di Benedetta Scapin e Manuela Solano
Se ti chiedessimo chi è Fabio Berlanda, come risponderesti? Come hai iniziato il tuo percorso?
Mi sento una persona abbastanza eclettica: ho iniziato con un diploma da ragioniere, per poi laurearmi in Psicobiologia e Scienze Cognitive. Al secondo anno mi ero già reso conto che quello non era il modo di indagare l’Uomo che mi interessava di più. Grazie alla particolare fascinazione per autori come Dostoevskij ed Hesse, mi è venuta l’idea di fare un’analisi junghiana di alcune opere di quest’ultimo. Trovare una relatrice è stato complicato, in una facoltà così sperimentale, ma alla fine sono riuscito a portare avanti il progetto. Dopo questa esperienza, per mantenere un lessico junghiano, ho voluto ricentrarmi con un percorso di laurea triennale in Lettere. L’immagine che meglio esprime questo momento, secondo me, è quella del bimbo che, tastando casualmente ciò che lo circonda, inizia a comprendere lo spazio circostante. Il primo anno mi sono trovato ad affrontare materie nuove, tra filologia, linguistica, teoria della letteratura… Decisive, però, sono state le lezioni del professor Adone Brandalise1: è diventato non solo mio relatore, ma anche Maestro. Ad oggi, manteniamo i contatti in modo costante. Ora è praticamente mio nonno putativo, so che non si offenderà se lo definisco così. Dopo alcune riflessioni, ho successivamente approfondito la Comparatistica col professor Alessandro Metlica2. Tra i diversi aspetti, ha prevalso l’interesse per la Francesistica e, attualmente, sto proseguendo gli studi con un dottorato in Letteratura francese. Si può concludere che il mio cursus studiorum è iniziato con un senso di insoddisfazione e scarso interesse nel periodo delle superiori, dove di certo non passavo tutti i pomeriggi chino sui libri, e della prima laurea triennale, con una successiva forma di ricentramento verso i miei interessi.
Sicuramente un percorso molto intenso. Dalle letture dei tuoi saggi, però, questa formazione in scienze cognitive si nota: non pensi si possa considerare un valore aggiunto?
Possiamo dire che, alla fine, “tutto fa brodo”. Non voglio rinnegare il mio percorso, ma non è mai semplice scendere a patti con sé stessi: quando si sente di aver perso tempo, si è infastiditi, e ciò non va nascosto. Io ci sono riuscito anche circondandomi di persone che mi hanno supportato. C’è una massima del Professor Brandalise che ho scolpita in testa: a pensar di perder tempo si perde altro tempo. E, a furia di ripeterlo, me ne sono convinto.
Torniamo al percorso di dottorato. Adesso ti trovi a Lione, di cosa ti stai occupando?
Attualmente sono dottorando presso l’Università degli Studi Roma Tre. L’aspetto del dottorato che preferisco è la possibilità di gestire autonomamente il proprio tempo, ma è comunque una libertà condizionata. Crei la tua routine e la tua organizzazione del lavoro, ma sei responsabilizzato dalle scadenze e dal continuo riscontro coi supervisori. Ovviamente sono molto importanti i consigli dei docenti, che possono indirizzarti su convegni o articoli. La mia ricerca si incentra sulla rappresentazione ornitologica nella poesia francese tra Novecento e contemporaneità. Poiché al secondo anno è richiesto di stendere il primo capitolo della futura tesi, in Francia sto ricercando le fonti sul corpus poetico, in quanto maggiormente reperibili. Questo progetto si pone, quindi, in continuità con gli studi precedenti. Essendomi dedicato allo studio di Philippe Jaccottet3 in triennale, in magistrale ho cercato di trovare un argomento che mi consentisse di approfondire il suo rapporto con la natura. Infine, la tesi s’è centrata, più in generale, sulla presenza della poesia negli studi di ecologia letteraria, con un’appendice su Jaccottet e Mario Benedetti4. Perché virare sull’ornitologia, dunque? Anzitutto per immediatezza: se si apre una finestra e si cerca un primo contatto tra interiorità ed esteriorità, è facile stabilirlo con le bestiole che sfrecciano nel cielo. Non a caso Joseph Conrad5 doveva giustificare a sua moglie che, mentre guardava fuori dalla finestra, non andava disturbato, poiché stava lavorando. Oltre a questo, in un progetto è fondamentale restringere il campo, e non potendo prendere la Natura tout court, mi sono concentrato su una parte del regno animale. E non va certo ignorata la centralità nei legami tra i poeti e le creature alate (il desiderio di un canto, chiedersi come rappresentare nei versi dei suoni, la personificazione con usignoli o passeri solitari, la difesa di ilari uccelli calunniati…). Interessandomi a questa fenomenologia della vita quotidiana, sono arrivato a concepire un progetto su questi temi.
Riguardo al percorso Padova-Grenoble, qual è stato il motivo che ti ha spinto a questa scelta?
Questa scelta, avvenuta intorno al 2020, è anche dovuta alla ricerca di un riscatto: avendo già fatto un anno di Erasmus a Poitiers durante la triennale in Psicobiologia, non potevo fare altre esperienze con questo progetto. Ho scoperto che ogni studente ha a disposizione al massimo 12 mesi complessivi, non per corso di laurea, ma per ciclo di studi universitari. Durante i miei esami, ho visto una certa ripetizione su autori francesi e francofoni, sino a scegliere di concentrarmi su Philippe Jaccottet. Ho dunque cercato un percorso che mi riportasse in Francia. Mi sono stati molto utili i colloqui con la professoressa Anna Bettoni6, che è stata anche presidente di corso: dialogando con lei, ho percepito i vantaggi effettivi di un curriculum binazionale. Non è, però, stato semplice: per esempio, bisogna laurearsi entro un tempo stabilito, con una certa media, e con un determinato numero di CFU per alcune materie. Gambe in spalla, mi sono impegnato e la scelta si è rivelata funzionale in ambito dottorale. Il doppio titolo consente di concorrere in Italia come studente straniero, essendoci borse vincolate per posti esteri (oltre all’ovvio vantaggio di avere un diploma valido per un altro Stato). Credo sia frutto, però, anche di un istinto di rivalsa nato molto prima, a seguito di una esperienza au pair nel 2012. Per quanto sia andata complessivamente bene, non ero però entrato in sintonia le scelte educative della famiglia e l’esperienza è finita prima del tempo (doveva durare un anno, si è conclusa dopo un mese). A volte penso sia stato anche un po’ un gioco del destino: anche per l’esperienza Erasmus a Psicobiologia io avevo fatto domanda per Coimbra (Portogallo), ma alla fine sono stato preso a Poitiers.
Cosa pensi che possa offrire in più un percorso di questo tipo, non solo dal punto di vista accademico, ma anche a livello personale?
A livello personale, la più grande sfida è avere a che fare con due modalità di organizzazione didattica diverse. Il sistema francese richiede più esami frammentati da meno CFU, con tante parcellizzazioni e un monte ore diverso – si tratta più di un lavoro da dossier. Un atteggiamento di questo tipo in un percorso magistrale aiuta per la futura stesura della tesi, permettendo di familiarizzare con la scrittura. In Italia, invece, ci si esercita maggiormente nella ricerca precedente la scrittura. Inoltre, è estremamente formante venire a contatto con diversi modi di acquisire la cultura e le forme del sapere, cambiando costantemente professori e trovando nuovi modi di affrontare i testi. È in questo modo che si crea una polifonia tra le differenti possibilità nel relazionarsi alle stesse cose.
In che modo questa esperienza ha influenzato i suoi studi successivi (scelta di tesi magistrale e successivo dottorato)? Ci sono state delle altre figure che ti hanno influenzato?
Ci sono sicuramente tante persone da citare e non voglio fare una gerarchia. Per arrivare a vedere il mondo con i propri occhi, bisogna essere consapevoli che la propria prospettiva è stata influenzata da tante altre rifrazioni, esito inevitabile di varie forme di accompagnamento nella ricerca di un percorso. Nell’ultimo anno di laurea triennale mi aveva colpito moltissimo il corso di Letterature comparate del professor Marcello Barison7. Il corso era incentrato sugli “uomini-senza”, con una bibliografia decisamente impegnativa: letture su Musil, Svevo, e testi di Mach, Nietzsche e Agamben. Entrando in dialogo con il professore, molto sensibile alle inclinazioni personali degli studenti, ho capito che il professor Metlica avrebbe potuto seguirmi molto bene in un percorso magistrale. Il professor Metlica e Laurent Demanze8 hanno contribuito in maniera decisiva a smussare alcune mie tendenze nella scrittura e nella ricerca. Il mio modo di scrivere risentiva (e forse ne risente ancora adesso) di una preoccupazione eccessiva verso lo stile della prosa, a detrimento, talvolta, dell’argomentazione. Ho molto apprezzato la sensibilità dei professori nel tentare prima di comprendere perché lo facessi, senza giudizio, per poi darmi consigli puntuali per migliorare la mia scrittura accademica. È stato fondamentale anche poter vedere altre forme di approccio alla materia. Infatti, il professor Metlica gestisce il proprio corso un po’ più “all’europea”: dopo le prime lezioni frontali, coinvolge altri esperti, allargando il dialogo alla comunità scientifica. Ciò serve anche a dimostrare che la ricerca non si fa chiusi in una stanza a battere a macchina. Altro aspetto che mi ha colpito era il dare spazio all’approfondimento individuale tramite una piccola presentazione: secondo me è una modalità estremamente efficace.
Cosa può dare di più, da un punto di vista umano, un corso di dottorato? Cosa pensi di fare dopo?
[ndr: sorride] Non voglio tacere la prima associazione che mi è venuta in mente e che ho avuto modo di discutere anche con colleghi e colleghe: il dottorato riconnette con il caos primigenio, un globulo misterioso da cui proviene ogni cosa. Di fatto, abbiamo dei supervisori a cui fare riferimento, ma, poiché c’è anche la necessità di diventare studiosi (si spera), è richiesta e incoraggiata l’autonomia. Nell’ultimo periodo ci è stata negata una programmazione del nostro futuro sul lungo termine: a causa dell’ultima riforma, in piena continuità con quelle degli ultimi vent’anni, io non riesco a vedere cosa ci può essere per me dopo il dottorato. Forse è questione di mia ignoranza personale, ma non mi risulta chiaro come potrà proseguire il mio percorso. Per questo parlo di entropia: devo scendere a patti col fatto che, una volta finito il dottorato, avrò 34 anni, e ancora non so cosa rispondere alle persone che mi chiedono cosa farò dopo. Se da un lato sono consapevole che dipenderà da me e da come lavoro, io attualmente non so dire cosa farò né dove; si pensi, anche solo dal punto di vista sentimentale, quanto queste condizioni rendano difficile legarsi a qualcuno. Ciò di cui posso parlare sono i miei sogni, le mie aspettative, dove spero di arrivare. Sono anche consapevole che il percorso di dottorato ha un tasso di insuccesso piuttosto alto: il 3,75% degli studenti iscritti a un segmento di istruzione terziaria frequenta un dottorato di ricerca e solo una minima parte di questi continua nell’accademia. Ammetto anche di aver visto non poco stress a questo proposito anche tra i colleghi.
Sempre per pensieri associativi, mi viene in mente un passo dalla poesia Gabbiani di Vincenzo Cardelli:
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
D’altra parte, sono particolarmente legato a questa immagine del caos: capisco possa spaventare qualcuno, ma per me è generativo. Il dottorato è un percorso che indubbiamente offre la possibilità di lavorare su ciò che si ama e su ciò in cui si crede a livello professionale. Io mi sento estremamente fortunato a guardare i libri, sapendo che trascorrerò la giornata in loro compagnia e senza sapere dove mi porteranno – talvolta ad altri testi, ad altre ricerche, a ristrutturazioni di indice, a cambiare titolo… Succede spesso e per me è bellissimo.
Hai notato delle differenze tra il mondo accademico italiano e quello francese?
Ne stavo giusto parlando qualche giorno fa con una ragazza che seguo per il tutorato didattico a Roma. Sta lavorando alla tesi triennale ed è appena tornata da un anno in Francia, quindi abbiamo avuto modo di confrontarci sulle nostre impressioni. Il fine ultimo dei due sistemi è lo stesso: arrivare a una voce critica. Ciò che cambia è la prospettiva di partenza. In Francia viene incoraggiata sin dalla triennale una forma di interpretazione soggettiva, facendo commentaires, resoconti scritti su quello che si è letto, ma non viene chiesto fin da subito di tenere in considerazione tutti gli aspetti critici sull’argomento. Ci si arriva piano piano, correggendo gli aspetti troppo soggettivi solo una volta che si è in grado di muoversi adeguatamente su un testo. In Italia, invece, si parte direttamente dall’aspetto critico, per poi aggiungere l’elemento personale, cercando di entrare in dialogo con la comunità accademica nel modo più adeguato possibile. Potremmo parlare di una visione soggettiva preliminare per la Francia e di una libertà conquistata per l’Italia.
Nel saggio “Appunti sulla complessità relazionale dell’ecologia letteraria” sottolinei «l’inevitabilità di uno studio socioculturale del problema ambientale». A tal proposito, come interpreti il mutamento di sensibilità della società verso il tema negli ultimi anni, soprattutto da un punto di vista letterario?
Personalmente, ciò che mi ha più colpito nella riflessione sull’ecologia letteraria e la preoccupazione ecologica è stato rendermi conto che la Natura viene data per scontata. Trovo che lo scarto epistemologico e culturale di quest’epoca corrisponda molto bene alle necessità del tempo. Il fatto che non si possa non pensare alla Natura se non nel suo “essere in repentaglio” comporta anche una riflessione sulle azioni umane nei suoi confronti. Sembra essere una visione comune quella del “tanto, comunque, le temperature sono sempre cambiate nel tempo e torneranno in ordine autonomamente”: per me è totalmente contestabile. Arrivare a capire che l’idea di Natura cambia nel tempo, rende consapevoli del fatto che la Natura non è un blocco unico dato ai nostri sensi e che noi stessi contribuiamo a formare l’idea che abbiamo della Natura in base a come interagiamo con essa”.
Nello stesso saggio esplori il ruolo degli “spazi intermedi della letteratura” nel tema ecologico. In particolare, si afferma come «per gli esseri umani, il linguaggio sia uno dei modi prediletti per stabilire relazioni». E ancora, «la sfida è accettare la rappresentazione delle cose necessariamente mediata dal logos, esercitandosi a comprendere le relazioni con i mezzi a propria disposizione [ndr. cognitivi, espressivi, fisici…], senza concentrarsi sul fatto di essere gli unici abitanti parlanti o scriventi della Terra». Ci piacerebbe discutere insieme di questi passi. Quale ritieni che possa essere “un buon esercizio” per cogliere queste relazioni nel mondo che ci circonda?
Questa è sicuramente una prospettiva molto personale, non credo sia condivisa da tutti gli specialisti di ecologia letteraria. La corrente del materialismo ecocritico vorrebbe far sì che il logos umano non sia necessario per parlare delle cose. Per me non è possibile, non credo esista un modo in cui l’uomo può abolire il rapportarsi a ciò che ha attorno con la forma razionale prediletta, ovvero la strutturazione di un pensiero tramite la parola o l’assenza di essa (anche il silenzio è una scelta comunicativa). Non possiamo fare a meno di parlare delle cose. Anziché cercare di “far narrare le cose da sé stesse”, l’uomo deve assumersi la responsabilità di avere una relazione con qualsiasi cosa tramite i propri sensi, che vengono mediati dal linguaggio. Se ci si assume questa responsabilità, si possono adoperare linguaggio e silenzio in forma consapevole, strutturando un pensiero che si tramuti in azioni. Mi riferisco anche ad alcuni discorsi taciti che avvengono nella propria testa, quando si è in giro e si parla con se stessi per processare ciò che si ha davanti. Il contatto visivo con un elemento naturale non può non essere elaborato se non con le parole o con il silenzio interiore. È una forma di gestualità ecologica da portare avanti. Quando si parla di salvare il pianeta, io mi auguro che vengano incentivati i progetti necessari per intervenire concretamente; io, chiaramente, mi occupo di altro, di una forma di sensibilità letteraria, e spero che la letteratura venga vista come provenire dal mondo e non come un discorso astruso, distante. “Mi piacerebbe ci si opponesse al dominio dei titoloni in how to, e che i livres de chevet non fossero più di “crescita personale” o saggistica spicciola. Mi chiedo perché, per alcuni, sia difficile credere che un libro di letteratura possa davvero insegnarci qualcosa sulla vita.
Nel saggio “ÉCOLOGESTES. Vers une écologie gestuelle : geste, poésie, monde, lecture” scrivi: «Ces positions sont nettes, mais elles relèvent toutes d’une même préoccupation: trouver des moyens contemporains d’exprimer une solidarité entre la poésie et la nature». Il fatto che non solo in scrittori più recenti, come Zanzotto, ma anche già in autori antichi, come Virgilio o Orazio, ci possano essere delle interpretazioni ecologiste ante litteram testimonia la fondatezza di questa chiave di lettura, nell’ottica per cui la letteratura ha sempre avuto una sensibilità per il mondo naturale. Mi chiedo, però, se ci siano anche dei detrattori rispetto a un approccio interpretativo di questo tipo: su quali basi filologiche (in senso ampio) si argomenta questa sensibilità? E perché, a tuo avviso, nel mondo attuale ne abbiamo a maggior ragione bisogno?
Sono abbastanza concorde con questa forma di timore: si vedono molte teorizzazioni sulla letteratura a detrimento di un’analisi del testo. Il critico a volte potrebbe dare l’idea che quello che gli interessa più fare è portare la propria prospettiva, non gettare una nuova prospettiva sul testo stesso. In questo caso mi sento di appoggiare questo genere di critiche. Io avevo questo timore di pormi in dialogo con la comunità scientifica, come se si percepisse che cavalcassi l’onda che va di moda: l’approccio alla Natura in questi termini è assolutamente recente. È diffuso il timore che la griglia che si cerca di stabilire vada ad opprimere il testo stesso che si analizza. Mi viene in mente l’immagine del testo come terreno, proposta da Roubaud9: il poeta è come il verme che rimodula il terreno, facendolo respirare; il critico, dal canto suo, vuole assicurare la persistenza del terreno, anch’egli smuovendolo, facendolo arieggiare. Fintanto che fa ciò non c’è nulla di male: sarebbe sbagliato cambiare connotati dal punto di vista onomastico, rinominare un testo, “coprirlo con una colata di cemento”. È un timore giustificato verso gli studi di genere, ecocritici, di mediazione culturale: c’è la paura che la tesi passi per una forma di distorsione del testo. Va anche accettato che, se tante voci si occupano di diverse questioni, qualcosa nell’epistemologia sta cambiando, posto che non si insista troppo. Ad esempio, non so quanto sia utile politicizzare Virgilio, dicendo che non aveva diritto di parlarci dei contadini nelle Bucoliche, solo perché privilegiato e rancoroso verso l’imperatore che l’aveva mandato in esilio: ciò porta a poco. Se sottolineare questi aspetti può portare a rintracciare del contraddittorio nel testo, ben venga, ma non deve diventare una presa di posizione.
C’è un messaggio che vuoi lasciare agli studenti?
Io sicuramente appartengo a una generazione diversa, ma mi rendo conto che la didattica a distanza ha lasciato una percezione diversa dell’accademia. Mi auguro che si prenda ciò che di buono c’è dei mezzi tecnologici, però vorrei che ci si ricordasse che assistere a una lezione in presenza, poter parlare di persona con i docenti, è di fatto un’altra cosa. Se uno studente, quando esce da lezione, ha dei dubbi, perché non andare a ricevimento dal professore e cercare una risposta nel confronto, nel dialogo? Occorre uscire dall’ottica utilitaristica, non deve esserci necessariamente un fine per scambiare e far circolare idee. Ad esempio, è stato un atteggiamento simile che ha portato alla nascita del progetto Archetypon10 nel DISLL: si tratta di un seminario permanente attivo ormai da cinque anni e con un bel seguito. La sua genesi deriva dalle riflessioni nate dai miei precedenti studi junghiani e dal fatto che andavo “a rompere le scatole” ai docenti di persona, tra una chiacchiera e un’altra, anche con domande difficili. In particolare, è stato necessario uno scambio e un dialogo con il corpo docente. Ricordo i lunghi colloqui al Maldura coi professori Adone Brandalise, Alvaro Barbieri11 e Davide Susanetti12. In quegli uffici hanno raccolto le mie idee – al tempo un po’ confuse – e reso possibile questo progetto di cui sono molto felice.
Chi avesse ulteriori domande o volesse approfondire gli argomenti trattati in questa intervista può inviare personalmente una mail a fabio.berlanda@uniroma3.it.
NOTE:
1[ndr. critico e filosofo italiano, decano di Teoria della Letteratura dell’università di Padova, ora non più in attività]
2[ndr. professore associato di Critica letteraria e letterature comparate presso l’Università degli Studi di Padova]
3[ndr. poeta, traduttore e critico letterario della Svizzera francese (1925-2021)]
4[ndr. poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano (1920-2009)]
5[ndr. scrittore e navigatore polacco naturalizzato britannico (1857-1924)]
6[ndr. professoressa ordinaria di Letteratura e Teatro francese presso l’Università di Padova]
7[ndr. professore associato presso la Libera Università di Bolzano]
8[ndr. docente di Letteratura contemporanea presso l’Università di Grenoble]
9[ndr. matematico, poeta e scrittore francese (1932-2024). Il componimento citato è Le lombric: Dans la nuit parfumée aux herbes de Provence, / Le lombric se réveille et bâille sous le sol, / Etirant ses anneaux au sein des mottes molles / Il les mâche, digère et fore avec conscience./ Il travaille, il laboure en vrai lombric de France / Comme avant lui, ses père et grand-père; son rôle, / Il le connaît. Il meurt. La terre prend l’obole / De son corps. Aérée, elle reprend confiance. / Le poète, vois-tu, est comme un ver de terre / Il laboure les mots, qui sont comme un grand champ / Où les hommes récoltent les denrées langagières; / Mais la terre s’épuise à l’effort incessant! / Sans le poète lombric et l’air qu’il lui apporte/ Le monde étoufferait sous les paroles mortes.]
10[per saperne di più: https://www.facebook.com/archetipiletterari/]
11[ndr. professore ordinario di Filologia romanza presso l’Università di Padova]
12[ndr. professore ordinario di Letteratura greca presso l’Università di Padova]
Immagine di copertina tratta da https://www.univ-grenoble-alpes.fr/campus/discover-our-campuses/grenoble/grenoble-713853.kjsp

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