inChiostro

per scoprire il mondo da una prospettiva umanistica


L’artefice

di Gunnar Thorgilsson

Camminando in riva al fiume vidi un uomo senza volto. Nonostante la visione alquanto singolare, non rimasi colpito. Ciò che mi incuriosì, infatti, non fu la sua fisionomia, quanto, invece, il fatto che stesse pescando. Cosa sperava abboccasse in quelle acque prive di vita?
Tornai su quel sentiero una seconda volta e lo vidi di nuovo. Non fece particolari movimenti, ma ciò che accadde mi colse di sorpresa: ebbi la nausea e iniziai a rimettere.
Dopo qualche secondo impiegato a riprendermi, tornai a guardarlo e scoprii che il suo “volto” era girato verso di me. Il sole era alto in cielo, ma l’uomo non aveva ombre sul viso: sembrava di trovarsi davanti ad una superficie levigata.
Me ne andai senza proferire parola.
I ricordi delle ore e dei giorni successivi a quell’incontro rimasero a lungo confusi. Anche dopo vent’anni, ormai sul finire della mia esistenza, quello rimase uno degli eventi più misteriosi della mia vita.
Mi interrogai molto sul perché inizialmente non ebbi reazione alla vista di quell’uomo; su chi fosse costui e su come fosse possibile che non avesse un volto; sul perché mi assalì la nausea; sul perché quell’uomo senza bocca stesse pescando.
Finché, un giorno, con ancora pochi grammi di vita nelle mie vene, mi imbattei in una citazione contenuta ne L’artefice di Jorge Luis Borges. Recitava così:

Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.1

Non riuscii a trattenere le lacrime. Non so se per gioia di aver finalmente capito l’arcano, o se per pietà verso l’uomo. Subito dopo, lo stesso senso di nausea di allora mi colpì. Vomitai, proprio come quel giorno.
Però, da lì tutto mi fu chiaro: quell’individuo singolare, fu l’unico – o uno dei pochi – nella storia, a non porsi mai delle domande. Fu l’unico a non dubitare mai, l’unico a non indagare sé stesso, l’unico a non incuriosirsi sul mondo, l’unico a non provare dolori, gioie, incertezze, passioni, delusioni, dispiaceri, vergogne, rimorsi. Tutto questo veniva riflesso nel suo viso vuoto.
Quell’uomo pescava perché non sapeva cosa fare. Pescava benché privo della speranza di prendere pesci. Pescava, come unico atto di stare al mondo.

Foto di copertina: https://biobibliografias.com/jorge-luis-borges/

  1. Jorge Luis Borges, La trama, in L’artefice, traduzione di Tommaso Scarano, Adelphi, Milano, 1999, p. 50. ↩︎

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