di Gunnar Thorgilsson
Riconosco che il mio giorno è giunto.
Quanto ancora spero di scappare dal destino nascosto in una scialuppa? Navigo acque agitate con la sola compagnia della mia corona: anche nella morte voglio essere ricordato come Re.
Qualcuno che sapesse della mia storia non avrebbe vergogna, nel descrivere questa barca, a utilizzare il termine “concava nave”, come era solito fare Omero nel parlare di quelle imbarcazioni che contenevano eroi e solcavano mari inesplorati.
Invece, agli occhi di coloro che, dal ponte della nave che mi ha appena scorto, puntano baionette aspettando il segnale di fare fuoco, risulto solo un codardo.
Non ho abbandonato il mio regno sull’orlo di una guerra civile perché non sapevo gestirlo. Non ho ucciso mia moglie e i miei figli perché non volevo che la dinastia reale avesse un seguito. Non ho gettato in mare le chiavi della tesoriera perché avido del mio oro.
Ho fatto tutto questo perché amo il mio popolo. Ho fatto tutto questo perché il mio regno deve continuare a vivere e prosperare. Mi sono eretto a capo d’accusa. Ho provato ad evitare la guerra civile donando alla plebe un nemico comune: Me.
Cos’è che unisce di più gli uomini se non l’odio verso qualcosa o qualcuno?
I dissidi interni continueranno a vivere dentro lo Stato, ma ho fede che il mio sacrificio sia il primo di una lunga serie di punti d’incontro.
Mi stendo sul fondo della scialuppa, la corona posta sul petto, le mani giunte sulla ventre, aspettando la fine.
Come i grandi guerrieri vichinghi, lascerò questo mondo con dignità.
Foto di copertina: Scacco al re

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