di Raffaella Castrovilli

«Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte […] ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne».1
Sono queste le parole con cui la giornalista Oriana Fallaci esordisce nel suo saggio di inchiesta Il sesso inutile. Pubblicato nel 1961 dalla casa editrice Rizzoli, il libro è un resoconto chiaro ed accurato del lungo viaggio che la giornalista toscana ha affrontato, in compagnia del suo assistente e fotografo Duilio Pallottelli, alla scoperta della condizione delle donne in Oriente. Dal passo riportato si evince che Fallaci non avrebbe voluto parlare delle donne come se fossero soggetti straordinari, una specie rara da studiare ed esporre al pubblico affinché quest’ultimo ne ammirasse le peculiarità. Infatti, prima che il caporedattore le chiedesse esplicitamente di trattare un argomento tanto delicato e controverso, la giornalista ha raccontato le celebrità del cinema e numerose vicende di guerra, informando i lettori in modo adeguato su questioni belliche e sociali, con quel piglio originale, caratteristico del suo stile. Mai Oriana Fallaci avrebbe potuto immaginare che parlare delle donne potesse costituire in qualche modo un argomento interessante: cosa avevano le donne di tanto speciale da necessitare di una trattazione specifica? La giornalista ebbe modo di scoprirlo molto presto, durante una cena da lei tenuta con una ragazza intraprendente e di successo che conosceva e che, indirettamente, le mostrò, nel pieno di una conversazione dai toni malinconici, quanto le donne non contassero nulla, soprattutto in alcune parti del mondo. Le parole insoddisfatte della ragazza resero chiaro alla giornalista che parlare delle donne sarebbe stato l’unico modo per dare un volto ed una voce a corpi trasparenti, abitatori silenziosi di questa terra, schiacciati dal peso del patriarcato più estremo. Spronata, dunque, da quella conversazione inaspettata, Oriana Fallaci inizia il suo viaggio come inviata de L’Europeo, ed è un viaggio ben strutturato che, lungo le pagine del saggio di inchiesta, si trasforma in un itinerario significativo, guidato da dirette e graffianti parole, cariche di quella rabbiosa ma giusta polemica che ha sempre contraddistinto la giornalista toscana. Ella parte dall’incontro toccante con una intimorita sposa bambina in Pakistan, per poi confrontarsi con Rajkumari Amrit Kaur a New Delhi, perdersi tra i discorsi delle matriarche in Malesia, dialogare a tu per tu con la famosa scrittrice Han Suyin a Singapore, conoscere il senso di esclusione ed isolamento delle virtuose donne cinesi ad Hong Kong, cercare invano di comprendere le donne giapponesi a Tokyo, provare a dare un senso alla vita particolare delle geishe a Kyoto, tentare di riconnettersi con il mondo delle origini presso le isole Hawaii, ed infine concludere a New York l’impegnativa trasferta, con una riflessione profonda sul trionfo apparente delle donne forti sugli uomini deboli nel mondo occidentale. Sarebbe senz’altro arricchente uno studio attento di ciascuna esperienza, ma questo è un esercizio che i lettori potranno certamente fare in autonomia, se lo vorranno, eventualmente partendo dalle riflessioni che qui si vogliono tentare su alcune delle numerose tappe elencate. Riavvolgiamo il nastro e torniamo a Karachi, Pakistan, la prima delle tappe in cui Oriana Fallaci ha inaugurato il suo viaggio tanto interessante quanto sconcertante. Come detto in precedenza, la prima donna incontrata dalla giornalista è in realtà una bambina che, nascosta e cancellata dal tradizionale velo, dai pesanti gioielli, dalle eleganti decorazioni all’henné, attende il suo destino di sposa infelice, perché così è stato deciso, e il suo volto impaurito nulla può contro i benefici economici che quell’unione aberrante avrebbe portato alla sua famiglia. Potremmo percepirla come una storia lontana, una storia che non ci appartiene, che non ci riguarda ma— sebbene siano passati sessantaquattro anni da quando quella bambina ha destato lo sconcerto della giornalista— ci sono cose che sembrano non cambiare mai e che dovrebbero interessare anche noi, affinché non vengano ignorate. Basti pensare che il 21 gennaio 2025 il Parlamento Iracheno ha approvato un emendamento legislativo che mette in discussione la legge 188/1959, introducendo nuovamente per le bambine la possibilità di contrarre matrimonio a partire dai nove anni di età2. A ciò si deve aggiungere che, teoricamente, nello stesso Pakistan, le spose bambine non avrebbero dovuto esserci ai tempi dell’inchiesta, come non dovrebbero esserci oggi, contrariamente a quanto accade: a ben vedere nel 1929 il Pakistan’s Child Marriage Restraint Act stabilì che le ragazze si sarebbero potute sposare soltanto a partire dai sedici anni ed i ragazzi non prima dei diciotto anni, ma questa legge evidentemente non fu applicata con rigore, considerando la realtà con cui si è confrontata la giornalista. Inoltre, a partire dall’aprile del 2014, la Sinth Assembly, al fine di implementare il precedente emendamento, ha adottato il Sindh Child Marriage Restraint Act, stabilendo che sia ragazzi che ragazze non possono sposarsi prima di aver compiuto diciotto anni3. Tuttavia, sebbene tali provvedimenti abbiano in parte arginato il fenomeno dei matrimoni infantili, questi ultimi non sono mai del tutto scomparsi; al contrario, la situazione sembra essersi inasprita in tempi recenti. Dal 2007 ad oggi la percentuale di spose bambine è aumentata nuovamente, a causa delle avverse condizioni climatiche che hanno colpito, e ancora colpiscono, il Pakistan, portando al fenomeno delle monsoon brides4: termine con cui si intende che le bambine pakistane si sposano molto prima dei diciotto anni, perché le famiglie temono che in futuro possa diventare più difficile trovare per ciascuna delle proprie figlie un marito disposto a pagare una dote adeguata, tenendo conto dei continui disastri economici, causati appunto dalle precarie condizioni ambientali. Ma quello delle spose bambine non costituisce l’unico problema sociale riscontrato in Pakistan dall’inviata: restando nella stessa città, Fallaci si confronta con una donna ripudiata dal marito tramite la semplice formula «Talàk, Talàk, Talàk»5, perché ormai vecchia e non più in grado di mettere al mondo dei figli, diventando, agli occhi del consorte, un inutile fardello da mantenere senza alcun beneficio. Tutti in città conoscono la donna come la «Madre dell’Assente»6: il suo unico bambino non è mai nato, perché il medico che avrebbe potuto salvargli la vita era un uomo, ma l’intervento da parte di quest’ultimo avrebbe potuto compromettere l’integrità morale della donna —fatto inammissibile— tanto che le fu imposto di preservare il suo onore, evidentemente più prezioso della vita stessa del bambino. È questa la donna conosciuta da Oriana Fallaci: una vittima esausta delle angherie del marito, subite sin da quando aveva quattordici anni; è una donna di ormai quarant’anni, annullata dal burqa, che, una volta tolto, nausea la giornalista per il fetore emanato dalle sue stoffe; è una donna tristemente consapevole del suo amaro destino di ripudiata, alla quale ormai non resta nulla se non una grigia vita come serva presso qualche istituto o qualche famiglia bisognosa. Si può dire a gran voce che in questa storia, come nella precedente, siano racchiuse questioni su cui ancora le donne islamiche si battono con parole piene di amarezza, nel tentativo di migliorare la propria condizione: dalla necessità di maggiori diritti sul divorzio, alla libertà di non indossare il velo, alla tutela della propria dignità. Di fronte a realtà come queste, in cui le donne faticano ad affermarsi come vorrebbero e sono costrette al giogo di leggi in grado di strappare repentinamente via diritti faticosamente conquistati, tornano in mente le considerazioni di Machiavelli che, ponendosi sulle stesse tracce dello storico Polibio, parla, nei suoi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, di una anaciclosi7 dei regimi politici, i quali si ripetono sempre uguali, testimoniando indirettamente la ciclicità della storia, in cui si annulla il progresso con il regresso, l’evoluzione con l’involuzione, il nuovo con il vecchio. Così, per ogni traguardo conquistato, le donne tengono a mente la possibilità che esso possa essere loro sottratto o messo in discussione; un ragionamento, questo, che, si badi bene, non è circoscritto esclusivamente al mondo orientale. È senz’altro vero che Oriana Fallaci nel saggio qui analizzato racconta l’Oriente, ma è altrettanto vero che lo fa con la consapevolezza di un Occidente ugualmente soggetto al degradante andamento della storia: non è evidentemente un caso che, dopo aver fatto ritorno nell’ ‘evoluto Occidente’, la giornalista abbia sviluppato le sue considerazioni più interessanti a proposito della condizione universale in cui vivono le donne:
«Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi».8
Girando per le strade americane di New York, ultima tappa del viaggio, in compagnia dell’assistente Duilio e di Laureen, ragazza di quest’ultimo, Fallaci riflette su quanto le donne siano divorate da un aut-aut imprescindibile, rinunciando a quella zona grigia tra prevaricazione e subalternità capace di garantire un rapporto realmente equo con l’altro sesso. In tal senso, le parole della giornalista ci riportano ancora una volta alla letteratura, nonché agli autori del passato. In particolare, vengono in mente, tanto per citarne alcuni tra i più noti, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, con i loro personaggi femminili che dominano rispettivamente l’Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata: alla casta Bradamante, emblema del virtuosismo muliebre, si accosta l’altrettanto virtuosa Clorinda, in un duplice trionfo di vittoriose imprese militari, degne di un’Amazzone9; imprese che tuttavia si consumano veloci a detrimento di un eroismo consolidato e legittimato. A questo proposito, sono interessanti le osservazioni di Maggie Günsberg, la quale, analizzando i personaggi femminili presenti nell’opera ariostesca e tassiana, ne mette in luce i limiti a cui sono costretti in virtù di una aprioristica logica di genere10. Più precisamente, la studiosa fa notare che tanto Bradamante quanto Clorinda vengono introdotte nella narrazione con caratteristiche tipicamente maschili, le quali perdono gradualmente vigore con l’evolversi delle vicende di cui sono protagoniste: Bradamante compare per la prima volta nel canto I dell’Orlando Furioso, ed è presentata con queste parole mentre sta per imbattersi nel Re Sacripante:
«Ecco pel bosco un cavallier venire, il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero: candido come nieve è il suo vestire, un bianco pannoncello ha per cimiero».11
La guerriera, avvolta da un’elegante armatura, si aggira nel bosco, si batte con Sacripante e lo sconfigge, mettendolo in ridicolo. Questa è la prima di molteplici altre imprese compiute dall’eroina, la cui natura mascolina tende, come detto, a ridursi gradualmente, per spostare l’attenzione del lettore sui dettagli riguardanti il suo aspetto fisico. L’accento grave sulla bellezza lascia sempre più spazio alla femminilità della virago, sino a reprimerne del tutto l’indole guerresca nel canto XLVI, quando Bradamante non può battersi contro Rodomonte, ospite indesiderato nel giorno del suo matrimonio con Ruggiero, ma può soltanto limitarsi a passare a quest’ultimo l’armatura e vivere da spettatrice la battaglia. Similmente, Clorinda compare sulla scena nel canto II della Gerusalemme Liberata, ed è descritta come:
«[…] un guerriero (Ché tal parea) d’alta sembianza e degna; e mostra, d’arme e d’abito straniero, che di lontan peregrinando vegna».12
Con queste parole, appunto, Tasso introduce la guerriera, per merito della quale Olindo e Sofronia vengono sottratti al destino di morte che sarebbe spettato loro per conto del crudele Aladino. Ma la sorte di Clorinda è segnata, tanto che, nel canto XII, Tancredi, inconsapevole di chi si celasse dietro l’armatura dell’avversario, che aveva poco prima distrutto la torre mobile dell’accampamento cristiano, la uccide in un combattimento dalle sfumature carnali, attraverso le quali la femminilità della guerriera morente si afferma del tutto, a discapito della marcata virilità sino a quel momento dimostrata:
«Ma ecco omai l’ora fatale è giunta che e ’l viver di Clorinda al suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta che vi s’immerge e ‘l sangue avido beve: e la veste, ch’or vago trapunta le mammelle stringea tenera e leve, l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente morirsi e ’l piè le manca egro e languente».13
In questi episodi Maggie Günsberg vede sottolineata l’incompatibilità del maschile e del femminile in uno stesso individuo: in entrambe le guerriere affrontate la componente ‘virile’ viene domata e annullata, seppur secondo modalità differenti. Analogamente, i personaggi maschili caratterizzati da tratti femminei devono liberarsi di questi ultimi, così che la virilità possa prevalere sulle tendenze caratteriali femminili: nella Gerusalemme Liberata Tancredi ‘sconfigge’ la propria stasi, attitudine reputata femminile, uccidendo Clorinda, che la incarna fisicamente e ne è la causa; parimenti, Rinaldo abbandona Armida nel canto XVI, dimostrando di aver dominato la sua libido, impersonata della maga.14 L’importante differenza tra personaggi femminili e maschili risiede nella dinamica di repressione del genere non corrispondente al sesso biologico; vale a dire che i personaggi femminili, perdendo la propria virilitas, perdono anche autonomia ed indipendenza; i personaggi maschili, al contrario, ritrovano l’indipendenza perduta, liberandosi dei ‘difetti donneschi’. Le osservazioni presentate da Maggie Günsberg troverebbero riscontro anche nella letteratura classica: se si guarda alla letteratura latina, ad esempio, si potrebbe ravvisare l’incompatibilità tra caratteristiche maschili e femminili nella valorosa Camilla, eroina dell’Eneide virgiliana, poema epico monumentale, che ne descrive le caratteristiche fisiche nel libro VII, per poi rivelarne la storia nel libro XI:
«Hos super advenit Volsca de gente Camilla agmen agens equitum et flotentis aere catervas, bellatrix, non illa colo calathisve Minervae femineas adsueta manus, sed proelia virgo dura pati curusque pedum praevertere ventos».15
Anche lei, donna guerriera, alleata militare di Turno contro Enea, conquistatrice indefessa di successi, trova la morte per mano del giovane Arrunte, dopo aver dedicato l’intera sua vita alle armi e dopo aver rinnegato la femminilità canonicamente ancorata ai ruoli di moglie e madre. Camilla viene colpita alle spalle in un momento di distrazione dovuto al femineus amor per la preziosa armatura di Cloreo: si tratta di un gesto di vanità che, nonostante le sia fatale, permette alla guerriera di ritrovare inconsapevolmente la femminilità aborrita; ella, infatti, in quel frangente mortale, risponde a uno stereotipo prettamente femminile, lasciandosi travolgere dalla bellezza di ciò che vede16. La femminilità ritrovata, tuttavia, non può coesistere con l’hybris che caratterizza la virgo bellatrix; Camilla, pertanto, non può sfuggire al suo rovinoso destino17:
«Hunc virgo, sive ut templis praefigeret arma Troïa, captivo sive ut se ferret in auro, venatrix unum ex omni certamine pugnae caeca sequebatur totumque incauta per agmen femineo praedae et spoliorum ardebat amore; telum ex insidiis cum tandem tempore capto concitat et superos Arruns sic voce precatur: […] Audiit et voti Phoebus succedere partem mente dedit, partem volucris dispersit in auras: sterneret ut subita turbatum morte Camillam, adnuit oranti; reducem ut patria alta videret, non dedit, inque notos vocem vertere procellae. […] Nihil ipsa nec aurae nec sonitus memor aut venientis ab aethere teli, hasta sub exsertam donec perlata papillam haesit virgineumque alte bibit acta cruorem».18
Con i magistrali versi virgiliani giungiamo al termine di questa digressione sulla letteratura italiana e latina che, ispirata dalle parole di Oriana Fallaci, ha tentato di mostrare criticamente il binomio ‘donna-subalternità’ e ‘uomo-superiorità’, dal quale, a distanza di secoli, dipende ancora il difficile inserimento sociale della donna, costantemente in competizione con l’altro sesso al fine di dimostrare il proprio valore. Ci si auspica, dunque, che questa piccola parentesi di lettura del moderno alla luce del classico possa permettere ai lettori di esplorare da una prospettiva diversa la profonda attenzione della giornalista alle disparità non ancora colmate, ai diritti non ancora riconosciuti, alle voci non ancora ascoltate, nonostante il passare del tempo.
Parimenti, ci si auspica che donne come lei, atte a valorizzare il potere della testimonianza quale strumento di verità, possano ispirare e diventare un più radicato emblema di coraggio, dedizione e amore per lo spirito critico, spronando ad indagare il mondo anche nei suoi angoli più reconditi, senza mai rinunciare ad essere se stessi.
Bibliografia e sitografia:
- Aljazeera editorial team, My childhood just slipped away: Pakistan’s monsoon brides, http://www.aljazeera.com, consultato il 10/04/2025.
- Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, commento di Emilio Bigi; a cura di Cristina Zampese, Milano, BUR, 2012, pp. 91-122.
- Antonella Bruzzone, Oltre i confini. Il destino della Camilla di Virgilio, in Sconfinamenti di genere. Donne coraggiose che vivono nei testi e nelle immagini, a cura di Cristina Pepe e Elena Porciani, «Quaderni di Polygraphia», 2, 2021, pp.59-66.
- Antonio Cesaro, Lo storico acheo e il filosofo ateniese. La teoria dell’anaciclosi di Polibio tra idealismo platonico e realismo aristotelico, «Heliopolis. Culture, civiltà, politica», X, 1, 2012, pp. 23-36.
- Oriana Fallaci, Il sesso inutile: viaggio intorno alla donna; prefazione di Giovanna Botteri, Milano, BUR, 2009.
- Giovanni Giorgini, Uomini, in Enciclopedia machiavelliana (2014), http://www.treccani.it, consultato il 10/04/2025.
- Maggie Günsberg, Donna liberata? The portrayal of women in the Italian Renaissance Epic, in Women and Italy: essays on gender, culture, and history, edited by Zygmunt G.Baranski and Shirley W.Vinall, London, Macmillan in association with the Graduate school of European and International studies, University of reading, 1991, pp. 173-208.
- Irene Manfredini, Le donne guerriere nel poema cavalleresco del Rinascimento: dalle Amazzoni a Clorinda, Bologna, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, 2015.
- Redazione Ansa, Iraq approva legge che renderebbe legale il matrimonio infantile, http://www.ansa.it, consultato il 10/04/2025.
- Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Claudio Gigante e Tancredi Artico, Milano, Mondadori, 2022, pp. 47-80, 417-452.
- Virgilio, Eneide, a cura di Ettore Paratore, Milano, Mondadori, 2007, pp. 314-365, 414-469. 7
Note:
- Oriana Fallaci, Il sesso inutile: viaggio intorno alla donna; prefazione di Giovanna Botteri, Milano, BUR, 2009, p.1, consultato in versione PDF sulla piattaforma http://www.academia.edu. ↩︎
- Cfr. Proposta di risoluzione comune sull’Iraq, in particolare sulla situazione dei diritti delle donne e la recente proposta di modifica della legge sullo status personale, http://www.europarl.europa.eu, consultato il 10/04/2025. Redazione Ansa, Iraq approva legge che renderebbe legale il matrimonio infantile, http://www.ansa.it, consultato il 10/04/2025. ↩︎
- Aljazeera editorial team, My childhood just slipped away: Pakistan’s monsoon brides, http://www.aljazeera.com, consultato il 10/04/2025. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Oriana Fallaci, Op.cit., p. 22. Cfr. Ṭalāq, in Enciclopedia online, http://www.treccani.it. ↩︎
- Ivi, p.20. ↩︎
- Antonio Cesaro, Lo storico acheo e il filosofo ateniese. La teoria dell’anaciclosi di Polibio tra idealismo platonico e realismo aristotelico, «Heliopolis. Culture, civiltà, politica», X,1, 2012, pp. 23-30. Giovanni Giorgini, «La condizione umana», Uomini, in Enciclopedia machiavelliana (2014), http://www.treccani.it, consultato il 10/04/2025. ↩︎
- Oriana Fallaci, Op.cit., pp.164-165. ↩︎
- Per un interessante approfondimento degli aspetti più salienti legati alla consistente tradizione riguardante le origini e i costumi delle Amazzoni: cfr. Angela M. Andrisano, Il mito delle Amazzoni tra letteratura e attualità, «Annali online di Ferrara-Lettere», 2, 2006, pp.43-59. ↩︎
- Maggie Günsberg, Donna liberata? The portrayal of women in the Italian Renaissance Epic, in Women and Italy: essays on gender, culture, and history, edited by Zygmunt G.Baranski and Shirley W.Vinall, London, Macmillan in association with the Graduate school of European and International studies, University of reading, 1991, pp. 173-208, pp.191-192. ↩︎
- Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, commento di Emilio Bigi; a cura di Cristina Zampese, Milano, BUR, 2012, ottava 60, vv.1-4, selezionati dall’autrice del presente articolo, p.115. ↩︎
- Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Claudio Gigante e Tancredi Artico, Milano, Mondadori, 2022, ottava 38, vv.4-8, selezionati dall’autrice del presente articolo, p.59. ↩︎
- Ivi, ottava 64, p.438. ↩︎
- Maggie Günsberg, Op.Cit., pp.180-184. ↩︎
- «Viene, oltre a questi, da volsca gente, Camilla, guidando un’ala di cavalieri e truppe fiorite di bronzo, guerriera, non allenata con mani femminee al cestello e al fuso di Minerva, ma, vergine, a sopportare le aspre battaglie, e nella corsa a piedi a precedere i venti». Traduzione di Luca Canali in: Virgilio, Eneide, a cura di Ettore Paratore, Milano, Mondadori, 2007, libro VII, vv-803-807, p.365. ↩︎
- Irene Manfredini, Le donne guerriere nel poema cavalleresco del Rinascimento: dalle Amazzoni a Clorinda, Bologna, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, 2015, p.25. ↩︎
- La morte di Camilla si presta ad un’ulteriore interpretazione che non vede nella dipartita della guerriera una sconfitta, un annullamento, seppur temporaneo, della sua virilitas, ma vede la scomparsa di un’eroina, infatti la distrazione che le è stata fatale non sarebbe da attribuirsi esclusivamente all’interesse ‘estetico’ per l’armatura, ma anche al compiacimento di poter consacrare al tempio quelle belle armi: un atteggiamento alquanto comune tra gli eroi. A ciò bisogna aggiungere che, a differenza del suo carnefice, codardo e sleale, Camilla acquisisce un’identità umana. Cfr. Antonella Bruzzone, Oltre i confini. Il destino della Camilla di Virgilio, in Sconfinamenti di genere. Donne coraggiose che vivono nei testi e nelle immagini, a cura di Cristina Pepe e Elena Porciani, «Quaderni di Polygraphia», 2, 2021 pp.59-66, p.62. ↩︎
- «La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
armi troiane, sia per incedere adorna d’oro predato,
inseguiva cieca lui solamente di tutta la mischia della
battaglia, e incauta per tutta la schiera ardeva di
femmineo amore della preda e delle spoglie:
quando infine dall’agguato, còlto l’istante, Arrunte
scaglia la lancia, e prega così i celesti:
[…] Febo udì, e diede che si avverasse una parte del
voto, l’altra parte disperse nelle alate brezze:
consentì al supplice di abbattere con una subitanea morte
Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce l’alta
patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
[…] Ella non s’avvide di nulla, dell’aria, del sibilo, o del
dardo che veniva dal cielo, finché l’asta, arrivata
sotto la nuda mammella, vi rimase confitta e bevve
profondamente il virgineo
[sangue». Traduzione di Luca Canali in: Virgilio, Eneide, a cura di Ettore Paratore, Milano, Mondadori, 2007, libro IX, vv.778-784, 794-798, 801-804, selezionati dall’autrice del presente articolo, pp.582-585. ↩︎
In foto: Fotocollectie Anefo. Oriana Fallaci all’Atheneum Boekhandel di Amsterdam, 11 dicembre 1980. http://hdl.handle.net/10648/aceff8f8-d0b4-102d-bcf8-003048976d84.
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