciò non vuol dire che i due aspetti debbano sempre realizzarsi in contemporanea, ma che occorre trovare un equilibrio. Mi piace il teatro di azione, quello in cui “avvengono cose”: sono un po’ distante, per questo motivo, dai teatri di narrazione. 

Che cos’è, per te, la recitazione: un lavoro, una passione o una vocazione? Come hai vissuto la scelta di cambiare professione?

Secondo me deve essere prima di tutto una passione, a cui si associa tantissimo lavoro. Esiste sicuramente la componente del talento, ma, come tutta l’Arte, anche quella teatrale si può imparare. Il momento in cui dentro di noi nasce un bisogno, un forte desiderio, è già in sé una forma di vocazione. 

Mi manca un po’ il lavoro di restauro, nel mio piccolo cerco di riprenderlo e ho sempre continuato a dipingere. Il mondo del restauro mi ha sempre affascinata perché è come entrare dentro l’arte di un altro. E’ anche il motivo per cui mi piace lavorare nelle aree archeologiche, è una sensazione quasi da sindrome di Stendhal. 

Nell’area archeologica mi sento a casa e il restauro mi dà la stessa sensazione. Per questo per me il lavoro sullo spazio è fondamentale, come la costruzione della scenografia. Nei siti archeologici gli allestimenti devono essere temporanei, con teli o strumenti che non vadano ad impattare sul luogo, ma che lo trasformino, in un dialogo tra la pietra e lo spazio. Per cui, sì, mi manca, ma è un aspetto che ritrovo anche nella mia professione attuale. 

C’è un personaggio che hai interpretato a cui sei rimasta particolarmente legata?

L’ultimo personaggio che mi viene in mente è quello di Cassandra, che ho impostato e sviluppato da cinque anni. Se vado più indietro nel tempo, penso sicuramente a Ofelia. Mi affascinano questi due personaggi, apparentemente opposti: Ofelia è un po’ “stralunata”, con la testa per aria, mentre Cassandra è una donna con i piedi per terra.

In quali progetti sei coinvolta per il DiSLL di Padova? Cosa può dare in più un’esperienza del genere durante il percorso universitario?

Quest’anno mi sto occupando del laboratorio di teatro in lingua portoghese. In questi laboratori l’appoggio dei docenti di lingua è fondamentale: il testo e il progetto di quest’anno sono a cura dei docenti Maria da Graça Gomes de Pina7 e  Jose’ Emanuel Coelho Vieira8. Lo spettacolo finale “O morto e o peixe frito” (adattamento liberamente tratto da Ondjaki) si terrà il 26 giugno 2025 presso il Cinema Lux di Padova alle ore 21:00.

Per quanto riguarda gli studenti, dipende molto dal motivo per cui si sceglie di fare questa esperienza. Per gli studenti del DAMS è un percorso fondamentale e, forse, si fa addirittura troppo poco. Il poter costruire una storia e capire come metterla in scena, come recitare, costruire i loro personaggi, può essere di notevole aiuto nella loro formazione.

Il teatro in lingua, invece, aiuta molto nell’apprendimento della lingua stessa e il teatro passa più in secondo piano. Imparare un testo in una lingua straniera contribuisce a memorizzare vocaboli e strutture sintattiche. Si tratta, poi, sicuramente anche di un processo disinibitorio, che consente di parlare in maniera più sciolta. 

Sono esperienze che servono anche a fare gruppo, si crea sempre una dinamica sempre un po’ particolare. Condividere una stessa esperienza, affrontare le stesse difficoltà, creare un bel feeling in pochissimo tempo. 

Quali competenze può insegnare il teatro che siano utili anche al di fuori del palcoscenico? Hai mai notato cambiamenti significativi negli studenti che frequentano i laboratori?

Sicuramente si impara ad esporre in maniera più disinibita, sciolta. Poi è un’esperienza utile a comprendere l’importanza del linguaggio del corpo, che è anche un insegnamento che portiamo nel teatro d’azienda o ai bambini. 

Si impara ad utilizzare il tono di voce per comunicare un senso diverso, che va al di là del significato letterale. Ne ho visto l’utilità anche nel progetto “Intrecci di donne”, cominciato nel 2007 come teatro sociale per rifugiate e poi continuato come corso di teatro al femminile. 

Il cambiamento, certo, riesco a vederlo anche negli studenti. Si aprono di più, alcuni arrivano a creare legami solidi. Il teatro è un luogo in cui i ruoli sociali si scardinano: chi sembra più gradasso o estroverso può incontrare delle difficoltà che lo spingono a riflettere su di sé durante il percorso. Viceversa, chi è più introverso può trovare lo stimolo per uscire dalla propria bolla.

Cosa ti piace di questo lavoro, del lavorare con gli studenti?

Più in generale, mi piace lavorare con i giovani, perchè mi consente di capire le nuove generazioni e i loro problemi. E’ un contatto per me fondamentale. Poi apprezzo molto lo scambio reciproco che si crea, in un ambiente di grande energia e vitalità. 

Lavorando per tanti anni con i giovani ho potuto percepire una trasformazione rispetto a quindici anni fa. Una volta, se chiedevo ai ragazzi quali argomenti volessero trattare o cosa avvertissero il bisogno di esprimere sulla scena, venivano fuori molti più spunti, molte più idee diverse. Oggi molti ragazzi sono angosciati dal loro tempo, dalla velocità delle informazioni, dai social e dalla necessità di apparire, dal bombardamento mediatico. Se fino a qualche anno fa gli argomenti più sentiti erano le situazioni di guerra o il problema ambientale, oggi si è maggiormente concentrati sulle criticità della comunicazione digitale – il che è preoccupante. 

E’ un lavoro che spesso mi mostra la discrepanza tra ciò che gli adulti credono che i giovani pensino e ciò che invece vivono davvero.

Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi vorrebbe intraprendere una carriera nel teatro?

Come prima cosa occorre capire chi sei e cosa ti piace, perché esistono tante tipologie diverse di teatro. Così come molti e vari sono i ruoli all’interno del mondo teatrale: regia, scenografia, scrittura… 

Occorre lanciarsi, provare, sperimentare. Io suggerirei di trovare un gruppo teatrale o una scuola (dipende dal tipo di impegno che si ricerca). Anche passare per il corso di Danza, Arti, Musica e Spettacolo può portare a diversi percorsi. 

Bisogna saper rubare: un artista deve saper prendere, fare proprio, tutto quello che vede e prova nel percorso, tenerlo ben riposto nei cassetti del proprio bagaglio personale. 

Cosa ti ispira quando sali su un palcoscenico? Quali sensazioni si provano in scena? Hai un rituale o un “portafortuna” prima di esibirti?

C’è talmente tanto lavoro dietro che voglio sfatare il mito del “salire sul palco”: lavorare da soli non è meno importante dell’esibirsi davanti a un pubblico. 

Per me tutto nasce dal bisogno di muovermi, di essere “dentro” ciò che faccio. Occorre partire da sé, da quello che si è e dalle improvvisazioni, per arrivare al personaggio. Io solitamente parto dal lavare la sala, ho un rituale fatto di tante cose che non ho voglia di fare, per poi arrivare a ciò che amo davvero. E’ un privilegio poter costruire questo percorso, tirare fuori cose da dentro di me e rielaborarle.

Andare in scena è sempre una grande emozione, ma non è il punto d’arrivo: il rapporto col pubblico serve per far uscire un lavoro che hai già fatto da solo. D’altro canto, il dialogo con il pubblico è in sé l’essenza del teatro.

Un rituale che abbiamo come compagnia, e che ci portiamo dietro da Teatrocontinuo, è stare almeno mezz’ora in silenzio prima dell’esibizione: evitiamo di parlarci se non strettamente necessario, ci scaldiamo per bene con il corpo e la voce. Io, poi, devo sempre ripetere la prima battuta: so che tutto il resto verrà da sè, mi serve solo per entrare nel personaggio. 

Un’altra cosa che faccio spesso prima di entrare in scena è pensare a una persona, del mio presente o del mio passato, a cui dedicare l’esibizione.

Qual è il messaggio che vorresti lasciare agli studenti che ci leggono?

Se decidete di fare una cosa, fatela per bene, immergetevi dentro. Non siate avari di tempo ed energie, dedicate tutti voi stessi. Considerate il presente come l’unico momento in cui potete dedicarvi a ciò che fate, non siate ossessionati dal dover correre dietro a ogni treno che passa. 

Lo dico perché vedo tanta dispersione, non per colpa dei ragazzi, ma della moltitudine di offerte che a volte crea confusione. Probabilmente, il treno che vi è passato accanto mentre vi stavate dedicando ad altro non vi era destinato. E se lo era, ripasserà.

Note:

  1. Angelo Nin Scolari (1939 – 2008), anche noto come il Nin, è stato prima attore e poi regista di teatro. Al percorso universitario di docenza e ricerca in Geologia affianca un proficua attività teatrale. Nel 1975 fonda Teatrocontinuo assieme a Luciana Roma, indirizzando la ricerca teatrale verso una prospettiva antropologica fortemente influenzata dal mondo classico. ↩︎
  2. Lorenzo Rizzato (1935 – 2019), attore e regista, fonda il Teatro Popolare di Ricerca nel 1964 a Padova. Dal 1960 è stato disegnatore tecnico presso l’Istituto di Idraulica dell’Università degli Studi di Padova, incrociando la propria esperienza con il disastro del Vajont.
    ↩︎
  3. Forma espressiva di teatro-danza indiana. ↩︎
  4. Alessandra Petrina, professoressa ordinaria di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Padova. ↩︎
  5. Ernesto Milanesi (Padova, 1961-), giornalista dal 1980 e drammaturgo. ↩︎
  6. Konstantin Sergeevič Stanislavskij (Mosca, 1863 – Mosca, 1938) è stato attore e regista teatrale, nonché teorico del teatro. Il metodo che porta il suo nome si basa sulla profondità psicologica data ai personaggi e la ricerca di contatto tra mondo interiore dell’attore e costruzione del personaggio. Per approfondire l’argomento si consigliano le due opere principali di Stanislavskij: Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio. ↩︎
  7. Maria da Graça Gomes de Pina, docente di Lingua e Letteratura portoghese e brasiliana presso l’Università degli Studi di Padova. ↩︎
  8.  Jose’ Emanuel Coelho Vieira, docente di Lingua portoghese-brasiliana presso l’Università degli Studi di Padova. ↩︎

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